Un hobby che si trasforma in un’avventura imprenditoriale, propulsiva per l’economia del Mezzogiorno d’Italia. Odysseo aveva già capito…

Marco e la vela. Lo conoscesti circa cinquant’anni fa, a casa sua, dove suo padre stava provando un giradischi dall’acustica raffinata. Era ritornato quella sera, con una gran fame, assieme a suo fratello Giovanni, dalla lezione di musica e di corsa con grande avidità si gettò sulla frutta, facendo fuori quasi un casco di banane.

Lo rivedi oggi, assieme a sua madre, Franca, salita tanti anni fa sul pullman che portava lei, segretaria e te, docente alle prime armi, alla Scuola Media di San Ferdinando.

Affabile, scanzonato e… amante del mare. Non s’inganna la Lega Navale di Barletta, quando recita “Chi ama il mare è un uomo libero”. Un amore viscerale che lo porta a respirare a pieni polmoni la libertà, ad accudire il mare e, col tempo, a diventare un piccolo armatore.

D’estate, al mare, si intratteneva con gli altri bambini a costruire castelli di sabbia, ma soprattutto prediligeva raggiungere la battigia della spiaggia di Levante e, lasciandosi cullare dalla musica delle onde di risacca, volgere lo sguardo all’orizzonte. Immaginava di salpare e viaggiare lontano su quella sterminata distesa azzurra, verde o turchese, di giorno, livida e scintillante di notte. Se, poi, qualche peschereccio si avvicinava alla riva, saltellando gli andava incontro, e tempestava di domande i pescatori.

Quando, all’orologio della sua vita scoccarono, gli undici anni, Marco, che per il suo cognome “Oliveto” avrebbe dovuto vegetare in campagna, aguzzò le orecchie alla notizia fornitagli, quella benedetta mattinata piena di sole, dai compagni di classe, di un corso per vela. Si precipitò a casa, inciampò, sbucciandosi un ginocchio, e si rialzò lestamente senza curarsi della ferita. “Non se ne parla proprio!” decretò sua madre, che di consueto era solita dialogare e comprendere le esigenze dei figli.

Il marmocchio non s’impuntò capricciosamente, né volle elemosinare il suo diritto di essere se stesso nelle scelte. Ricorse all’astuzia, per conquistarlo. Da quel giorno, infatti, cominciò a svolgere i compiti con amici che frequentavano il corso di vela, rivolgendo loro mille domande. Riuscì, persino, con la complicità dell’amico di cuore e dell’istruttore, che leggeva i suoi voraci occhi, a pilotare l’imbarcazione spinta dall’irrompente vento.

Congiuntamente, prese a leggere con avidità tutti i libri, che avevano come ambientazione il mare, proiettandosi nei panni degli intrepidi protagonisti, e studiare i più svariati manuali di tecnica di costruzioni navali.

Quando, poi, gli capitava sotto gli occhi un foglio bianco o una superficie invitante, la sua mano, veloce, tratteggiava non solo velieri attualmente in commercio o di epoche passate, ma si cimentava a progettarne di suoi, con una fantasia ed una perizia incredibile.

Divenuto adolescente, Marco investì tutti i risparmi, pervenutigli da due stagioni di faticoso lavoro da bagnino, nella costruzione della sua prima imbarcazione. La madre lo guardava trepidante, ma non lo ostacolava, mentre lui affondava l’ascia nel legno. Questa volta, vista la sua furente passione, non intendeva minimamente ostacolarlo o boicottare il suo sogno. Finalmente arrivò il giorno del varo, l’imbarcazione, a remi ed a vela, prese il largo e resse bene il mare, anche se la forma presentava delle sbavature.

Piacevano le ragazze  al giovane pirata, ma invece di andare in giro con la macchina per qualche passeggiata d’amore, le invitava sull’imbarcazione che aveva costruito e, issate le vele, prendeva il volo, scivolando sulla tavola d’acqua ninnante, lontano dai guardoni di terra, ma osservato curiosamente da delfini e pesci azzurri che si chiedevano come mai quei due passeggeri invece di lanciare l’amo, si azzuffavano tra di loro, favoriti anche dall’ondeggiare che li costringeva a rotolarsi sul fondo dell’imbarcazione.

Quando decise di metter su famiglia, accarezzò l’dea di realizzare un’imbarcazione di consistente stazza che potesse ospitare comodamente la consorte ed i figliuoli, un natante, insomma, che gli permettesse di raggiungere facilmente le coste della Turchia, ma anche di infilarsi tra i fiordi della Norvegia.

Il pensiero corse al trimarano, una barca tipica dei navigatori della Polinesia avvezzi a trastullarsi, per gli spostamenti, con le onde lunghe del Pacifico. Tre anni di lavoro materiale da carpentiere, oltre ad un anno di ideazione e progettazione, robusto impegno profuso, non appena i computer dell’azienda smettevano di relazionarsi con il mondo

La notizia si sparse a Bari tra gli amatori del settore ed arrivò alle orecchie di Cosma, un insegnate di storia del cinema, che coltivava mille passioni. Si precipitò subito nel cortile della casa di Marco, trasformata in un cantiere navale. Là, portò anche la sua barca per dei rimaneggiamenti e dopo alcuni giorni si presentò con un amico, Angelo, animato dalla stessa passione. Ne nacque uno splendido sodalizio che continua a sprizzare fervida vita.

