La pioggia catartica di Virzì

Nel suo nuovo film “Siccità”, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, Paolo Virzì ritrova la satira drammatica del cast corale, storie intrecciate fra di loro, vicende che ruotano intorno al simbolo romano per eccellenza, quel Tevere inaridito come le coscienze dei protagonisti, una Capitale in fibrillazione perché di lì a poco terminerà l’erogazione pubblica anelando una pioggia che non scende più giù da ormai tre anni, in uno scenario post o pre apocalittico che non si discosta molto dall’immaginifica realtà che ha a cuore i cambiamenti climatici.

Siamo in una giustificata sedizione, la ribellione machiavellica dei mezzi giustificati da un fine bellico, tutto è ammesso in guerra, persino rivoluzionare la quotidianità, assecondare raccomandazioni e furbizie veicolandole per bisogni necessari alla sopravvivenza.

L’acqua è razionata, gli uomini sembrano zombie che vagano per inerzia, monadi che si aggrappano all’estremo ideale di una maschera che, in fondo, non scelgono di indossare, blatte, virus letali che inquinano la futuristica speranza di irrigazione, refrigerio contro il caldo torrido delle menti.

C’è tanto di quell’odio che non vi rendete neanche conto”, è il monito dei giovani nei confronti degli adulti, un ribaltamento dei ruoli dentro i quali vittime e carnefici sembrano seguire la stessa linea del destino, il mix fra ironia e cinismo caratterizza al meglio la “Siccità” di Virzì, non un inedito per il regista livornese che, in questo suo resoconto, ci offre tratti di spiritualità inaspettati, quasi ad interiorizzare l’attesa della pioggia al pari di un domani beckettiano, o un sabato leopardiano, è la catarsi che ammicca alla redenzione, il peccato originale purificatosi negli elementi naturali che di continuo respiriamo, in un’esaltante umanità di cui, francamente, non potevamo fare a meno


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.