La relazione della prof.ssa Annalisa Caputo, docente di Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e la Facoltà Teologica Pugliese, chiude la XX Settimana di San Tommaso: La fatica e la bellezza delle relazioni per riconoscersi come comunità

Prof.ssa Caputo, qual è la fatica delle relazioni?

Le relazioni sono faticose proprio perché sono belle, perché anche l’altra parola che è nel titolo del mio intervento, bellezza, è decisiva, nel senso che è subito evidente come le cose che sono per lo più preziose sono anche le più fragili e quindi sono anche le più faticose da costruire a livello immediato. Inoltre, la fatica della relazione è sostanzialmente la fatica dell’identità: si parte dall’essere se stessi fino in fondo, con tutte le proprie paure, con le ricchezze e i limiti che ci costituiscono.

È noto che Bauman abbia definito la nostra modernità come liquida. Ma è veramente possibile vivere senza legami persistenti e duraturi?

No, ma io credo che anche nella società liquida in realtà ci siano relazioni: relazioni liquide. Il vero problema non è tanto stabilire se ci siano o meno relazioni, perché è impossibile essere senza relazioni, ma la qualità delle relazioni che decidiamo di instaurare. Le relazioni liquide denotano una paura di fondo che poi è la paura del legame, perché quando il legame diventa troppo forte ti soffoca e quindi forse il vero problema è usare un equilibrio tra qualcosa che ti tiene e ti lega e qualcosa che contemporaneamente ti lascia libero.

Qual è la cosa più importante per edificare una comunità? Da dove partire?

Dalla narrazione. Dal raccontarci insieme che cosa significa pere ognuno di noi essere relazione, essere comunità, perché credo che ognuno di noi inevitabilmente abbia in testa un’idea diversa perché ha una storia diversa, perché ha un’identità diversa e quindi la fatica del racconto, che è la fatica della narrazione, può poi portare inevitabilmente a un intreccio delle visioni e quindi anche a una costruzione di un “comune”. Il rischio è di creare qualcosa che sia “propria” e che quindi moltiplichi le esclusioni. Una comunità deve essere invece un intreccio di noi che diventi sempre più vasto automaticamente e tenda ad essere universale!