
Il Consiglio europeo del 21 e 22 marzo ha sottolineato la necessità di aumentare la spesa militare per aiutare Kiev. Un passo ulteriore verso un impegno più massiccio e forse senza ritorno.
Lunedì 25 marzo è stata una giornata drammatica per Kiev, che ha subìto anche l’attacco dei missili supersonici da parte dei russi, più che mai decisi a dare una sferzata importante ad un conflitto che rischia di diventare sempre più minaccioso non solo per il popolo ucraino, dissanguato e allo stremo delle forze, ma per la stessa Europa che, mai come ora, sta piombando nell’incubo di un conflitto nel suo territorio su larga scala. L’attentato di Mosca alla Crocus City Hall di Krasnogorsk non ha fatto che inasprire la posizione di Putin, convinto che, aldilà dell’insistente rivendicazione da parte dell’ISIS che confermerebbe la matrice islamica dell’attacco, ci fosse l’Ucraina dietro al massacro di sabato scorso. Ad agitare le acque ancora c’è stato lo sconfinamento di un missile russo in Polonia per soli trentanove secondi, sufficienti per innalzare il livello di allerta da parte della NATO e a muovere la pretesa di chiarimenti da parte di Varsavia.
La situazione è esplosiva.
L’Unione Europea, soltanto pochi giorni prima dell’attacco al Crocus City Hall, si è riunita in un Consiglio europeo nel quale per la prima volta la “guerra”, parola impronunciabile soltanto pochi anni fa e per la quale è stata costruita un’intesa politica, economica e giuridica senza eguali nella storia del nostro Continente, non è stata un’ipotesi remota, ma più che attuale. Non molto tempo fa, Macron in una foto ha mostrato i muscoli da boxeur, deciso a far capire che sono finiti i tempi durante i quali era disposto a interloquire con l’altro duro della contesa, Vladimir Putin. L’Hexagone sembra più che mai deciso a impegnare anche le proprie truppe in Ucraina.
Ma l’Europa non sembra pronta a questo sforzo immane e senza ritorno, nonostante tutta la carica espressa nelle conclusioni del Consiglio europeo :” il Consiglio europeo sostiene in modo sempre più risoluto l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale. La Russia non deve prevalere.
Data l’urgenza della situazione, l’Unione europea è determinata a continuare a fornire all’Ucraina e alla sua popolazione tutto il necessario sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico per tutto il tempo necessario e con l’intensità necessaria. Il Consiglio europeo invita gli alleati e i partner di tutto il mondo ad aderire a questo sforzo”.
Ferma è la decisione di porre in atto tutte le misure necessarie per fermare le velleità di Putin. Questo si concretizza in un aumento sostanziale per la spesa militare che avrà anche l’appoggio essenziale della Banca Centrale Europea; nel miglioramento delle infrastrutture e della manodopera qualificata che vada a confluire in un’industria europea comune di difesa. Le conclusioni del Consiglio hanno poi sottolineato l’irrinunciabile legame con la NATO, “che rimane il fondamento della difesa collettiva per i suoi membri”.
Alle dichiarazioni ufficiali del documento conclusivo del Consiglio del 21 e 22 marzo hanno fatto seguito le affermazioni dei politici. Non è passato inosservato il richiamo latino dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e la politica sicurezza Josep Borrell: ”Si vis pacem, para bellum”.

La guerra russo ucraina ha dato un’accelerata al progetto di una politica militare comune che spesso dalle parti di Bruxelles cozza con l’eterogeneità dei Paesi europei che, in materia di difesa e di partecipazione a operazioni militari, prendono proprie decisioni. Finora l’UE ha speso solo l’1,2 per cento del PIL per le spese militari, a dimostrazione del fatto che la voce spesa militare rientra in maniera disomogenea all’interno dei 27 Stati. Nella classifica globale del 2022, lo Stato che ha impiegato più il PIL per la spesa militare è stata la Francia (1,94%), mentre la Germania ha speso di più (55.759.747.827 USD). In media gli Stati UE spendono l’1,5 % del loro PIL con l’Italia che è nella media (1,68%).
L’Europa non è del tutto pronta dal punto di vista delle forze in campo, considerando che parecchi Stati hanno sospeso la leva obbligatoria. A livello di forze permanenti sono sempre Germania e Francia che occupano la leadership nell’UE, seppur ben distanti dal resto del mondo.
Da decenni l’Europa è stata educata alla retorica della pace a tutti i costi, della risoluzione delle controversie tramite la diplomazia. La CECA e la stessa CEE, embrione dell’attuale Unione Europea, sono nate per impedire che scoppiasse ancora una guerra nel cuore dell’Europa, dilaniata dai due conflitti mondiali del XX secolo. Sicuramente è mancata lungimiranza e cieca è stata la convinzione che non potesse esserci un ritorno alla guerra nel Vecchio Continente. Una generazione di europei ha vissuto senza sapere che cosa significasse la parola guerra, se non di riflesso, attraverso le esperienze di chi era stato nelle missioni di pace all’estero o nelle notizie al TG. L’UE dovrebbe tornare a ricoprire un ruolo di mediazione, di diplomazia che ha esercitato soltanto in parte, nelle prime battute di una guerra che dai suoi primordi rivelava tutta la sua pericolosità. Ma a Kiev non basta più l’appoggio espresso nell’invio di armi e risorse economiche. L’UE si è convinta che bisogna andare fino in fondo perché “la Russia non deve prevalere”. Ci si convince che bisogna andare fino in fondo alla mattanza e, se è possibile, rievocare gli incubi peggiori del passato, con tutta quella retorica dell’inevitabilità della gguerra. Lo confermano anche le parole roboanti che hanno segnato il Consiglio che si è ormai convinto, scomodando Von Clausewitz, che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. L’opinione pubblica europea non è preparata a questa evenienza, diseducata com’è ad una politica bellica, ma se si vuole la pace, bisogna prepararsi alla guerra, che in realtà pochi vogliono.
























