“Alle Fosse Ardeatine c’è mio padre, ma c’è un bambino di 14 anni, ci sono dei sacerdoti, operai, impiegati, militari, carabinieri. Le Fosse Ardeatine sono il simbolo della tragedia italiana perché lì si è radunato tutto, tutti sono stati rappresentati, non è stato altro che il simbolo di quello che succedeva intorno”

(Vera Simoni, figlia del generale Simone Simoni, ucciso alle Fosse Ardeatine)

 

Da Claudia Capurso, studentessa della 5E del Nuzzi, riceviamo e pubblichiamo:

23 marzo 1944. Una carica esplosiva, nascosta in un carretto, esplode in via Rasella a Roma. L’attentato, organizzato da un gruppo di partigiani dei G.A.P, causa la morte di 33 soldati tedeschi del reggimento Bozen e numerosi feriti. La rappresaglia dei tedeschi non si fa attendere. Per ogni tedesco morto 10 italiani, scelti tra i detenuti politici e comuni di Regina Coeli e del carcere di via Tasso, saranno uccisi il giorno successivo in una cava sull’Ardeatina.

Per occultare l’accaduto i tedeschi faranno anche esplodere delle mine con il conseguente crollo delle cave.

“Giustizia è stata fatta” – annunciò il comunicato Stefani del giorno 25, invitando i responsabili dell’esplosione a costituirsi anche se 335 italiani (5 in soprannumero) erano già stati segretamente uccisi. Solo a distanza di diversi mesi emergerà l’amara verità.

Kappler, il comandante tedesco che aveva ordinato l’eccidio, fu condannato all’ergastolo per aver fatto fucilare cinque persone in più rispetto all’ordine ricevuto e per la crudeltà utilizzata verso le vittime.

Oggi sul luogo dell’eccidio sorge un mausoleo dedicato e in via Rasella, dove avvenne l’attentato contro i tedeschi, i palazzi recano ancora tracce delle esplosioni.

Il fatto di dare la morte, di distruggere, è una cosa che distrugge te stesso, ogni volta ti leva un pezzetto” (Carla Capponi).

L’eccidio delle Fosse Ardeatine diventerà nel tempo il simbolo dell’efferatezza dell’occupazione nazista di Roma e nel giorno del suo anniversario rivive nello spettacolo “Testimone donna” attraverso i racconti di sette testimoni, a cui le studentesse del Liceo Scientifico Nuzzi prestano la loro voce.

Una storia tutta al femminile quella raccontata sulla scena e tratta dalle interviste raccolte dallo storico Alessandro Portelli: partigiane e parenti delle vittime si confrontano riportando ciascuna il proprio punto di vista e permettendo allo spettatore di ricostruire attraverso i loro frammenti di vita quelle ore, quei giorni trascorsi nel dolore e gli anni successivi all’eccidio.

Eroine che hanno vissuto in prima persona quegli eventi, come le ragazze dei G.A.P, Carla Capponi, vestitasi di una freddezza necessaria alla guerra civile che attraversava Roma all’epoca, Lucia Ottobrini che non vuole fare l’eroina né vantarsi del suo operato, Marisa Musu, energica e quasi insensibile di fronte alla morte. E poi ci sono donne anonime che si sono trovate coinvolte o hanno semplicemente sentito raccontare quegli eventi: Ada Pignotti che rimase vedova a soli 23 anni; Gabriella Polli, figlia di Domenico Polli, perse il padre ancora neonata; Vera Simoni, figlia del generale Simone Simoni, pluripremiato per le sue imprese nella prima guerra mondiale, anche lui vittima dell’eccidio; Liana Gigliozzi che si è battuta al processo contro Kappler e Prieblke, gli ufficiali tedeschi responsabili della carneficina.

Una storia cruda, volta a ricordare una terribile strage per molti anni occultataUna storia che gli alunni della 5E del Nuzzi, guidati dalla loro docente di lettere, la prof.ssa Angela Di Franco, e coadiuvati dal prof. di storia, Leonardo Fasciano, e dalla prof.ssa di disegno e storia dell’arte, Stefania Mazzilli, ci hanno voluto raccontare.

Appuntamento al 24 marzo, ore 18.00, presso l’auditorium “Michele Palumbo”, Liceo Scientifico “R. Nuzzi”, via Cinzio Violante 18, Andria.


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