di Raffaele Cariati

Il XXI secolo non ci ha consegnato una crisi, ma una policrisi. Un groviglio inestricabile dove il collasso climatico si specchia nelle disuguaglianze feroci, e dove la “terza guerra mondiale a pezzi” dialoga con un’economia che logora il pianeta. Per chi si occupa di educazione, questa non è solo una cronaca esterna: è il perimetro di una sfida cognitiva senza precedenti. Come sottolineano Mauro Ceruti e Francesco Bellusci nel loro fondamentale “Per una civiltà della Terra” — pubblicato da Aboca Edizioni 2026— siamo di fronte a una complessità che unifica e disintegra allo stesso tempo, ponendoci l’urgenza di una progettazione sistemica che parta, innanzitutto, dalla riforma del pensiero.

 

Oltre il riduzionismo: abitare l’incertezza
La nostra cultura è ancora troppo spesso vittima di un progresso che divide. Produciamo comunicazione globale ma generiamo solitudine; inseguiamo una crescita materiale che produce insoddisfazioni inedite. Ceruti e Bellusci, riprendendo la lezione di Edgar Morin, ci avvertono: questa nuova complessità si nutre di azzardo, disordine e antinomie. Non la si vince con la semplificazione, ma con l’integrazione dell’incertezza nella speranza.

In questo scenario, la solidarietà non è un vago sentimento etico, ma una necessità evolutiva: una società può progredire in complessità solo se progredisce in solidarietà. È qui che entra in gioco la “resistenza” delle forze vive: fiducia e intelligenza cosciente. Queste forze sono le uniche capaci di trasformare l’inquietudine della policrisi nel lievito di una nuova civilizzazione planetaria, fondata sulla cooperazione e sul multilateralismo. Si tratta di «un libro magistrale per affrontare la policrisi planetaria» ha commentato Edgar Morin; dal filosofo e sociologo francese i due autori riprendono la nozione di ecologia dell’azione delineando le piste di un progetto esigente che conduce, appunto, verso la riscoperta delle forze vive. Queste ultime ci permettono di generare una civilizzazione planetaria realizzabile attraverso le piste ben dettagliate nei diversi capitoli dell’opera: la via cosmo-antro-politica, la via del pensiero e della riforma dei principi di intellegibilità e la via dell’educazione.

 

Una paideia per l’uomo planetario
Sul fronte della ricerca e della riflessione pedagogica, le teorie della complessità agiscono da sempre come paradigmi ineludibili. Si pensi alla teoria delle catastrofi di René Thom che studia matematicamente il collasso delle forme e le loro trasformazioni o alla visione della scienza di Edgar Morin intesa come fascio di procedure complesse applicate a oggetti in sé complessi. Per il filosofo delle scienze Mario Castellana «il complesso è un tessuto intrecciato di relazioni e di interazioni dinamiche con una intrinseca logica probabilistica dove basta un pur minimo di cambiamento o interno al sistema o esterno, a determinare esiti emergenti ed imprevedibili; il vivente in tutte le sue forme è un sistema ipercomplesso dove i disallineamenti emergenti sono strutturali, possono provocare cambiamenti in profondità» (Quando la complessità si affaccia nell’Intelligenza Artificiale,  8 aprile 2026). Quindi l’educare va pensato come una “tessitura dinamica”, un processo a più marce, intrinsecamente discontinuo e problematico. Si tratta anche di favorire l’incontro tra il nuovo spirito scientifico caro a Bachelard e le scienze dell’educazione: non è  solo un accostamento tra  due settori della conoscenza, ma di una focalizzazione sulle caratteristiche che mettono in discussione la questione di un’oggettività assoluta dell’osservatore, interrogandosi sulla validità delle nostre conoscenze, sulla validità della conoscenza che un insegnante ha dei suoi studenti e sul significato più profondo delle nostre attività in base ai possibili sistemi di riferimento rispetto ai quali possiamo giudicarle.

L’obiettivo di una nuova paideia è la formazione dell’uomo planetario. Un soggetto che non è più lineare o unico, ma multiplo e conflittuale. Educare alla complessità significa, per Ceruti e Bellusci, gestire i processi di apprendimento non come accumulo di nozioni, ma come attribuzione di senso a un nuovo umanesimo. Si tratta di facilitare il “fare umanità insieme”, declinando nuovi rapporti con la biosfera e con il sapere.

