La ricerca scientifica sotto attacco dalla pervicace disinformazione degli animalisti

Le democrazie compiute si riconoscono da un valore fondamentale: il dovere di informare e il diritto ad essere informati. L’Italia, a ragion veduta, possiamo considerarlo un paese che ha raggiunto, con il sacrificio di tante donne e uomini della resistenza, il faticoso traguardo della democrazia codificata nei preziosi articoli della Carta Costituente. Dopo il ventennio fascista, che aveva annientato la dignità delle persone e limitato la libertà di espressione, le forze progressiste e moderate del paese avevano spinto i padri della Costituzione della Repubblica Italiana a individuare nella libertà di stampa uno dei cardini del nuovo stato democratico. Informare quindi diventa non solo un diritto, ma anche un dovere; ed in questo contesto il diritto di cronaca (o ius narrandi) rappresenta un aspetto peculiare del diritto all’informazione.

Tuttavia, chi fa e “gestisce” il potere dell’informazione ha un obbligo morale importante: raccontare la verità dei fatti senza imporre visioni riduttive e fuorvianti. Quando invece il diritto di cronaca mistifica i fatti e semplifica la realtà diventa pericolosamente disinformazione, la quale è il pasto preferito degli odiatori seriali e dei delinquenti della parola.

Si costruiscono così costrutti mentali basati su percezioni errate o deformate della realtà; pregiudizi e ideologie utili solo per cercare un consenso di opinione. In questo contesto, i costruttori di notizie farlocche usano i mezzi di comunicazione per veicolare delle pseudoverità che alimentano solo l’odio verso chi è ritenuto non funzionale al “senso comune”.

E’ quello che sta succedendo nel campo della ricerca scientifica che fa uso di modelli animali, continuamente sotto attacco da associazioni di animalisti e da chi fa da megafono mediatico ad una pervicace disinformazione.

In particolare, dal mese di giugno, la LAV e altre associazioni animaliste hanno messo in atto una grave e pericolosa campagna di disinformazione nei confronti di un progetto di ricerca del prof. Tamietto, dell’Università di Torino, il quale ha anche ricevuto minacce di morte a causa degli esperimenti che sta conducendo sui macachi per comprendere i problemi visivi dovuti alle lesioni cerebrali. L’Ateneo di Torino, dove lavora il prof. Tamietto, ha più volte ribadito che non è come dichiarato dagli animalisti: “Gli animali non verranno resi ciechi – spiegano -, sarà invece prodotta una macchia cieca, circoscritta ad una zona di pochi gradi del loro campo visivo e limitata a un solo lato. A seguito dell’operazione, l’animale resterà in grado di vedere e spostarsi normalmente nell’ambiente, alimentarsi ed interagire con i propri simili”. Non sono bastati questi chiarimenti e i numerosi comunicati prodotti dall’Ateneo di Torino e dai ricercatori coinvolti nella ricerca a spiegare le finalità e il contesto del progetto per evitare di distorcere la realtà dei fatti. E così, anche un telegiornale del servizio pubblico è caduto nel tranello delle parole: “polemica sulla vivisezione, ad indignare sono una serie di esperimenti su un gruppo di macachi”.

Con quale criterio si utilizza il termine “vivisezione” nel contesto di un progetto di ricerca?

Il rigore nel riportare i fatti e soprattutto l’uso corretto delle parole deve essere alla base di una rigorosa, onesta e non pregiudizievole informazione; questo deve valere per tutti, a maggior ragione per chi fa servizio pubblico. Diversamente si arreca un grave danno allo sviluppo di un sano dibattito pubblico e alla dignità delle istituzioni di ricerca e degli organismi di valutazione e di controllo coinvolti.

E’ bene ricordare che l’Italia è il Paese con la legislazione più restrittiva d’Europa in materia di sperimentazione animale, la quale rappresenta il punto di equilibrio tra progresso scientifico per l’avanzamento delle conoscenze biomediche e delle cure e la tutela e la protezione del benessere animale. Qualsiasi progetto di ricerca che richiede l’utilizzo dei modelli animali, prima di essere realizzato, deve essere valutato e approvato dagli organismi e istituzioni competenti e indipendenti, tra cui il Ministero della Salute, composte da personalità qualificate e con competenze diverse, che valutano tutti gli aspetti tecnico-scientifici, etici e normativi dei progetti di sperimentazione animale.

Presentare la sperimentazione animale come un’inutile crudeltà significa distorcere e falsificare la realtà.

Il termine vivisezione infatti non compare mai né nella Direttiva Europea né nella legge italiana che recepisce tale direttiva (D.LGS 26/2014). Riferirsi ripetutamente a progetti scientifici autorizzati da Unione Europea e Mistero della Salute col termine “vivisezione” è quindi gravemente diffamatorio, come ha recentemente riconosciuto anche una sentenza della Corte di Cassazione (n. 14694 del 19/07/2016).

