Provi vergogna per la condotta dell’Italia. Che non si oppone alle leggi raziali del 1938. Che permette la deportazione e lo sterminio dei propri cittadini. Molti sanno, ma si crogiolano nell’indifferenza e nel farsi i fatti propri. Ieri! Come oggi!

Premuto l’interruttore, il buio cala, pesto. Siderale, precipita il silenzio nella hall a piano terra del Municipio di Margherita di Savoia. Avanza a fatica, una minuscola figura, priva di fattezze umane, rattrappita, misteriosa, vacillante. Assorta, si ferma. Riprende a strascinarsi. A mala pena si regge in piedi. “Vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d’inverno”. Mille scrutanti sguardi le piovono addosso, increduli, interrogativi.

All’improvviso, assordante, irrompe, lo sferragliare di un treno merci che avanza inesorabile nella sua folle corsa verso il baratro, fino a stordire gli spettatori. I timpani, fracassati dai decibel del frastuono chiedono aiuto. Le mani, pietose, prestano soccorso. Subitaneamente.

Il pensiero corre istantaneo alla galassia di essere umani, ebrei, oppositori politici, zingari, gay, testimoni di Geova, minacciosamente strappati dalle case, dalle terre, dagli uffici, dagli affetti e gettati senza ritegno su quel convoglio, come sacchi di patate, cipolle, ceci, arance, alla rinfusa. Uomini, donne, bambini, vecchi. Accatastati. Disumanizzati.

Arranca a piedi nudi, fasciata di nero, su un palco divenuto tavolaccio di baracca, la creatura senza identità. Forse è una donna, …per il tenue ancheggiare. Racconta le traversie del viaggio. Tramonta un giorno, a fatica ne sorge un altro, e ancora tanti.

Quel girone infernale assordisce gli ammucchiati, li strattona, li sballotta fino a stremarli. Spogliandoli di ogni brandello di dignità. Fame, sete, sonno spadroneggiano assieme a bastonate sghignazzanti. Digrignanti. I morti, scaraventati dal treno in corsa, carogne per avvoltoi. Alle ortiche, persino il pudore, coltivato di madre in figlia. Per sopravvivere.

Auschwitz, capolinea! Cielo perennemente lugubre per un’agghiacciante colonna di fumo. Spettrale d’estate e livido nell’innevato inverno. Raccolta differenziata. Da una parte stracci umani da riciclare, sbeffeggiare, angariare. Dall’altra, malati, vecchi e bambini, da gettare nell’inceneritore. Volatilizzati, persino le nuvole inorridiscono. Divenuti sapone, non fanno schiuma.

Quando termina la rappresentazione, è disfatta l’attrice Mary Di Pace, a stento non collassa. Le luci, impietose, irrompono, e l’applauso, per i brividi che continuano a scuotere i corpi, fatica a scrosciare.

Gli occhi migrano su Antonio Diella, presidente dell’UNITALSI. Che raccatta per l’Italia ammalati, disabili, vecchi. Umili e schivi volontari, rifocillandoli con mille coccole e premure, li accompagnano a Lourdes, a Santiago di Compostela, in Palestina.

Ad Auschwitz, per attraversare l’esperienza del dolore, delle inaudite sofferenze randellate su misere ossa, scorticate dalla fatica, dalla fame, dalle crudeltà inferte da uomini e donne in divisa, fieri degli artigli uncinati. Affettuosi con i congiunti, devotamente genuflessi in chiesa, osannanti il loro Dio. Nel luogo dell’orrore, invece, insaziabili belve assatanate di malvagità.

Da giorni, Antonio, aria dimessa e maglioncino d’ordinanza, è nella cittadina del sale spremuto dall’assolato mare ventilato. Numerose scolaresche di bambini e ragazzi ascoltano, intervengono, partecipano e comprendono che gli uomini sono capaci di elevarsi al cielo, ma anche di piombare nelle più cupi nefandezze.

Di grande ausilio, i cartoni animati, le sequenze di film e, soprattutto l’appassionato racconto che, scaturendo lucidamente dal cuore, allerta le giovani generazioni. Il tempo di oggi è rimasto carognesco come quello di ieri. Forse è persino peggiorato.

In filigrana, si leggono, infatti, i pensieri ed i sentimenti che scorrono nelle menti e nei cuori di tutti. Ad Aleppo, vengono ammazzati indiscriminatamente civili, gradi e piccoli. Nelle foreste dell’Amazzonia, sterminati i nativi e devastato l’ecosistema che da millenni li nutre. Nelle carceri di Guantanamo, torturati i “terroristi” dalla democrazia plutocratica. Nelle strade del Brasile, mietuti, selvaggiamente, innocenti bambini. Nelle gremite ed affumicate fabbriche cinesi, scintillanti smartphone succhiano sangue e dignità. Nel Tavoliere della Puglia, profughi, piegati in due, nel corpo e nell’animo, raccolgono pomodori, per chi insaporirà pizze e manicaretti. Il pietoso Mediterraneo accoglie, mesto, le spoglie di quanti su barconi sovraffollati tentano di fuggire dall’inferno dei loro paesi, come i prigionieri di Auschwitz, che finivano, sfrigolanti, sui cavi ad alta tensione. Quindi, “occorre seminare cultura e praticare umanità”, suggerisce umilmente, Antonio.

Racconta la storia di Sergio De Simone, un bambino di sette anni. Gli vien fatto credere che avrebbe potuto riabbracciare la mamma. Abbocca all’amo della menzogna, il piccolo italiano, e finisce sotto il bisturi di medici criminali che lo affamano, lo disseccano, lo squartano per sperimentare. Ora, una via di Amburgo, immersa nel verde, è dedicata a lui ed ad altre innocenti creature ignobilmente ingannate da “uomini di scienza”.

Per la città dalle acque salso-bromo-solfo-iodiche vengono incastonati “mattoni”. Per rendere giustizia, per tenere desta la memoria, per contrastare la reiterazione del crimine nelle sue varie forme, per alimentare percorsi di convivenza e condivisione.

Giganteggia, nell’ampio salone, su cui occhieggiano, baluginando, attraverso i vetri, remoti coriandoli luminosi, la minuscola Danimarca, che sotto la guida del re Cristiano VI, riesce a proteggere il 99% degli ebrei durante l’occupazione tedesca, ad evitarne la deportazione e persecuzione nei lager di sterminio nazisti. In notti burrascose, su esili barche, vengono trasferiti verso la Svezia. Per chi non ha denaro si fa la colletta. Molti bambini vengono provvisoriamente adottati da famiglie danesi.

Provi vergogna per la condotta dell’Italia. Che non si oppone alle leggi raziali del 1938. Che permette la deportazione e lo sterminio dei propri cittadini. Molti sanno, ma si crogiolano nell’indifferenza e nel farsi i fatti propri. Ieri! Come oggi!

Quest’anno, della tragedia, si è approfondito magistralmente il disagio delle donne, il loro pudore violato. Non è forse giunto anche il momento, con uno scatto di reni, di squarciare il silenzio sul mondo degli zingari, il popolo più pacifico della Terra?


FonteDomenico Dalba
Articolo precedenteIdeologi ed aguzzini di Auschwitz, siamo noi, quando…
Articolo successivoLetizia Battaglia. Per Pura Passione
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.