
Quando la verità prende forma, a dispetto della propaganda
Ci sono sentenze che non si limitano a chiudere un procedimento: aprono una stagione. Due giorni fa, il 9 luglio, a Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha pronunciato due decisioni che segnano un prima e un dopo. La Russia è stata riconosciuta responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in Ucraina, a partire dal 2014 e aggravatesi con l’invasione del 2022.
Non è solo una condanna. È un atto di giustizia che prende posizione, che chiama per nome ciò che per troppo tempo è stato negato o distorto.
I giudici della Grande Sezione — diciassette, all’unanimità — hanno accolto i ricorsi presentati da Ucraina e Paesi Bassi. Uno di questi riguarda l’abbattimento del volo MH17: 298 civili uccisi, e una verità che ha dovuto farsi strada tra silenzi, depistaggi e propaganda. Ora quella verità ha trovato voce.
La Corte ha ricostruito un quadro preciso, documentato da fonti internazionali autorevoli: ONU, OSCE, organizzazioni per i diritti umani. Le violazioni attribuite alla Russia sono molteplici e profonde:
- attacchi indiscriminati contro civili e infrastrutture;
- esecuzioni extragiudiziali, torture, violenze sessuali sistematiche;
- detenzioni arbitrarie, lavoro forzato, deportazioni;
- adozioni illegali di minori ucraini;
- repressione linguistica, censura, persecuzioni religiose;
- distruzione di proprietà, indottrinamento scolastico, discriminazioni etniche e politiche.
La Corte ha inoltre stabilito che la Russia non solo non ha impedito l’abbattimento del volo MH17, ma ha ostacolato le indagini, diffondendo informazioni false e negando collaborazione.
Nonostante Mosca abbia lasciato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2022, la Corte ha ordinato:
- il rilascio immediato di tutte le persone detenute illegalmente prima del 16 settembre 2022;
- la cooperazione per rintracciare e ricongiungere i minori deportati con le loro famiglie.
“La portata delle violazioni è senza precedenti nella storia del Consiglio d’Europa” — così si legge nella sentenza. E non è solo una constatazione giuridica: è un giudizio morale, che chiama in causa la responsabilità collettiva di chi crede ancora nella forza del diritto, nella dignità umana, nella memoria.
Il 9 luglio, a Strasburgo, la giustizia ha parlato. E ha detto che il dolore non è invisibile. Che la verità, a volte, arriva. Anche se tardi. Anche se fa male.
