I tanti giovani, che lavorano nel mondo della ricerca con serietà, competenza e nel rispetto delle leggi e regolamenti e che contribuiscono al progresso culturale e scientifico del nostro Paese, meritano molto più rispetto.

Il progresso della ricerca biomedica per trovare rimedi alle malattie, nuovi farmaci, nonché per fornire le basi del sapere medico e veterinario richiede, in molti ambiti, di ricorrere alla sperimentazione animale.

La sperimentazione animale è perciò l’unico mezzo a disposizione per capire, anche a livello di singola cellula, i fenomeni di plasticità che si verificano in seguito ad una lesione, come stimolarli e orientarli per promuovere il recupero della vista. Attraverso un approccio analogo, oggi possiamo trattare il morbo di Parkinson con la stimolazione cerebrale profonda, o utilizzare la neuroprostetica per permettere ai pazienti con lesioni spinali di tornare a camminare. La sperimentazione animale ha reso possibili progressi medici rivoluzionari come gli antibiotici, i vaccini, i trapianti d’organo, la terapia di malattie come diabete, la depressione, le patologie cardio-vascolari.

L’impiego degli animali per la ricerca, che viene tra l’altro evitato ogni qual volta esistano validi metodi alternativi, è quindi incontrovertibilmente indispensabile per la comprensione e la cura di molte malattie.

“Legalità e rispetto reciproco devono essere la base per un confronto sereno, anche se acceso, su questioni tecnicamente complesse e con delicati risvolti etici come la ricerca scientifica basata sulla sperimentazione animale”.

Chi fa disinformazione alimenta l’odio di chi pensa di diluire la propria ignoranza con le opinioni altrui; e si sa, come diceva Ippocrate, le opinioni generano solo ignoranza.


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Antonio Musarò
Figlio del Salento, abitante del mondo, esploratore della conoscenza. Laurea in Scienze Biologiche, Dottorato di Ricerca in Scienze e Tecnologie Cellulari alla Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso la Harvard University di Boston (USA) dal 1996 al 2000. Attualmente è professore ordinario di Istologia, Embriologia e Biotecnologie Cellulari presso l'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche hanno portato ad importanti risultati pubblicati su riviste scientifiche internazionali tra cui Nature, Nature Genetics, Nature Medicine, Cell Metabolism, PNAS, JCB. Da diversi anni è impegnato nella divulgazione scientifica; è coordinatore delle attività di divulgazione scientifica dell'Istituto Pasteur-Italia ed è direttore scientifico della manifestazione “Festa della Scienza” che si svolge annualmente in Salento (Andrano-LE). Il suo motto: appassionato alla verità e amante del dubbio.

6 COMMENTI

  1. Gentile Nunzio grazie per l’apprezzamento. Il coraggio deriva dal rispetto verso i lettori, che meritano sempre una informazione onesta, corretta e rigorosa.

  2. Una informazione onesta e chiara per un problema complesso che troppe volte è distorto da chi non sa o non vuol sapere o è in malafede

  3. purtroppo l’era della post-verità ha raggiunto anche il campo scientifico e questo richiede sempre di più una vigilanza costante da parte degli stessi scienziati che oggi più che mai devono difendersi fra l’altro dall’ideologia falsamente naturalista che alimenta il cosiddetto ‘senso comune’; come nel passato essi rappresentano un baluardo concreto contro le pseudoverità e per questo sono ritenuti ‘pericolosi’ e come tali combattuti con le armi che si hanno a disposizione. Il tutto poi, in Italia, è aggravato da una ignoranza diffusa sui fatti scientifici che, nonostante gli sforzi di pochi giornalisti e di alcuni scienziati, continua a crescere. Mario Castellana

  4. Caro Rodolfo, la conoscenza delle cose richiede la fatica dello studio e della ricerca della verità. Concordo con te, molti si accontentano delle facili opinioni, altri concorrono a costruire pseudo verità utili solo a distorcere la realtà delle cose, creando una pericolosa disinformazione. C’è bisogno di un ritorno al pensiero razionale.

  5. Caro Mario, hai indicato il problema principale che affligge da sempre i diversi ambiti sociali e politici: la costruzione delle pseudo-verità. Sono sempre più convinto che bisogna ritornare a favorire il pensiero razionale, offrire occasioni di apprendimento dei saperi e insegnare ai ragazzi, sin dalle scuole primarie, l’importanza del metodo e il valore del merito. Concordo con te, gli scienziati, dal canto loro, devono attrezzarsi mentalmente per fare da argine al dilagare dell’ignoranza e del pregiudizio e aiutare società e politica a capire il valore della conoscenza. Martin Luther King diceva che “nulla al mondo è più pericoloso che un’ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa”.

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