 

Il “Grande Racconto” e la scienza con coscienza
Ma come si traduce questo nell’azione didattica? Gli autori propongono un’espansione della memoria umana che passi attraverso il “Grande Racconto”: una narrazione transdisciplinare in cui s’intersecano la storia della Terra, l’evoluzione biologica e le vicende delle società umane. In tal senso si può pensare al “Grande Racconto” dell’energia e del lavoro focalizzandosi soprattutto sugli errori, sulle piste illusorie, sui dibattiti e sulle controversie che hanno accompagnato e attraversato la nascita e l’evoluzione del concetto di energia. Può rivelarsi utile, necessario e significativo raffinare l’approccio storico con un taglio economico-sociale. Non si può non riflettere sul significato della parola lavoro nella vita comune e sulle cause storiche, economiche e sociali che hanno determinato

il suo utilizzo per definire una grandezza fisica così importante. Siamo nel periodo storico della rivoluzione industriale, prevale l’esigenza economico-sociale di misurare il lavoro umano in un confronto spietato con quello compiuto da macchine e animali. L’emergente economia industriale ha bisogno di misurare il lavoro degli operai. Non possiamo pensare

che ciò non abbia a che fare con lo sforzo che deve applicare un operaio per far muovere un tornio, su questo punto il fisico francese Gaspard-Gustave de Coriolis non ha dubbi: «Diamo alla parola travail l’idea di uno sforzo. Questo nome è adatto a indicare l’unione di due elementi: spostamento e forza. Lavoro è ciò che noi cerchiamo di economizzare. Questa grandezza è legata a tutte le questioni economiche a proposito dell’uso di macchine. Noi produciamo tutto il necessario per i nostri bisogni spostando corpi o cambiando la loro forma. Ciò può essere fatto solo superando alcune resistenze ed esercitando certi sforzi nella direzione del movimento cioè producendo la grandezza che abbiamo chiamato travail».

Il “Grande Racconto” anima un nuovo progetto di paideia che si articola in direzioni chiare: educare al dialogo e alla fraternità universale, educare all’intelligenza della complessità e alla comprensione di sé, educare alla scienza con coscienza.

Quest’ultimo punto è cruciale. La scienza non può essere insegnata come un dogma statico. Deve essere un orizzonte transdisciplinare che coinvolga storia, sociologia e antropologia. Bisogna portare in classe la vita del laboratorio: le polemiche, gli ostacoli epistemologici, le controversie scientifiche. La scienza è troppo spesso concepita come riflessione su sé stessa, come pure ricerca formale, distaccata dalle spinte sociali che la muovono. Ciò comporta che lo studente e futuro cittadino divenga depositario passivo di conoscenze tecniche, smarrendo lo spirito che anima il ricercatore. Si tratta di formare a contestare puntualmente, smontare l’immagine ideologica e mistificante che viene data delle scienze, del loro assetto e del loro sviluppo. Si tratta di fornire la capacità di confrontarsi in modo corretto con i problemi reali che questa società di classe ci pone, sviluppando capacità che abilitino al futuro cooperando sulla realtà, trasformandola insieme.

In questo senso, il pensiero di Ceruti e Bellusci risuona con le teorie più avanzate della didattica: dalla visione macro-didattica presente nelle ultime riflessioni di Guy Brousseau, per cui è necessario uno studio scientifico di tutti i fenomeni relativi alla diffusione delle conoscenze matematiche nelle diverse società umane, all’etnomatematica e al modello tetraedrico elaborato da Sjöström per la didattica delle scienze, caratterizzatoda diversi livelli di complessità degli aspetti umanistici. In questo modello il livello di maggiore complessità è quello che aspira a stimolare la riflessione sulle scienze e il loro ruolo nella società. È a questo livello che si sviluppa la coscienza critica e che si raggiunge il più alto grado di riflessione sulle scienze e anche su aspetti etici e sull’apprendimento. Questo livello è anche il più difficile per gli insegnanti perché sviluppare il pensiero critico nei discenti richiede lo sforzo di apprendere anche da parte degli insegnanti, non solo per sostenere gli studenti, ma anche per diventare maestri costantemente critici.

 

Il ruolo dell’educatore: situarsi tra gli uomini
In questa prospettiva, l’educatore smette di essere un tecnico del sapere o un facilitatore del conformismo sociale. Per Ceruti e Bellusci il compito dell’educatore è radicale: «[…] conduce l’educando non solo a comprendere un sapere tecnico o ad adattarsi a una

mentalità collettiva, ma più radicalmente a situarsi tra uomini. […] Tale educatore

permette alla verità di ognuno di apparire come la verità di una comunione che non appartiene a nessuno.»

In definitiva, abitare l’incertezza non è un limite, ma un atto creativo. Abbiamo l’urgenza di percepire il piacere di riformare il nostro pensiero.

“Per una civiltà della Terra” ci offre il bagaglio necessario — agile, solido e rigoroso — per accompagnarci verso questa rivoluzione. Solo riformando i principi di intellegibilità potremo sperare di trasformare il disordine del presente nel terreno fecondo di una nuova civiltà.

Per approfondire:

Ceruti M., Bellusci F. (2026) – “Per una civiltà della Terra” – Aboca Edizioni

https://abocaedizioni.it/libri/per-una-civilta-della-terra/

Raffaele Cariati, insegnante e coordinatore didattico dei progetti “Intercultura per l’università italiana” e “Matematica, una questione di metodo” per Canalescuola. Formatore per i docenti in servizio per Canalescuola – De Agostini Scuola sulla didattica inclusiva e digitale della matematica e delle scienze. Membro del Ceméa France (Centre d’entraînement aux méthodes d’éducation active). Autore di articoli per Educazione Aperta, La Scienza Espressa e la rubrica “Tempo Pieno” di Domani.

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