Essere Curdo. Il più grande popolo senza Stato, tradito dalla storia, un libro di Shorsh Surme e Lorenzo Guella

L’immagine che subito mi cattura mentre rigiro tra le mani l’agile volume che Shorsh Surme ha scritto insieme a Lorenzo Guella, è quella del volto sorridente di un amico: sorride ma, a guardar bene, dietro il sorriso s’intravvede un’ombra di malinconia.  E subito mi sorprendo a fantasticare. Da quanti anni lo conosco! Tanti, tantissimi, quasi una vita. Per lui, arrivato giovane in Italia, nel 1983, per sfuggire all’ecatombe di giovani durante la guerra Iran-Irak negli anni ottanta, il tempo di studiare, diventare adulto, costruirsi un lavoro, formare una famiglia con Lana e i tre figli, seguiti con premura, aiutati a sentirsi a casa qui in Italia, senza urti. Per me, un tempo in cui il Kurdistan ha il suo volto, la sua passione, il suo impegno, nel giornalismo scritto e parlato, e non solo. Da lui ho imparato a conoscerli, i Curdi, e anche ad amarli: attraverso i suoi poeti, i suoi cantanti prima, e poi attraverso i militanti che, provenienti da vari paesi dell’Europa, lui, Shorsh, mi ha fatto incontrare. Questo per dire che il Kurdistan, così disperso, eppure così unito nella sua lotta, non è stato mai un’entità geografica, un groviglio insolubile di problemi, ma prima di tutto uomini che amano, soffrono e combattono, talvolta anche si combattono, con i quali confrontarsi, discutere, durante incontri, tavole rotonde, spettacoli. Sì, spettacoli, perché il Kurdistan profondo me l’hanno svelato gli artisti che ho incontrato, i poeti che ho avuto il privilegio, la gioia di poter tradurre con l’aiuto di chi la lingua curda la conosceva molto bene, e l’amava. Penso alla sapiente e anziana Joyce Blau, decana degli studi curdi in Europa, docente di lingua e cultura curda presso l’Istituto Nazionale di Lingue e Civilizzazioni Orientali di Parigi, traduttrice di poeti, instancabile ambasciatrice dei Curdi perseguitati e esiliati. Dietro modi calmi e garbati ha celato per anni una militante impegnata in tutti i conflitti del secolo scorso: Algeria, Israele, America latina, Kurdistan… La rivedo nella sua casa parigina mentre mi introduce all’uso del computer negli studi linguistici.

Ma ora basta con i tanti fantasmi, i molti ricordi: se ne stiano buoni, nel fondo più fondo dell’essere, dove si costruisce il meglio di noi stessi. Dunque, eccolo il piccolo libro di Shorsh: Essere Curdo. Il più grande popolo senza Stato, tradito dalla storia (Book/Sprint Edizioni, 2020). Già nel titolo c’è l’enunciazione d’un destino paradossale. Paradossale, perché un popolo numeroso, con un territorio potenzialmente vasto, ricco di risorse, con una lingua, una storia, una cultura, si è trovato, si trova, penalizzato dal peso e dai vincoli di una geopolitica che si è edificata sulle macerie del colonialismo europeo e occidentale (in particolare inglese e francese).

Quanti popoli, più piccoli, con minori risorse, nel secolo scorso sono riusciti a costruire una unità, magari con lacerazioni, a dare forma a uno Stato, magari attraverso tentativi ed errori! Il paradosso, occorre ripeterlo, risiede proprio nel fatto che, con una situazione ricca di tutti i punti di forza per costruire uno Stato, i Curdi si sono ritrovati a fare i conti con gli Stati (Turchia, Iraq, Siria, Iran, Armenia) che li circondano, e che, con il beneplacito delle potenze occidentali, si sono accaparrati ognuno un pezzo più o meno esteso del suo territorio, dove le molte risorse, in particolare l’abbondanza di petrolio, nel Kurdistan iracheno, è stato ed è causa di conflitti.

Come ciò sia potuto avvenire, e attraverso quali vicissitudini e sofferenze, è la materia viva, bruciante, narrata nel libro, che però fa spazio, quasi per metà delle sue pagine, anche alla vita vissuta dell’autore, che le sofferenze e vicissitudini del Kurdistan ha patito sulla propria pelle, sulla pelle dei propri cari, genitori e fratelli, amici.

La parte storica, dopo un utile excursus sul periodo antico e medievale, durante i quali le popolazioni curde sono preda di lotte intestine, fa ampio spazio, come è giusto, alla storia più recente, drammatica e dilaniata, che ha fatto seguito al disfarsi dell’impero ottomano nella prima guerra mondiale. Questa storia, che viene ricostruita con l’aiuto della migliore ricerca estera e italiana (penso tra gli altri a Mirella Galletti, una storica che ha fatto della ricerca un servizio senza rinunciare al rigore), va letta per intero e non starò certo a riassumerla, magari imbrogliandola, perché mi preme, invece, soffermarmi sulla vita vissuta. Una vita che ha contribuito a fare di Shorsh l’uomo mite che è, dialogante, instancabile nell’accorrere là dove lo chiamano per dire, con una voce in cui si ritrova l’accento della sua lingua, chi sono i Curdi, cosa hanno fatto di loro i dittatori che si sono avvicendati negli Stati (Turchia, Siria e soprattutto Iraq) nei quali essi si trovano dispersi; per protestare e richiedere con forza il rispetto dei diritti umani; per raccontare e informare su una storia fatta di sopraffazioni, persecuzioni, sradicamenti, torture, uccisioni di massa, con largo uso di armi chimiche, supplendo con una pazienza infinita alle colpevoli falle di un giornalismo distratto e superficiale.