Siccome l’appetito viene mangiando, in una delle varie chiacchierate maturò l’idea di realizzare una barchetta a vela. Il pensiero corse ad una piccola imbarcazione inglese di legno il “Tender”. Di esperienza e di conoscenze teoriche ormai, i tre armatori ne avevano accumulato a iosa.  Avvertirono l’esigenza di realizzare un veliero che abbattesse i costi di rimessaggio, si trasportasse con facilità ed affrontasse il mare con disinvoltura. Nacque così il “paper8“.

Stringi la mano per la prima volta alla piccola imbarcazione, innovativa, realizzata con pannelli di legno, al Salone della Nautica a Bari. Non ti sembra vero che in un attimo la si possa piegare su se stessa, occupando un ridottissimo spazio, e trasportare persino su una piccola Fiat 500. Non lascia scie di carburante dietro di sé. Più sicura di natanti realizzati con altro materiale. Non disturba la fauna ittica, richiede appena 33 chili di materiale per realizzarla. Durevole nel tempo, timidamente suggerisce una leggera manutenzione. Stabile per la forma ed il peso contenuto. Niente è, poi, superfluo, si confà con la sua sobrietà al tuo stile di vita. Assurge, persino, ai tuoi occhi come la metafora di un rapporto corretto con la natura.

Vi siete piaciuti, è nata una simpatia. Palpita ora il bisogno tra lei e te di un incontro empatico, nel quale lei non si senta oggettivata, emerge l’esigenza di approfondire la conoscenza reciproca, in profondità, di realizzare una relazione coinvolgente ed arricchente. Perciò, concordate, senza parlare, semplicemente guardandovi, toccandovi, di dar vita ad una scorribanda, in piena libertà, con i vostri ritmi naturali, in un rapporto con gli elementi della natura: sole, aria, acqua e, come valore aggiunto, la voglia di libertà e lo sviluppo di un’amicizia autentica con gli altri occupanti. Fino a quattro.

Ebbene, la settimana seguente, raggiunta Mola, dove il “paper8” riposa sornionamente, accovacciato sotto il trimarano, in men che si dica, si scrolla di dosso il torpore dell’attesa e ti viene incontro, saltellante su un minuscolo carrellino.

In un batter d’occhio, vengono issate le vele. Non c’è fretta nei movimenti di Marco, i suoi gesti misurati e rilassanti fanno pregustare l’esperienza in arrivo.  Indossate le ciambelle di salvataggio, e…via con il vento in poppa. Scivolate, silenziosamente, fendendo le spumeggianti onde, senza essere assordati dal rumore del motore.

Vi sentite protagonisti dell’avventura, dovendo non solo gestire la barra ma anche dirigere le vele, assecondando l’afflato del paffuto Eolo. Spiccata è la capacità di tenuta del mare, caratteristica ereditata dal Dinghy Mirror, inglese, al quale si ispira. Vi guardate intorno, il cielo è azzurro, l’acqua trasparente vi offre i fondali con il suo paesaggio lussureggiante di alghe, abitato gente guizzante, organismi che affondano nella coltre di sabbia ed altri che si spostano con i tentacoli o con aculei.

Marco ti cede il timone e ti indica, nello scrosciare delle onde che irrompono sui fianchi dell’imbarcazione, la meta da raggiungere, un natante rosseggiante che si dimena, beccheggiando all’orizzonte. I tuoi primi tentativi sono maldestri, ma presto con un po’ di pratica tieni abbastanza dritta la barra, come vorresti fare con la tua vita, anche se non sempre ci riesci, fino ad arrivare quasi in prossimità del veicolo che ora, da vicino, si presenta con le sue fattezze, gremito di vita, indaffarata.

Il mare non accenna a darsi una tregua, gli spruzzi d’acqua salata ti stanno benedicendo abbondantemente, ma non ti preoccupi più di tanto perché ti è stato suggerito di portare con te un cambio di indumenti ed un altro paio di scarpe.

Il sole ha già fatto un bel tragitto in cielo, la costa a mala pena si intravede attraverso un velo di foschia. Si respira un’aria da sogno e si avrebbe voglia di godersi quella meraviglia della natura, abbandonando la frenesia e lo strepito di tutti i giorni. Urge, però, ritornare!

A mettere mano alle vele provvede Marco e, con grande sorpresa il vento che prima vi portava verso l’orizzonte, ora spinge in senso contrario, avvicinandovi alla costa rocciosa. In un baleno, toccate terra ed in men che si dica, il paper8 si acciambella, soddisfatto, sotto il trimarano, alquanto crucciato per non aver partecipato alla passeggiata.

A giugno, nei pressi di Vieste, nel Gargano, ci sarà al resort “Gattarella” una rimpatriata di tutti quelli che già hanno acquistato l’imbarcazione a vela.

Considerando che, data la bassa stagione, i costi del soggiorno per cinque giorni, sono contenuti, hai deciso di sperimentare, per un periodo più consistente, il tuo rapporto con il mare, e di approfondire l’amicizia con il paper8 che, non impattando minimamente sulla fauna e flora marina e sulla qualità dell’acqua, si prospetta come l’imbarcazione da diporto del futuro. Quando, presumibilmente, a produrre saranno soprattutto i robot e… gli uomini avranno più tempo per la cultura ed il sano divertimento.

Là, in quel luogo incantevole che catturò Diomede, di ritorno da Troia, non solo potrai solcare il meraviglioso mare, guardando da una prospettiva diversa il promontorio, ma fraternizzare amabilmente con tutti i partecipanti di ogni età e regione. Potrai, persino addestrarti, sotto la guida di valenti istruttori di vela su una delle imbarcazioni della flotta. È proprio bella la vita!


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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.