
«Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi»
(lettera che Kafka all’amico Oskar Pollak)
Ultimamente ho avvertito il bisogno di immergermi, quasi d’un fiato, nella trilogia più nota di Franz Kafka: La metamorfosi, Il processo, Il castello.
Qualcuno potrebbe pensare che abbia voluto farmi del male. Si tratta, dopotutto, di opere impegnative, tutt’altro che di evasione. Invece, paradossalmente, mi hanno aiutato a evadere dal terribile quotidiano. Mi hanno costretto a pormi in ascolto di me stesso e del tempo in cui viviamo; un tempo, a ben vedere, non così diverso da quello profeticamente prefigurato dalla penna dello scrittore praghese.
Non vi starò a riepilogare le trame: i lettori appassionati le conoscono già; quelli senza passione fuggirebbero via ancor prima del terzo sorso di questo caffè. Vi dirò, invece, dello sviluppo coerente che mi è parso di intravedere nelle oceaniche digressioni, apparentemente insensate, del visionario Kafka.
Lo riassumerei in tre stazioni: respinto, colpevole, insignificante.
Respinto. Ne La metamorfosi, uno di famiglia – un figlio, un fratello – nel momento in cui cambia aspetto, diventa alieno. Un estraneo, un essere incomprensibile, un problema da nascondere. Un respinto, appunto.
Colpevole. Ne Il processo non c’è bisogno che il rito giudiziario si compia, né che il capo di imputazione venga formulato. Si è colpevoli di esistere. Comunque e a prescindere. Punto.
Insignificante. Se il rifiuto di uno scarafaggio comporta una scelta e se un colpevole deve pur sempre essere indagato, il protagonista de Il castello non è nemmeno degno di questo. K. non saprà mai la ragione della sua convocazione; non interloquirà mai con il potere invisibile che lo assume, lo licenzia, gli cambia mansione, lo ignora. Nulla ha senso, niente ha inizio né fine. Persino il romanzo si adegua a questo destino, restando interrotto a metà frase, volutamente incompiuto. Se tutto è insignificante, anche ogni essere umano lo è. Non si è respinti perché mostruosi, non si è condannati perché rei. Si è, più radicalmente, privati di senso. Letteralmente: insignificanti. That’s it. È tutto.
E così, a lettura conclusa, il pensiero è andato a chi vive ai margini della nostra società, a chi è vittima del pregiudizio, a chi non ha nessuno per cui contare veramente. Ho pensato a chi non è amato. E sono tanti, troppi.
Viene da dire che viviamo in una società profondamente ingiusta. Tanto ingiusta quanto famelicamente bisognosa di reciproca accoglienza, di perdono, di volti finalmente rivolti l’uno verso l’altro. Che poi, a pensarci, è tutto quanto può darci senso, identità e calore. Cura. Sia quel che sia.
«“Cari genitori,” disse la sorella battendo il panno sul tavolo, “non si può più andare avanti così. Se voi forse non lo comprendete, io lo comprendo. Non voglio pronunciare il nome di mio fratello davanti a questo mostro, e dico soltanto: dobbiamo cercare di sbarazzarcene”» (La metamorfosi).
«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina fu arrestato» (Il processo).
«Lei non appartiene al Castello, lei non appartiene al paese. Lei non è nulla. Eppure, purtroppo, lei è qualcosa, è uno straniero, uno che è di troppo e che dà sempre fastidio» (Il castello).




























Anche io la pensavo così, avevo una completa ammirazione per Franz Kafka, mi riconoscevo, anche se solo in parte, nella sua visione del mondo.
Quando il protagonista de “La trasormazione” (traduzione corretta dal tedesco del racconto intitolato, malamente, La metamorfosi), si rende conto di essere uno scarafaggio la prima cosa che gli viene in mente è che non arriverà in orario a lavoro, e questo ci dà un’idea della cura analitica dei condizionamenti umani rilevata da Kafka, tanto per fare un esempio.