Shorsh (il nome in curdo vuol dire rivoluzione), nato e vissuto per una parte della sua vita a Erbil, nel Kurdistan iracheno, si sofferma, nella parte centrale del libro, sul racconto dettagliato, atroce, insopportabile, delle ripetute persecuzioni, sui massacri sistematici a cui i Curdi sono stati sottoposti nel corso della loro storia. Questa costante della storia curda, letta alla stregua di una tragica successione di genocidi, suggerisce a Shorsh di abbozzare una fenomenologia del genocidio per interpretare questa tragica ricorrenza. E lo fa avendo presente lo studio fondamentale del giurista Raphael Lemkin che ne 1944 ha coniato il termine genocidio per designare gli atroci crimini contro l’umanità.

A un certo punto, nella seconda metà del secolo scorso, e più specificamente dal momento in sui Saddam Hussein arriva al potere con l’appoggio del partito Ba’th , la grande storia interseca la storia della sua famiglia perché il padre Aziz, dirigente del Partito democratico del Kurdistan e guerrigliero, incessantemente ricercato, impone a moglie e figli di condurre una vita errabonda e travagliata. Una famiglia, la sua, dove la cura e la salvaguardia dei figli ricadono sulle spalle della madre, una vera e propria madre coraggio, che si sposta trascinando appresso i figli da una località all’altra, dalla città insicura alle grotte nelle montagne, dove si patisce il freddo, si soffre la fame, si è incessantemente braccati. Queste sono senz’altro le pagine più toccanti.

Nelle ultime pagine, a conclusione del dolente racconto, Shorsh riporta la commovente lettera di un giovane combattente morto durante la conquista della città di Karkur all’epoca della rivolta del 1991 dove la repressione fece migliaia di morti e un numero imprecisato di dispersi. Leggendola ho subito pensato alle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Nelle ultime righe, prima di rivolgersi ai tre figli, sfatando la leggenda del Curdo solo guerriero, amante del combattimento, il giovane scrive: «L’unica possibilità che abbiamo è continuare a combattere per la nostra legittima difesa e Dio sa che noi non amiamo il corpo snello del fucile». Nella frase ho avvertito subito l’eco d’un verso. Sepolta sotto una montagna di fotocopie (da cui un giorno o l’altro usciranno anche il documento di fondazione dell’Associazione per i diritti del popolo curdo e la lettera d’augurio del presidente Barzan, figura storica della resistenza curda), ho miracolosamente ritrovato l’umile dispensa in cui, molti anni fa, avevamo riunito un mannello di componimenti poetici curdi: non mi è stato difficile ritrovare la poesia di Abdullah Peshew che nell’incipit recita: Dio lo sa che non l’amo, / io, la taglia snella del fucile… Non è solo una felice coincidenza, ma la prova di quanto i poeti siano amati dai Curdi e quanto abitino il loro immaginario.

***

Qualche giorno prima del lokdown, Shorsh ci ha invitato a cena. Lana, la moglie, sociologa, giornalista e madre, ci ha accolto sorridente, portando in tavola, dove siedono anche i figli e un amico, alcuni piatti tipici del Kurdistan. Suo marito, che segue una dieta, con voce flebile ma contenta, li ha illustrati con note di folclore. Poi abbiamo parlato, a lungo, senza remore, delle cose che scaldano il cuore e di quelle che lo inquietano, semplicemente, da uomini.

Un auspicio: questo libro sia un assaggio, una sinossi in vista di un più vasto libro di memorie a venire. Shorsh scriva la storia dei Curdi attraverso la storia della sua famiglia: lo deve al nonno, che gli ha regalato perle di saggezza, alla madre che si è spesa fino allo spasimo per i figli, al padre Aziz, militante, combattente fino a morirne, al fratello minore, strappato ai banchi di scuola e sbattuto in trincea nella maledetta guerra del Golfo. Lo deve a tutti i ragazzi venuti bambini o nati in Italia da genitori esuli, perché non dimentichino le sofferenze da cui provengono. In questo modo originale darà compimento a quella rivoluzione che è iscritta nel suo nome e ispira la sua vita.


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Domenico Canciani
Domenico Canciani ha insegnato Lingua e civilizzazione francese nell’Università di Padova, occupandosi di Minoranze, storia intellettuale nella Francia del XX secolo e nel Maghreb, dei temi del dialogo interreligioso curando gli scritti di Louis Massignon (L’ospitalità di Abramo. All’origine di ebraismo, cristianesimo e islam, 2002; La suprema guerra santa dell’islam, 2003). Da anni si dedica allo studio della vita e del pensiero di Simone Weil, pubblicando articoli e monografie. Nel 2012 il volume Simone Weil. Le courage de penser, sintesi delle sue ricerche, ha ricevuto il Prix Biguet de l’Académie Française. Con Maria Antonietta Vito ha avviato una sistematica traduzione e cura di molti scritti della pensatrice francese.

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