C’è qualcosa di non-umano dietro la speculazione, lo sciacallaggio, l’uso della tragedia ai fini politici o commerciali.

Caro Direttore,

sento il bisogno di scrivere qualcosa sulla strage di Andria, ma non so da dove cominciare. Ho viaggiato su quei treni non più di due mesi fa, e mi ha fatto piacere notare la “rivoluzione” avvenuta in questi ultimi tempi. Fino a dieci anni fa, la Bari Nord era un deposito di carrozze sporche, vecchie, imbarazzanti. L’ultima volta ho trovato un treno pulito, confortevole, puntuale, moderno. Ero contento e persino orgoglioso, io che detesto i campanilismi: la mia terra, vista da quelle carrozze, non sembrava il Sud abbandonato che per anni abbiamo sentito raccontare da giornali e tv. Il racconto, purtroppo, è riemerso puntuale, e scontato, dopo la strage di martedì 12 luglio 2016. Un brutto ritorno al passato.

Davanti a una tragedia di tali dimensioni, e conseguenza di un tragico errore umano, sono i peggiori istinti a prendere il sopravvento. I familiari delle vittime hanno il diritto, tutto il diritto, ad accusare il mondo intero. Loro non hanno il dovere della ragionevolezza. Loro no, ma gli altri devono averlo: perché i morti non si onorano con l’invettiva, e la giustizia non si ottiene con gli atti di sciacallaggio. In questo, si sono distinti i “nuovi” politici, che non nomino; i soliti guru che hanno approfittato per salire in cattedra; quelli che non si tirano mai indietro, se c’è da partecipare alla gara di sguaiataggine.

Il binario unico è diventato il mantra per l’indicibile, come se più della metà delle ferrovie italiane non fosse a binario unico. Per sessant’anni, quel binario unico ha fatto il suo dovere. E il loro dovere hanno fatto, con dedizione e coscienza, macchinisti, capistazione e addetti al traffico. Poi è arrivato l’errore, un errore apocalittico che ha cambiato la storia della Bari Nord e della Puglia intera. Tutti a profetizzare il passato, a maledire i ritardi tecnologici, a scoprire che l’uomo può sbagliare. Tutti a spiegare come si doveva fare e quando. Come se fosse facile, in Italia, creare le condizioni di ammodernamento, fra burocrazie, espropri, ricorsi, Tar, Consigli di Stato, tribunali, appelli e altre lungaggini. Con i decenni che passano. La verità dei fatti è quella che tutti ogni giorno costatiamo, ma che è facile dimenticare quando una tragedia capita a noi, alla nostra terra. Cuore e ragione prendono due strade diverse. È umano, è comprensibile.

C’è però qualcosa di non-umano dietro la speculazione, lo sciacallaggio, l’uso della tragedia ai fini politici o commerciali. Lascio perdere i primi, i fini politici, che da nobili diventano spregevoli, quando sono maneggiati da uomini non all’altezza dei fatti e dei tempi. I fini commerciali sono anche più spregevoli. Io, della tv, guardo i telegiornali, che apprezzo; non sono appassionato di talk-show, dove ha ragione chi urla di più. Ma martedì ho ceduto alla tentazione, alla necessità di essere informato sulla tragedia della mia gente.

Guardo e sono attonito. Fra una pubblicità e l’altra di abbronzanti e di acque minerali, scorre un fiume di parole offensive per i vivi e per i morti. Il racconto di una terra da Anni ’50 del Novecento, di una ferrovia obsoleta, di un Sud povero e ignorante. Con, qui e là, qualche salamelecco ai “nuovi” politici che non nomino. Giornalisti e ospiti che non sanno nulla della nostra terra, e la confondono con il Tavoliere. Tutti a giudicare, disprezzare, processare, facendosi scudo dei poveri morti. Scatenati e pronti ad arrestarsi solo davanti alle ragioni della pubblicità di antirughe e altre futilità. Per non parlare dei grandi Giornali, anche i più innocenti, che quando ci scappa la tragedia, preferiscono il titolo ad effetto, scelgono di dar la caccia al “colore”. Il “colore” sangue fa vendere.

Questa lettera, caro Direttore, avrà un sapore di già visto per te e per i Lettori. Ma io non mi rassegno all’idea che gli orrori, che la vita ogni tanto ci riserba, debbano fornire argomenti a chi, della vita, non ha nessun rispetto. Io, che non sono credente, prego affinché quei morti riposino in pace; e che i vivi possano avere giustizia, stando alla larga dagli speculatori interessati e dai venditori di odio. Non so se la mia età mi consentirà di vedere realizzato questo auspicio. Visti i tempi della giustizia oggi, ho poche speranze. Spero che almeno i miei figli possano godere di questo privilegio. Perché, in questo Paese, la giustizia rimane un privilegio.

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).

1 COMMENTO

  1. Ciao Antonio.

    In Italia il binario unico collega ampi tratti del Paese, quindi, è rinvenibile non solo nel nostro Sud ma anche in contrade economicamente più floride.

    Come cittadino avrei preferito, per la mia sicurezza e per quella di tutti i concittadini, che i treni avessero potuto circolare su due binari. E qui le responsabilità sono tutte della politica, che al trasporto ferroviario ha anteposto quello su gomma, coprendo il territorio di nastri di asfato inutili, con un considerevole impatto ambientale.
    Se quindi al momento della tragedia vengono denunciate inefficienze ed inadeguatezze programmatiche ed esecutive, mi sembra che sia non solo pertinente, ma anche necessario. Quindi piuttosto che di sciacallaggio, parlerei di legittima esigenza di denuncia di comportamenti sostanzialmente criminali.

    Parlando con Peppino, un amico macchinista, mi ha riferito che più volte è stata sfiorata la tragedia. Quindi esiste concretamente il rischio che l’eventualità si trasformi in una tragedia. Certamente, con due binari, i rischi sarebbero stati abbattuti, naturalmente oltre al ricorso a quanto di meglio offre la tecnologia, ad una migliore prepartazione professionale degli operatori e ad una visione meno aziendalistica dell’impresa che privilegia quasi esclusivamente il profitto. Forse prima della sicurezza.

    Grazie per le tue considerazioni e gli inputy di riflessione.

    Domenico

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