
Dialogo tra un prof e un suo alunno
– Prof., che cosa, secondo lei, oggi ci manca davvero?
– È difficile rispondere a questa domanda. Sono tante le cose che ci mancano. L’elenco sarebbe lungo.
– Si, lo so. Ma io vorrei conoscere quella cosa, quella dimensione, mancando la quale manca tutto il resto.
– Su questo hai ragione. Ci sono mancanze e mancanze. Ci sono mancanze che generano altre mancanze.
– Ecco, esatto. Ha colto bene, prof., il senso della mia domanda.
– Beh, allora se ho ben capito, per rispondere alla tua richiesta devo dire che ciò che ci manca è la capacità di andare in profondità. Ecco: ci manca la profondità. e senza profondità non ci abitiamo abbastanza.
– In che senso?
– Vedi, la maggior parte di noi, per abitudine o per noia, vive in superficie. La maggior parte degli eventi che ci accadono e che viviamo noi ci limitiamo a registrarli, a descriverli, a catalogarli, ad accumularli. Bauman dice che siamo “collezionisti di esperienze”.
– Bella questa definizione di Bauman. E le conseguenze?
– Facciamo esperienze, sì, ma rimangono in superficie. Qui viviamo senza capirle e senza capirci, senza che ci resti nulla, e questo vale sia per le esperienze negative che positive.
– Mi faccia un esempio prof.
– Prendi ad es. le esperienze negative. Perché dopo che uno uccide o picchia qualcuno poi non avverte nessun senso di colpa o di ravvedimento? Perché dopo due guerre mondiali così devastanti, sentiamo ancora la necessità di fare una guerra? Ti sei mai chiesto perché tutto questo dolore non ci insegna nulla?
– Eh, prof., lo chiedo a lei…
– Beh, perché non ci entrano abbastanza dentro. Non lasciano il segno. E non ci entrano dentro perché non abbiamo un “dentro”. E non ce lo abbiamo perché nessuno si cimenta a costruirlo. Siamo orfani di interiorità. Siamo orfani di profondità.
– Ma questo, prof., vale anche per le esperienze positive, ad es. come l’amore?
– Certamente. Assolutamente si. Molti ragazzi sono amati, ma non interiorizzano l’amore che ricevono. E senza interiorizzazione, l’amore che ricevono si limita a coccolarli, a viziarli. E se non interiorizzano l’amore che ricevono, difficilmente sapranno amare.
– Ma che cosa ci dona la profondità?
– La profondità ci dona la durata. E’ una specie di memoria. Io la chiamo la “memoria del cuore e della pelle”. Una cosa, un’esperienza, se la interiorizzi ti segna per sempre, non te la scordi più. Diventa parte di te, e, anche dopo tanto tempo, ti parla ancora. E tu rifletti. Ci pensi e agisci di conseguenza. Senza profondità, restiamo ostaggi dell’attimo, del momento presente e dell’intensità emotiva che esso ci offre. Ma il momento passa e la vita continua. Ma tu sei sprovveduto. Sei orfano. L’emozione che hai provato non ha messo radici e non è diventata sentimento e virtù.
– Ma questo vale anche per la fede e l’esperienza religiosa?
– Certo. Anzi vale ancor di più per l’esperienza religiosa che si nutre di interiorità, che cresce solo se va in profondità. Ma su questo ci torneremo un’altra volta, perché il discorso è lungo. E si è fatto tardi.
– Va bene, prof. E grazie.
– Grazie a te. E alla prossima.

























