Al via la IX Settimana Biblica della diocesi di Andria, dal titolo: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo. Riflessioni bibliche per una chiesa in uscita”.

Ieri sera, 6 marzo, presso la parrocchia San Paolo Apostolo, il primo appuntamento con padre Ermes Ronchi, dei frati Servi di Santa Maria, autore del volume Le nude domande del Vangelo (San Paolo Edizioni 2016), che raccoglie le meditazioni del corso di Esercizi Spirituali predicati a Papa Francesco a alla Curia Romana lo scorso anno

Padre Ermes, “Che cosa cercate?” è stata la prima domanda del suo corso di esercizi spirituali a papa Francesco. Ma si cerca ancora? La sensazione è di vivere in un tempo che ha smesso di cercare perché ha smesso di sperare.

La domanda è impegnativa. Quello che posso rispondere è che quel “cosa cercate” non significa: “Siete davvero in cammino alla ricerca di qualcosa? State camminando? State lottando?” La domanda non intende questo, ma piuttosto: “Ma, in fondo, tu hai dei desideri? Qual è il tuo desiderio più vivo, più vero, più profondo?” Questa è la domanda. Allora, a partire dal proprio desiderio, occorre ricominciare, ma non da una cosa esterna, quanto dal profondo di te, perché lì nel profondo c’è già un inizio di una realtà vera. Dunque la domanda significa: che cosa desideri veramente più di tutto nella vita e a questo tutti possono rispondere. Non serve intelligenza, non serve cultura, non serve niente, se non dare un’occhiata dentro se stessi, ma a questo non tutti sono disposti.

Ancora una “nuda domanda” del Vangelo: “Con che cosa lo si renderà salato?” Non v’è dubbio che viviamo in un tempo di relativismo esasperato, un relativismo del conoscere e dell’agire, che, infine, si autodenuncia come disperazione. Lei ci invita ad analizzare i nostri desideri ma, se questi fossero diventati insipidi, dove trovare un pizzico di sale?

Dove trovare il sale? Ci sono miniere di sale. Ci sono delle saline dovunque. Noi dobbiamo solo accostarci alla realtà con grande venerazione, con grande attenzione. Ogni persona è una manciata di sale. Ogni incontro, ogni scontro. Ogni momento. Ogni essere vivente che incontro porta sale nella mia vita, se io lo so incontrare davvero.

“Donna, nessuno ti ha condannata? Neppure io ti condanno”: queste parole del Vangelo mi fanno pensare al fatto che viviamo in un tempo che appare sempre più intollerante e pronto a condannare. Per gli antichi Greci la “filoxenia”, l’ospitalità, l’amore per lo straniero, era un valore sacro. Oggi sembra un valore la “xenofobia”, la paura del diverso, la paura dello straniero…

Io penso che abbiamo troppo condannato. Le parole “nessuno ti ha condannato, neanche io ti condanno” vogliono dire che il mio compito non è fare come Moody’s o Standard & Poor’s e mettere un mezzo punto in più o in meno alla qualità morale di una persona. Il mio compito è tendere una mano, tirare su uno, se è giù, farlo rimettere in cammino. La misericordia è tutto ciò che ti rimette in cammino. Non è il buonismo o un perdono scontato. È ciò che ti rimette in cammino. Davanti ai problemi enormi che ci sono, certo io non posso dare risposte preconfezionate, ma è un fatto che noi siamo passati dall’amare il prossimo a temerlo, ad aver paura di lui, perché abbiamo paura del futuro, perché siamo intimoriti dal futuro e allora tutto si fa più ostile. Ma la speranza cos’è? La speranza è quella cordicella alla quale io mi afferro e che è salda nelle mani di Dio. La afferro perché io so che la mia storia e la storia del mondo sono, nonostante tutto, un cammino di salvezza. Perché il capo della storia è nelle mani di Dio. È questa la speranza.

Lei ci ha offerto una riflessione sulla visione della “nuova Gerusalemme” che è poi l’ultima pagina del Nuovo Testamento, dell’Apocalisse: ritiene che questa nuova Gerusalemme debba avere il suo inizio “qui e ora” e che impegnarsi in questo mondo, per la realizzazione di giustizia e verità, sia il compito di ogni cristiano e di ogni essere umano?

La salvezza certamente inizia qui ed è un cammino sulle strade di questa terra. È un essere sull’arca di questa nostra terra che naviga nelle tempeste. Non è che scenderà come un dono dal Cielo. Crescerà come un lievito dalla terra, come un seme che germoglia, come noi che siamo dentro alla storia. E noi dobbiamo cercare di trascinare questo seme su in alto con noi. Noi abbiamo avuto la morte di Cristo e la sua risurrezione che io non capisco, ma è qualcosa a cui io mi aggrappo perché so che quella corda mi trascina su verso l’alto. Però se io abbandono la mia umanità, se io abbandono le mie responsabilità sulla terra, il far camminare avanti il mondo, allora la religione diventa una cosa sterile come la polvere.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...