Ma… ma leggendo di recente la sua biografia dell’amico Max Brod, mi sono venuti dei dubbi. Il soggetto, persona per bene e corretta, nella sua vita non si è mai legato a nessuno, ha maltrattato, emotivamente, diverse fidanzate, frequentava bordelli (niente di male ma la dice lunga sui suoi rapporti con l’altra metà del cielo), e anche gli amici più cari, come Max che gli ha voluto bene a prescindere, non li metteva mai a conoscenza dei suoi pensieri, delle sue elaborazioni se non a cose fatte. Evidentemente non li riteneva in grado di capire le sue elaborazioni. Figuriamoci con le donne!
Piano piano mi è apparso un individualista presuntuoso anche se educato e gentile.
Uno, cioè, che si è sentito così estraneo al mondo che lo circondava non per la “miseria” che lo contraddistingue (sulla quale all’inizio, molti anni fa, concordavo pienamente) ma per la sua difficoltà a cercare (e poi trovare) negli altri caratteristiche simili, sentimenti analoghi, caratteri comuni invece che differenze alienante
Anche ne “La trasformazione” non c’è un cane che si muova a compassione per questo essere che fino a ieri era un familiare, una persona su cui contare, a pensarci bene. Immaginiamo in una famiglia uno sul quale tutti fanno affidamento si becca un ictus e diviene uno strano essere dall’isola e dal fisico deformi che farfallina ed ha tutti i giorni bisogno di aiuto e di essere compreso in maniera particolare perchè ha esigenze specifiche e invece tutti lo rifiutano.
Non mi pare che sia sempre così come ipotizza Kafka. E se lui l’ha legge così la natura umana forse è quella che gli somiglia di più.
Provate, come riprova, a leggere credo il suo ultimo racconto Giuseppina la cantante.
Qui lui è ormai “maturo” e ciò che scrive è rappresentativo delle sue categorie morali. Ebbene in questo racconto questa donna che se la cava un pò meglio, cantando, delle persone che la vanno a sentire, viene stigmatizzato come il personaggio negativo che non contribuisce cioè al bene della comunità come gli “umili” che la ascoltano estasiati.
Ora in un mondo con tutti i casini che il mondo aveva appena passato, la prima guerra mondiale, e con tutti quelli che gli stavano cadendo addosso, Kafka se la prende con Giuseppina che canta!
Sotto questa ottica anche il resto mi è apparso discutibile: in un mondo alienato, e siamo d’accordo, vedere in quelli come te la causa mi sembra un errore di prospettiva clamoroso, anche se scritto bene, anzi la bontà della scrittura maschera ancor di più il concetto che, per me, è totalmente fuorviante quello cioè di vedere nel tuo vicino un esecutore, un robot incapace di comprendere un suo simile.
E se lui ha avuto la sensazione di trovarsi in una oppressione totale e di essere l’unico a capire avrebbe dovuto adoperare la sua abilità per smascherare i motivi di tale oppressione invece di attribuire la responsabilità ai familiari ne “La trasformazione” e a quella povera donna in “Giuseppina la cantante”.
Sotto questa luce e guardando anche quello che ha combinato in vita, Kafka non mi attrae più come una volta, serve solo a dire come sono bravo io che lo capisco mentre altri si annoiano. È un atto di autocelebrazione, per me per lo meno è stato così, che oggi non mi appartiene, oggi serve capire e costruire collegamenti e sentimenti, non attribuirsi meriti che servono solo a separarsi.
Hanno edito da Einaudi una nuova opera completa con una nuova traduzione delle opere di Kafka. Ho letto qualche prefazione qua e là tutte celebrative e pompose senza alcuna spiegazione, senza un collegamento fra causa ed effetto.
Mi ha dato l’impressione di un mondo, quello della “cultura”, tutto dedito ad autocelebrarsi.
Se qualcuno legge queste righe potrebbe provare a darmi la sua definizione e di cultura. Sarebbe un bel mettersi in gioco.
Saluti a tutti, Patrizio
Grazie per la tua lettura attenta e accurata per quanto critica. Per me la cultura è tutto ciò che un popolo ama (oppure odia), spera (oppure dispera), crede (oppure non crede più) e per cui vive (oppure muore). Mi pare che Kakfa, al di là dei suoi meriti o demeriti, tanto artistici quanto personali, ne offra uno spaccato. Ma questa è solo la mia opinione, evidentemente.
Cultura è saper abitare l’osmosi