Mentre il referendum del 17 aprile è alle porte, abbiamo avvicinato il Vice Presidente della Giunta Regionale e il capogruppo alla Regione della lista Emiliano per chiedere loro le ragioni del “sì”.

Nunziante: “Il petrolio non porta nulla di buono”.

Zinni: “Il governo fa un gioco non bello. La salute dei pugliesi ha già pagato un prezzo alto”.

 

Vice Presidente Nunziante, i fautori del no parlano di rischi inesistenti per l’ambiente e il turismo, nel caso in cui le trivellazioni avessero una concessione sine die. È proprio così?

Certamente no. Assodato che sarebbe deleterio concedere delle autorizzazioni sine die alle società che trivellano l’Adriatico, io intendo però fare un altro ragionamento. Prima di entrare in politica, ho fatto il prefetto e la bellezza di questo lavoro è che ho girato tutta l’Italia. Tra le mie esperienze, c’è stata anche quella di Potenza. Ora, al di là dello scandalo di Tempa Rossa, dove sarà la magistratura a dirimere la questione, io ho notato che il petrolio in quella regione non ha portato nulla di buono. Se voi andate in Val d’Agri, area di produzione di prodotti tipici come i fagioli di Sarconi, vedrete un territorio brullo e senza che siano aumentati i posti di lavoro, perché le imprese che trivellano necessitano di mano d’opera di alta specialità. Ancora un esempio: quando sono andato a visitare Viggiano, il Comune più ricco d’Europa, che poggia sui soldi più che sulla terraferma, mi sono trovato a ricevere una delegazione di persone disoccupate. Evidentemente, a loro tutti questi benefici dalle estrazioni non sono giunte.

Peraltro, in Italia le società che estraggono petrolio pagano le royalties più basse del mondo: appena il 7 per cento. In salute ci perdiamo tutti e a guadagnare sono solo i petrolieri?

Ben detto. Questo senza voler demonizzare nulla, ma è un dato di fatto. Per di più, noi siamo una Regione che produce energia pulita da un elemento base, il sole. È questa la soluzione, perché cercarne altre?

La Regione Puglia, in effetti, è in prima linea per invitare la gente a votare “sì” al referendum.

Certamente. E noi consiglieri e assessori regionali crediamo così tanto nei valori di questa battaglia che abbiamo voluto finanziare di tasca nostra la campagna referendaria.

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Consigliere Zinni, come nasce questo referendum?

Innanzitutto, rimarco che per la prima volta nella storia repubblicana delle Regioni hanno attivato questa procedura per la promozione referendaria. È infatti noto che i referendum possono essere attivati in due modi: o con la raccolta di almeno 500.000 firme di cittadini aventi diritto all’elettorato attivo oppure da almeno cinque consigli regionali. In questo caso sono stati bene 9 i consigli regionali che si sono attivati. La Puglia non è stata capofila soltanto per una motivazione di carattere temporale, perché è partita prima la Basilicata, ma la Puglia è stata tra le regioni più attive e il consiglio regionale della Puglia, esempio bellissimo, ha votato all’unanimità, dunque senza distinzioni di colore politico, i quesiti referendari che in origine erano sei.

Tanto attivismo stride col silenzio del Governo nazionale che invita all’astensione e ha evitato di accorpare il referendum con le amministrative.

In effetti, il Governo ha fatto una cosa molto strana: ha operato in modo che cinque dei sei quesiti referendari, nel merito molto più “pesanti”, fossero di fatto superati. Per ottenere questo obiettivo, il Governo ha tolto la materia del contendere. C’è da chiedersi perché non si sia comportato allo stesso modo con il sesto quesito superstite. È davvero un mistero, perché questo quesito è in realtà residuale rispetto agli altri cinque, ma ha una forte valenza politica di carattere simbolico. Infatti, il quesito per cui vi invitiamo a votare “sì” domenica 17 aprile, tocca la materia più delicata. Stiamo parlando delle proiezioni geognostiche nell’ambito delle dodici miglia marine. Quindi, il silenzio del Governo dice una volontà di giocare la partita con carte non proprio bellissime, così riassumibili: anticipo della consultazione referendaria al 17 aprile, data non felice; mancato abbinamento con l’election day delle amministrative; informazione massmediatica sul referendum al minimo sindacale. Come se tutto ciò non bastasse, ora si scopre lo scandalo di Tempa Rossa. Al che, io che amo leggere i gialli, le dico che, come scriveva Agata Christie, un indizio o due restano tali, ma tre indizi fanno una prova. E in questo caso ne abbiamo più di tre: si direbbe che abbiamo la prova che gli interessi prevalenti non sono quelli del territorio, ma altri e di altra natura.

Infatti, i cittadini temono che la salute venga svenduta in nome di affari che stanno a cuore solo alle lobbies del petrolio.

Noi siamo una Regione che ha già pagato un prezzo molto salato, con l’Ilva di Taranto, la centrale di Carbone a Cerano, l’Eni a Manfredonia. Quindi, comunque sia, non possiamo permetterci di pagare un prezzo ulteriore. Come si dice in gergo forse non elegante, ma sicuramente efficace: abbiamo già dato…