
Che la cultura della violenza ceda con coraggio il passo alla cultura della pace e che le mani, da strumento di pianto, si trasformino in sorgente di sorrisi, e il pugno in carezza…
L’Anno 2016 si è appena chiuso e il mio pensiero corre lontano e fa memoria degli avvenimenti che l’hanno caratterizzato.
Annus horribilis, per le tristi vicende che abbiamo vissuto: tragedia ferroviaria, terremoto nel centro Italia, violenze perpetrate nel silenzio delle case, immigrati morti in mare e caduti nel dimenticatoio sociale, terrorismo, odio …
Ma anche Annus mirabilis, per le sorprendenti manifestazioni di solidarietà donateci da un esercito di volontari che, con il loro servizio alle vittime delle sciagure, sono diventati artigiani di speranza.
Fra i tanti rumori che si odono nella vita e vitalità della nostra umanità, ve ne uno che non sopporto: il rumore dello schiaffo, gesto che umilia con violenza la dignità della persona.
Lo schiaffo di una politica sempre più affamata di potere e di denaro e incurante delle sorti della gente.
Lo schiaffo di una economia che cammina sulle teste delle persone considerandole pezzi di un meccanismo che deve funzionare al di là di diritti inalienabili di ogni uomo e di ogni donna che nel lavoro devono sperimentare la grandezza della loro dignità.
Lo schiaffo della cultura della violenza che ha preso il sopravvento sulla forza del dialogo e della comprensione …
E lo schiaffo fa piangere!
Cosa dire ai tanti schiaffeggiati dalla vita? Ribellarsi o porgere cristianamente l’altra guancia?
Il mio essere cristiano e prete mi porta a ripetere le parole di Gesù: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt.5,39).
Sì, ma non per ricevere altre percosse, ma per assaporare la dolcezza di una carezza.
E questo auguro a me e a quanti, in vario modo, sono chiamati a servire la felicità di ogni uomo.
Per e da questo nuovo Anno vorrei che quanti sono impegnati nella politica mettano da parte gli affanni del carrierismo e dell’arrivismo, e si prendano veramente e politicamente cura dei destini della gente, accarezzandola con scelte politiche che abbiano al centro il bene delle persone …
Chi vive nella stanza dei bottoni dell’economia locale e mondiale pensi prima a sfamare i tanti affamati, dando loro opportunità di lavoro e di un lavoro dignitoso e poi, magari, si sieda a banchetti luculliani …
Che la cultura della violenza ceda con coraggio il passo alla cultura della pace e che le mani, da strumento di pianto, si trasformino in sorgente di sorrisi, e il pugno in carezza…
Che la pace non sia solo il motivo di una marcia e non abbia il tempo di una Giornata, ma sia per sempre …
Ecco l’Anno che vorrei!























