“Se vogliamo che la psicologia offra qualche apporto significativo alla storia dei nostri popoli […] abbiamo bisogno di riconsiderare il nostro bagaglio teorico e pratico a partire dalla vita dei nostri popoli, dalle loro sofferenze, dalle loro aspirazioni e dalle loro lotte”

Ignacio Martín-Baró

 

Pubblicato in Italia lo scorso 19 marzo, il saggio Psicologia della Liberazione, edito da Bordeaux edizioni, a cura di Mauro Croce e Felice Di Lernia, con uno scritto di Noam Chomsky, porta, per la prima volta nel nostro Paese, alcuni degli scritti più significativi di Ignacio Martín-Baró.

Padre gesuita e psicologo rinomato, unanimemente riconosciuto come il fondatore della Psicologia della Liberazione, muore a 47 anni trucidato dall’esercito salvadoregno la notte del 16 novembre 1989: formatosi nel 1979 in Psicologia sociale e delle organizzazioni all’Università di Chicago, e membro della American Psychological Association, riceverà postumo il Premio interamericano di psicologia della società.

Ignacio Martín-Baró dedicò tutto il suo impegno al tentativo di coniugare la didattica e la ricerca psicologiche con la affermazione della verità su quanto accadeva in El Salvador e negli altri paesi latinoamericani, sottoposti al giogo delle dittature a trazione statunitense.

La sua opera è caratterizzata dalla decisa affermazione della indissolubilità della scienza e della clinica dall’impegno per il cambiamento sociale, un’opera che, come affermato in postfazione da Felice Di Lernia, “è al tempo stesso microscopica e macroscopica: da una parte rende visibile il troppo piccolo e dall’altra rende visibile il troppo grande.”

Lontano dall’essere un testo rivolto alle sole psicologhe e ai soli psicologi, ed essendo un testo di sicuro interesse per tutti coloro che lavorano nell’ambito della cura delle persone e per coloro che si pongono il problema del cambiamento sociale dall’interno e dall’esterno della Chiesa Cattolica, dagli scritti di Ignacio Martín-Baró emerge la volontà di indagare il rapporto tra psicologia, potere e cambiamento (nel 2007, in contesto europeo, si porrà la stessa domanda, in maniera ancora più radicale, Ian Parker, secondo il quale la psicologia si sarebbe addirittura convertita in uno strumento di controllo sociale, in parte integrante della ideologia dominante che rinforza e giustifica i suoi stereotipi e i suoi valori, offrendo come unica soluzione alla felicità del soggetto l’adattamento ad un sistema politico ed economico).

Negli stessi anni in cui Martín-Baró scriveva, si costruivano i movimenti di liberazione all’interno delle diverse discipline in America latina ma anche in Italia: ciò che in Sud America veniva definito di liberazione, in Italia assumeva l’aggettivo di democratico. Nascono proprio in questi anni, infatti, nel nostro Paese, movimenti di critica radicale all’interno della medicina, della psichiatria, della magistratura, delle scienze sociali: prenderanno vita, così, Medicina Democratica, Magistratura Democratica, Psichiatria Democratica.

In quegli anni, emerge una tensione comune nel volgere lo sguardo ai mondi dell’emarginazione, delle ingiustizie e della iniquità dei saperi, verso il finto neutralismo di molte pratiche e, per quanto riguarda il nostro Paese, verso le istituzioni totali, i meccanismi di controllo e di esclusione.

“Nascevano e crescevano in terreno fertile battaglie che hanno trovato una critica comune radicale dei costrutti di molte discipline, e ne hanno smascherato la pretesa neutralità scientifica e spesso anche la funzione esclusiva, escludente ed etichettante” (dalla Prefazione, a cura di Mauro Croce).

Parafrasando Marx, e ispirandosi anche ad Antonio Gramsci (più volte citato nei suoi scritti) e alla sua filosofia della prassi, Martín-Baró scriverà che “è compito della psicologia non tanto quello di spiegare il mondo, quanto quello di trasformarlo”.

Come affermato dagli stessi curatori, la pubblicazione dell’opera di Ignacio Martín-Baró ha pretese culturali ad ampio raggio, tanto da poter essere legittimamente considerate politiche: pretese che vogliono andare al di là della pubblicazione di un libro di psicologia o di storia della psicologia, e che provano a mettere in discussione una certa psicologia e un certo uso della stessa, che ha molte responsabilità sulle spalle.

Esiste, dunque, un continente latinoamericano che, dal Messico fino alla fin del mundo, pensa, elabora, costruisce e applica modelli teorici e operativi di straordinario interesse.

Al lettore, al cultore della materia, al curioso, al militante, a coloro che hanno sete di sapere, non resta che lasciarsi permeare dall’idea che è necessario potere e riuscire nell’intento di abbandonare il proprio eurocentrismo, che sospinge inevitabilmente, quando si tratta di guardare oltre i propri confini, a guardare solo a nord, a parlare inglese.

Valentina Lomuscio