
Come cambia la percezione di Israele tra le nuove generazioni
Nel corso di una recente conversazione pubblica con il giornalista Ivan Grieco, il commentatore politico Daniele Moro ha osservato un fenomeno che molti studiosi delle dinamiche generazionali stanno registrando da tempo: tra i più giovani, soprattutto nel mondo universitario occidentale, l’atteggiamento verso lo Stato di Israele appare sensibilmente più critico, quando non apertamente ostile, rispetto a quello delle generazioni precedenti. Non si tratta soltanto di un’impressione personale o di una percezione legata alla polarizzazione del dibattito pubblico. Numerosi sondaggi internazionali e ricerche accademiche indicano infatti un cambiamento profondo nella percezione di Israele tra i nati negli anni Novanta e Duemila, in particolare in Europa e negli Stati Uniti.
Per comprendere questo mutamento è necessario guardare non solo all’attualità del conflitto mediorientale, ma anche alla trasformazione della memoria storica e degli strumenti attraverso cui le nuove generazioni apprendono il passato. Nei grandi musei dedicati alla persecuzione degli ebrei in Europa, dal Yad Vashem allo United States Holocaust Memorial Museum, gli archivisti e i curatori hanno più volte segnalato come il passaggio dalla memoria vissuta alla memoria storica stia modificando profondamente il modo in cui le giovani generazioni percepiscono il rapporto tra la tragedia del Novecento e la nascita dello Stato ebraico.
Per chi è nato nel secondo dopoguerra, o anche negli anni Settanta e Ottanta, la memoria della Shoah era ancora legata a testimonianze dirette. I sopravvissuti parlavano nelle scuole, le famiglie conservavano racconti e documenti, le immagini dei campi di sterminio erano percepite come un trauma ancora presente. Oggi quel rapporto diretto con la memoria si è inevitabilmente attenuato. La Shoah, studiata nei manuali e raccontata nei musei, appartiene ormai alla dimensione della storia. Questo non significa che sia stata dimenticata, ma che è diventata un evento più distante emotivamente. Gli storici della memoria parlano spesso di “terza generazione”: una generazione che conosce l’evento ma non lo vive più come parte della propria esperienza familiare.
Gli archivi dello Imperial War Museum e del Jewish Museum Berlin documentano come, nel dopoguerra, il sostegno occidentale alla nascita di Israele fosse profondamente intrecciato con il trauma morale lasciato dallo sterminio nazista. La fondazione dello Stato nel 1948 veniva letta da molti governi e opinioni pubbliche come parte di una risposta storica a una tragedia senza precedenti. Con il passare delle generazioni, questo legame simbolico si è progressivamente indebolito. Israele è diventato, per molti giovani osservatori, non più il risultato di una vicenda storica europea ma uno degli attori di un conflitto regionale contemporaneo.
Parallelamente, negli ultimi decenni si è sviluppata nel mondo accademico una lettura del Medio Oriente influenzata da nuovi paradigmi teorici, in particolare quelli legati agli studi postcoloniali. Alcuni dipartimenti universitari hanno adottato interpretazioni che inseriscono il conflitto israelo-palestinese all’interno delle categorie di colonialismo, decolonizzazione e rapporti di potere tra centro e periferia. Questa prospettiva, pur avendo prodotto ricerche importanti, è stata talvolta criticata da storici e politologi per il rischio di semplificare una vicenda estremamente complessa.
Nei materiali conservati negli archivi del Council on Foreign Relations e della Brookings Institution emergono analisi che descrivono proprio questo cambiamento nel linguaggio politico delle nuove generazioni. Il conflitto viene spesso letto attraverso categorie morali immediate, in cui una parte viene percepita come oppressore e l’altra come oppressa. In questo schema semplificato, la lunga storia delle guerre arabo-israeliane, delle divisioni interne palestinesi e delle dinamiche regionali tende a scomparire.
A questo processo si aggiunge un elemento nuovo, che gli storici del presente definiscono “ecosistema digitale della narrazione”. I social network sono diventati per milioni di giovani la principale fonte di informazione politica. Gli archivi dei principali centri di studio sulla disinformazione, tra cui il Digital Forensic Research Lab, mostrano come negli ultimi anni il conflitto mediorientale sia stato uno dei temi più sfruttati nelle campagne di propaganda online.
La logica algoritmica delle piattaforme privilegia contenuti emotivi, visivi e polarizzanti. Video brevi, immagini di forte impatto e slogan facilmente condivisibili tendono a diffondersi più rapidamente delle analisi storiche o dei testi complessi. Questo crea una rappresentazione del conflitto estremamente selettiva, in cui singoli episodi diventano simboli universali e intere fasi della storia scompaiono dalla memoria collettiva.
Documenti e rapporti pubblici di centri di ricerca occidentali indicano inoltre come diversi attori statali abbiano utilizzato sistematicamente queste dinamiche. Negli anni recenti, analisi condotte da istituzioni accademiche e da organismi governativi hanno individuato campagne coordinate di disinformazione provenienti sia da ambienti legati alla Russia sia da reti mediatiche connesse alla Iran. L’obiettivo non è soltanto influenzare l’opinione pubblica su singoli eventi, ma erodere progressivamente la fiducia nelle democrazie liberali e nei loro alleati.
Questa dinamica rientra in ciò che gli analisti di sicurezza definiscono “guerra ibrida”: un insieme di strumenti, che possono essere informativi, culturali e digitali, utilizzati per influenzare le società avversarie senza ricorrere direttamente al confronto militare. Nei documenti strategici pubblicati da vari centri di studio europei e nordamericani, la battaglia per la narrazione viene descritta come una componente fondamentale delle rivalità geopolitiche contemporanee.
Il risultato è una crescente polarizzazione dell’opinione pubblica, visibile soprattutto tra i più giovani. In molte università occidentali le manifestazioni sul conflitto mediorientale mostrano un livello di radicalizzazione che sorprende anche gli osservatori più esperti. Slogan che sintetizzano in poche parole un conflitto lungo più di settant’anni diventano bandiere identitarie, spesso senza che chi li utilizza conosca realmente il contesto storico in cui sono nati.
Gli storici della comunicazione sottolineano che ogni generazione costruisce la propria visione del mondo attraverso i media e le istituzioni educative del proprio tempo. Oggi questi strumenti sono profondamente diversi da quelli del passato. L’accesso immediato all’informazione convive con una frammentazione estrema delle fonti e con una competizione permanente per l’attenzione.
In questo scenario, la memoria storica rischia di essere compressa in narrazioni semplificate, mentre il dibattito pubblico si sposta sempre più verso il terreno dell’emozione e dell’identità. Per molti studiosi, la questione non riguarda soltanto Israele o il Medio Oriente. Riguarda il modo in cui le democrazie occidentali trasmettono la propria storia e i propri valori alle nuove generazioni.
Gli archivi museali e le istituzioni culturali nate dopo la Seconda guerra mondiale avevano l’obiettivo di preservare una memoria capace di immunizzare le società europee dalle tragedie del Novecento. Oggi quella missione si confronta con un mondo radicalmente diverso, in cui la memoria compete con un flusso continuo di immagini e narrazioni digitali.
Il cambiamento generazionale osservato da commentatori e studiosi non è dunque soltanto un fatto politico. È il segno di una trasformazione culturale più ampia, che riguarda il rapporto tra storia, informazione e formazione civica. Comprenderla significa interrogarsi su come le società democratiche possano continuare a trasmettere la complessità del passato in un’epoca in cui la semplificazione sembra essere diventata la lingua dominante del dibattito pubblico.























