Di fronte al dramma degli attivisti della Global Sumud Flotilla in sciopero della fame, le democrazie occidentali scelgono la strada dell’immobilismo diplomatico. Da Molfetta a Bengasi, la richiesta disperata di non essere lasciati soli

Mentre i palazzi della politica e i media generalisti continuano a volgere lo sguardo altrove, in un lembo di terra libico si sta consumando un dramma che interroga direttamente la coscienza delle cosiddette nazioni democratiche e civili. Dieci attivisti internazionali della Global Sumud Flotilla — la “Flotilla di terra” partita con l’obiettivo umanitario di rompere l’isolamento e portare aiuti alla popolazione stremata di Gaza — si trovano oggi reclusi in un “black site”, una struttura di detenzione non civile a Bengasi, sotto il controllo delle milizie della Libia orientale.

Tra di loro ci sono due cittadini pugliesi, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Persone comuni, colpevoli soltanto di aver teso una mano e di aver praticato la solidarietà internazionale in un’epoca che sembra aver smarrito ogni briciolo di umanità.

Un incubo legale e fisico nell’indifferenza delle Istituzioni

Le notizie che giungono grazie ai canali sotterranei della missione e alla disperata opera di sensibilizzazione dei compagni rimasti sul campo, come Sara Suriano, sono drammatiche. I dieci volontari sono entrati nel loro quarto giorno di sciopero della fame e della sete totale. Una scelta estrema, intrapresa per gridare al mondo l’illegittimità di una detenzione prolungata senza sosta di altri 10 giorni, in totale isolamento dal mondo.

Il quadro descritto è inquietante:

  • Assenza di tutela legale: Un processo farsa è già iniziato a Bengasi (con l’assurda accusa formale di “immigrazione clandestina”), ma agli imputati viene tuttora negato il diritto fondamentale di conferire apertamente e privatamente con un legale. Il rischio che dichiarazioni in buona fede vengano strumentalizzate per prolungare la reclusione è altissimo.

  • Salute al collasso: Le notizie parlano di svenimenti, in particolare tra le donne della delegazione, e del rifiuto categorico da parte delle autorità libiche di concedere visite mediche indipendenti. Sono gli stessi medici della delegazione interna, anch’essi debilitati, a dover monitorare i propri compagni in condizioni igienico-sanitarie critiche.

“Ci chiedono di fare pressione, perché ritengono che sia l’unico modo per essere liberati”, racconta Sara Suriano dopo i passaggi formali alla Farnesina e alla Stampa Estera. Una pressione che, tuttavia, dal lato dei governi occidentali latita in modo imbarazzante.

Il silenzio complice delle democrazie

Dov’è lo sdegno delle nazioni occidentali? Dove sono le reazioni ferme del governo italiano e dell’Unione Europea di fronte a cittadini europei privati dei diritti civili più elementari da parte di autorità non riconosciute?

Questo silenzio non è una semplice distrazione, ma una scelta politica. Le democrazie “civili” pagano da anni il prezzo dei propri accordi bilaterali ed economici con le diverse fazioni libiche per il controllo delle rotte migratorie, accettando implicitamente la normalizzazione di abusi, respingimenti e siti di detenzione occulti. Quando a finire in quegli stessi ingranaggi infernali sono degli operatori di pace europei, la diplomazia si fa improvvisamente felpata, timorosa, quasi inesistente, riducendosi a freddi comunicati burocratici mentre i corpi dei detenuti cedono giorno dopo giorno.

Trattare dei pacifisti e dei cooperanti come criminali e “clandestini” è la pietra tombale sul concetto stesso di diritto internazionale. Chi porta cibo, ambulanze e moduli abitativi a un popolo sotto assedio non può essere abbandonato al proprio destino in nome della realpolitik.

L’appello alla piazza: oggi Molfetta si mobilita

Se le istituzioni tacciono o si muovono con colpevole lentezza, tocca alla società civile rompere la cappa di indifferenza. L’appello lanciato dagli attivisti è chiaro e urgente: non lasciarli soli.

L’appuntamento è per questo pomeriggio, alle ore 19:00, a Molfetta, per una manifestazione di solidarietà e vicinanza che vuole stringersi attorno alla famiglia e agli amici di Domenico Centrone e di tutti i detenuti. È il momento di trasformare l’indignazione privata in pressione pubblica. Finché ogni singolo volontario della Flotilla non sarà tornato a casa sano e salvo, il silenzio dello Stato rimarrà una macchia indelebile sulla credibilità delle nostre istituzioni.

Libertà per la Flotilla di terra. Libertà per Domenico, Leonarda e tutti gli operatori di pace.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...