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Quando ci scandalizziamo di quanto e di come l’altro si di-fenda, ossia “respinga i colpi”, dovremmo seriamente interrogarci: cerchiamo una relazione o un idillio?

«Dalla spina nasce la rosa e dalla rosa nasce la spina» recita un noto detto popolare, volto a consolare i protagonisti buoni di situazioni cattive, di cose poco piacevoli che sono loro capitate senza responsabilità alcuna (forse). Ma le spine, mi chiedo, sono davvero la metafora del peggio?

Ho l’indice della mano sinistra fasciato da un mese per colpa di una spina. O per colpa mia. O forse non ci sono colpe, ci sono responsabilità mancate e imprudenze volute, come quella di maneggiare tra le piante grasse senza guanti da giardinaggio. Ognuno dovrebbe proteggersi come può. Del resto le spine stesse sono per alcune tipologie di piante un’importante difesa: nel caso del cactus, la modificazione spinosa delle foglie, ossia l’irrigidimento dei tessuti vegetali che diventano duri e pungenti, permette alla pianta di resistere all’intensità dei raggi solari, concentrando meglio le riserve idriche.

Certo, mai avrei immaginato che pure le spighe sono spine, e non solo per la comune etimologia. Un campo di grano ormai maturo, magari illuminato dalla calda luce del tramonto, magari ondeggiante per via del vento di maggio, trasmette morbidezza e pace, non durezza. Il punto è proprio questo: possiamo veramente giudicare gli aculei del nostro carattere o di quello altrui come qualcosa da combattere? C’è una mellifluità molto più dannosa. C’è una fissazione per l’unità che spesso cela solo l’incapacità di accogliere le differenze e che, molto più spesso, è solo una scusa per appropriarsi dell’altro, per controllarlo, per nutrirsi della sua approvazione.

E siccome siamo ancora in regime di “distanziamento sociale”, mi permetto di dire che in ogni realtà le giuste distanze, più che “misure straordinarie”, sono un modo molto ordinario di amare. Perché amare significa rispettare il nucleo più intimo dell’altro, quello che non è appropriabile, quello che ha diritto alla protezione massima.  E pro-teggere, ossia “coprire davanti”, implica un “fare scudo” che poco ha in comune con le carinerie diplomatiche e molto ha bisogno di zelo, passione, irruenza, rabbia. Tutte cose messe alla gogna da chi interpreta la protezione come chiusura e insensibilità, forse perché, semplicemente, non sa proteggere se stesso e vive in balìa di tutto e di tutti, sicuro di essere buono e giusto, certo dell’efficacia della sua tiepidezza.

Nelle vite degli altri, poi, dovremmo sentirci sempre gli ultimi arrivati, anche se li conosciamo da una vita: l’altro ci viene periodicamente riconsegnato da una storia inedita, da vicende dolorosissime ed eventi singolari, dai quali quel medesimo altro è uscito a fatica, magari cambiato, con qualche foglia (o più di qualcuna) opportunamente modificata in spina. Perciò quando ci pungiamo fino a sanguinare, dovremmo chiederci quanto di ciò sia responsabile la nostra invadenza e la nostra incapacità di cura molto più e molto prima della sua spinosità. E quando ci scandalizziamo di quanto e di come l’altro si di-fenda, ossia “respinga i colpi”, dovremmo seriamente interrogarci: cerchiamo una relazione o un idillio? Il perdono e l’amore da noi predicati riescono a fare i conti con i normali colpi dei normali conflitti di tutte le normali relazioni? Oppure sono più che altro sogni e aneliti di una concordia disincarnata?

Dentro una spina non c’è solo acqua, abita il segreto del cielo e della terra; dentro una spiga non c’è solo un chicco di grano, echeggia la coraggiosa metamorfosi di un seme e pulsa la speranza saporita del pane futuro; così dentro un uomo c’è un universo in espansione infinitamente più complesso di un aut-aut tra “le sue spine e le sue rose”. Possiamo coglierne la portata solo se restiamo sulla soglia. Lì, a una distanza sana e non fagocitante, è possibile la cura autentica, che proprio perché non si scandalizza delle spine, può arrivare al cuore dell’altro, che proprio perché sa fare un passo indietro, può percorrerne altri cento accanto a lui, che proprio nella misura in cui custodisce il suo mistero, può sopportare quello altrui.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

4 COMMENTI

  1. Grazie Michela mi congratulo con te per la semplicità con cui scrivi …. è piacevole leggerti !!! I tuoi sono articoli con contenuti profondi ma descritti con tale delicatezza che hanno invece la forza di scavare e lasciare un segno nell’animo di chi legge !!! 🤗

  2. Per una volta nella mia vita mi sono sentita una “spina” non spinosa(scusate il gioco di parole) e pungente! Grazie Michela.

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