dav

Settembre è arrivato…

Qualche settimana fa ho ritrovato in giardino, a terra, un piccolo nido di passeri, intatto e vuoto. Mi ha impressionata: il vuoto non è semplice da contemplare, nell’era del tutto poi. Lo ammetto: l’ho conservato e ogni tanto vado a guardarlo. Mi fa bene. E mi fa riflettere sul concetto di vacanza.

Settembre è arrivato e chissà se la canzone de Lo Stato Sociale non sia la più adatta a dar voce ai tipici sentimenti di fine estate. Io spero che abbiate riposato abbastanza e affrontato coraggiosamente la sfida estiva del tempo vacante. E si, ci vuole coraggio per stare in vacanza. È un’arte pure quella, poco legata ad eventuali partenze materiali.

Perché vacanza è, più che altro, smettere di produrre. È lasciare incustoditi tutti gli orologi. È fermarsi a riflettere. È concedersi il lusso dell’essenziale. È gustare il silenzio e la noia.

In questo senso l’estate potrebbe dettare un paradigma convincente per affrontare la quotidianità tutta. Almeno una volta al giorno, ad esempio, bisognerebbe annoiarsi. Pare faccia bene anche ai bambini, soprattutto a quelli oberati di impegni, chiamati a dare sempre il massimo per riempire i vuoti di una generazione di “adultescenti”.

Una certa cultura religiosa, poi, ha peggiorato le cose. Tempo fa ascoltavo un’intervista imbarazzante ad un tipo che diceva di odiare la parola “vacanza”: «l’ozio è il padre dei vizi». Una concezione di vita cristiana (si spera) sorpassata, costruita su un’etica rigida, efficientista, disumanizzante. Come si può pretendere di educare alla fede condannando uno dei diritti più sacri?

La questione, che ispiri un sermone o un planning familiare, è la medesima: bisogna produrre, sempre. Ci sentiamo vocati ad un’eterna corsa, siamo incapaci di ri-creazione, magari attorno ad una tavola a sera, quando giocoforza bisogna rincasare. Macché, anche allora qualcosa da fare ce la inventiamo. Tutto pur di dimostrare che non abbiamo bisogno di fermarci. Perché fermarsi fa paura. Si corre il rischio di incrociare gli occhi puri delle persone affidateci, che ci smontano castelli di alibi e ci ricordano quanto siamo inadempienti verso l’essenziale, verso quei riti che quotidianamente chiedono di essere celebrati in cambio del gusto della vera libertà.

Non sto proponendo l’assurdo ritorno ad un passato bucolico e (forse) più semplice; né la rinuncia a coltivare come si deve il lavoro e le proprie passioni. Credo, semplicemente, che ogni agenda sia suscettibile di qualche cancellazione: qualcosa di troppo c’è nei nostri programmi quotidiani. Anche nel lavoro più oneroso c’è sempre un modo per stare in vacanza almeno un’ora al giorno, basta volerlo, «basta mettersi accanto invece di stare al centro», come canta Cristicchi (per restare in tema di canzoni).

Sì, nella vita è un diritto e un dovere coltivare spazi vacanti; come i campi che, lasciati a riposo per un po’, producono meglio. È una follia riempirsi di cose da fare, che parte dalla pretesa di sentirci sempre colmi di certezze fino all’orlo. Così, però, si finisce con uno stile di vita ad uso e consumo. Persino quando qualcosa ci ha scavato nel profondo, dovremmo accogliere quel senso di vertigine senza pretendere dagli impegni o dagli altri continue compensazioni. Nessuno è chiamato a tanto. È un onere eccessivo che impoverisce, nell’illusione paradossale di volere cose inutili e di potere e di dovere, invece, rinunciare a cose essenziali.

Nemmeno Dio pretende tanto. E dovremmo benedire se nella vita di fede sperimentiamo l’assenza; le presenze ingombranti non sono da Lui. Quel Dio che sa distinguere il momento di lavorare da quello per riposare. Quel Dio che certamente gioisce nel vedere i propri figli ristorarsi dalle fatiche in famiglia e tra affetti sinceri, in estate e in inverno, in quegli spazi non facili da gestire. Perché senza la tabella di marcia ci si sente smarriti; ma è solo nel vuoto che accadono le cose più belle: l’eco, il volo, la distanza che salva dall’essere fagocitati e assicura a ciascuno il diritto di essere e di diventare se stesso.

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

leggi gli altri articoli di controsenso


FontePhoto credits: Michela Conte
Articolo precedenteCome nasce la vita? Tra dolore e amore
Articolo successivoCOMBATTUTA ED AVVINCENTE: ECCO LA NUOVA SERIE A!
Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.