«La parte di vero dietro tutto questo, negata con tanto zelo, è che l’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi se viene attaccata; ma occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressivitàı

(S. Freud, “Il disagio della civiltà”)

Uno dei vanti dell’Occidente è di essere la “culla della civiltà”. Se la cultura ha nel singolo individuo il soggetto di elezione, il soggetto in cui si manifesta la civiltà è un popolo, nella sua vita materiale, sociale e spirituale. Il termine deriva dal latino “civilites” (da civis, cittadino), era la società degli abitanti della città contrapposti a color che vivevano nelle campagne. La parola “villano” è un residuo di questa contrapposizione. A partire dall’Illuminismo il termine civiltà è diventato un sinonimo di progresso.

Alla civiltà si contrappone la “barbarie”, termine che deriva dal latino “barbaries”, sta ad indicare arretratezza e rozzezza, ma anche ferocia, crudeltà, disumanità, comportamenti privi di pietà attribuiti a quei popoli.

Se la barbarie è collocata nel passato, il punto è comprendere cosa caratterizza la civiltà, come si giunga ad essa e come divenga il carattere distintivo di un popolo in un periodo storico.

La civiltà si manifesta nei comportamenti di un popolo, comportamenti che sono inculcati a partire dall’infanzia fino a diventare una seconda natura dei singoli e la cui permanenza è consolidata dagli strumenti di controllo sociale. La civiltà è interiorizzata in un processo che pervade l’intera economia psichica degli individui della società, si incardina nell’autocontrollo, nel contenimento delle pulsioni, nella ragione intesa come strumento per controllare e valutare le conseguenze dei comportamenti. Nel “barbaro” il rispetto delle regole consegue esclusivamente dal timore di rispondere delle violazioni a chi detiene il potere o al più forte che le ha imposte. L’uomo “civile” le ha interiorizzate nel profondo e il pensiero di violarle genera in lui angoscia e questa rivela indirettamente la struttura della società e come essa è stata interiorizzata nella sua psiche. Che la civiltà sia un processo interiorizzato lo dimostra ciò che definiamo con la parola “educazione”. Il bambino prima e l’adolescente dopo giungono a regolare e controllare i propri comportamenti in primo luogo in ragione delle paure suscitate in loro da genitori ed educatori. Sono queste paure a modellare la psiche del bambino e a far sì che il futuro adulto sappia come comportarsi secondo le regole sociali.

Nessuna società può esistere e riprodursi se non è in grado di reprimere e canalizzare le pulsioni, se non è in grado di regolare il comportamento individuale. Tale regolazione avviene prima in forza di coercizioni che sono poi interiorizzate in auto-costrizioni. La civiltà si è edificata sulla rinuncia delle pulsioni, si regge sul mancato soddisfacimento, la repressione e la rimozione delle pulsioni. L’esperienza di vita mostra come basti poco per far sì che queste pulsioni si manifestino. La civiltà si adopera per limitare le pulsioni aggressive tramite la legge, ma può ben poco nei confronti delle manifestazioni più sottili e discrete delle pulsioni aggressive. Un fenomeno comune è il soddisfacimento delle pulsioni aggressive nei confronti di coloro che della comunità non fanno parte.

La rinuncia al soddisfacimento delle pulsioni non trova purtroppo un adeguato corrispettivo nella piena razionalità della società. Le regole sociali sono non poche volte contraddittorie e non eque. Le privazioni ed il peso del lavoro generano angosce. Il timore di perdere il lavoro, di essere oggetto dell’arbitrio dei potenti, di cadere in condizione di povertà, agitano la psiche degli strati inferiori della società. Negli strati medi ed alti vi è il timore di decadere, di perdere prestigio e status, angoscia che si manifesta nelle preoccupazioni dei genitori che i figli conservino e migliorino lo status della famiglia, che non siano in grado di affermarsi nella competizione sociale. Sono altre forme di angoscia, ma che agitano la psiche del bambino sin da piccolo. Da donne e uomini che vivono simili tensioni, spinti a combattersi reciprocamente, non è per nulla scontato che si comportino “civilmente” con i loro simili.

Da non credente, se è possibile fare una sintesi estrema del messaggio evangelico in esso è possibile trovare tutti i caratteri che definiscono la civiltà: l’autocontrollo, il contenimento delle pulsioni aggressive, il rispetto dell’altro in quanto figlio dello stesso Dio, la valutazione razionale delle conseguenze delle proprie azioni sugli altri.

La “civiltà” è il prodotto di un lungo processo storico, non come pensano in tanti ingenuamente una acquisizione definitiva. Come avvenne con il crollo del mondo antico in Occidente la civiltà può dissolversi e regredire alla “barbarie”.

Le forme di coercizione, interne ed esterne, che si manifestano nella “civiltà”, non devono essere date per scontate. Incitare ad una libertà individuale priva di ogni vincolo, manifestare apertamente disprezzo verso il prossimo, esaltare la violenza e la crudeltà, è barbarie e con essa il rischio che quel leggero mantello che è la civiltà voli via. La civilizzazione non è definitivamente compiuta, è un processo in divenire che si regge su fragile equilibrio. Basta poco affinché questo equilibrio si rompa.

Savino Gallo