“Van Gogh Alive – The Experience”, un’esperienza indimenticabile…

Un’auto, quattro amici e tanta voglia di Arte. Comincia così l’avventura del Sottoscritto, insieme a Michela, Nunzia e Donato, alla scoperta del genio di Vincent Van Gogh. Una ricerca sottile, la delicata intrusione nella vita di un artista che conoscevamo poco, ma senza il quale, oggi, non ci sentiremmo emotivamente appagati.

Direzione Bari, Teatro Margherita che, per l’occasione, riapre il sipario dopo 38 lunghi anni di inattività. L’occasione, appunto, quella che, secondo molti, fa l’uomo ladro o, secondo noi, curioso. Una curiosità diversa dalle altre, la missione di una Redazione, Odysseo, intrapresa dall’accredito di un disabile e dall’amore di tre amici che hanno deciso di accompagnarlo.

“Van Gogh Alive – The Experience”, non una semplice mostra, ma il tour introspettivo nell’esistenza di un certo Vincent, un barbuto qualunque divenuto portatore sano di istinti creativi. Le affissioni informative alle pareti colorate sono l’incipit di tutto quello che non sapevamo ancora ci stesse aspettando.

“I girasoli“,“Notte stellata sul Rodano“,“Terrazza del Caffè la Sera“,“Ramo di mandorlo in fiore“,“Notte stellata“,“La Chiesa di Auvers“ e “Autoritratto“, prodromi della riproduzione in scala de “La camera di Vincent ad Arles“, trasposizione in loco di un sogno ad occhi aperti, viatico necessario e propedeutico alla sala proiezioni, la sinestesia di sensi da assaporare guadandoli, scrutando le citazioni del pittore olandese, ascoltando i profumi del suo periodo contadino prima, e francese poi, scavando nell’intimo inconscio di un’anima deturpata e sola, un Ego spropositato e mutilato ad un orecchio, un amico particolare, quel Gauguin che seduce e abbandona, litigi raccontati sulle rive di fiumi di inchiostro epistolare scambiatosi con suo fratello Theo, meno geniale ma non per questo più equilibrato.

Gli equilibri in sala sono labili, la pelle d’oca viene mitigata dal calore di condizionatori che accolgono i visitatori, mettendoli al riparo da refoli di vento dicembrino. Nunzia, la Prof, si attarda con meticolosa attenzione, Donato scatta foto rigorosamente senza flash, Michela ed io troviamo conforto su una panchina antistante uno schermo colmo di parole penetranti. Fino a quando, inebriati da visioni quasi mistiche, non ci abbandoniamo ad un cambio di prospettiva. La panchina di fronte ci arride con voluttuoso richiamo, ci accomodiamo alzando gli occhi al cielo per rimirar le stelle, spazio infinito di nozioni, le nostre, limitate ma, in quel momento, senza tempo.

Resteremmo lì per ore, ma l’orologio corre, l’orario di chiusura, le 22.00, scandisce con puntualità la fine di un appuntamento che non potevamo perderci. La sete di conoscenza fa il paio con la fame soddisfatta da un panino ripieno di cotoletta e pomodori, tutto ovviamente di plastica.

I minuti passano, un aereo sta per atterrare, Mariella ci aspetta. Ci racconta il suo viaggio d’amore, noi la nostra avventura.