PURE LA BOLLETTA DELL’ACQUA DIVENTA SALATA.

-L’acqua c’è o non c’è? E se c’è, dove si trova? -C’è tanta di quell’acqua nel mare che tu ci puoi navigare e fare pure il bagno! -Sì, ma quella è talmente salata che non si può nemmeno bere, ed io ho tanta sete, anche se ho qualche dubbio che sia ancora buona per un bagno ristoratore: penso alla porcheria che ci buttiamo dentro.  Il cielo poi! Quella palla gialla che lo attraversa e che sembra bucarlo, ma di sicuro lo impallidisce, lo scolora, come il viso di una donzella dopo una violenza, uno stupro. Non voglio parlare, poi, del corpo martoriato e della psiche… io non credo che vi sia sollievo da qualche parte, specialmente dove l’acqua manca, anche se il mio dubbio ora è divenuto certezza: ci dev’essere qualcuno che fa mancare apposta quel liquido, per crearci dei problemi.

-Io non so a quali problemi tu ti stai riferendo, se proprio l’altro ieri mi hai affermato che ti è stata consegnata una fattura da pagare, riferita ai tuoi consumi di questo fluido, appunto.

Ti lamentavi d’aver superato l’ultima fascia d’eccedenza e che non eri in grado di pagarla.

Credi forse che il tuo contatore si metta a girare a rubinetto chiuso? Oppure che quei metri cubi segnati siano da attribuire alle infiltrazioni di spiritelli? Questi si sono messi a giocherellare con le pale del congegno, facendosi aiutare dall’asinello bendato che gira intorno al mulino del mugnaio?

È a questo punto che Nicola, dopo aver stralunato gli occhi, arrossati a causa degli ultimi spruzzi d’antiparassitari sulla vigna, storse il capo verso il suo interlocutore, e guardandolo come un alieno, si preparò per dirgli.

Quest’ultimo, di nome Filippo, si era messo di traverso sul tratturo, con le gambe divaricate, sì che il volpino, il cane di Nicola, gli era passato attraverso più di una volta. Lo fece senza che Filippo se ne accorgesse, e per giunta tenendo stretto fra i denti un ramo di pesco, reciso dal suo padrone nell’ultima potatura che aveva praticato al frutteto.

-Forse hai ragione tu e forse no, gli rispose Nicola, mentre s’infilava il dito medio della sua mano destra nell’orecchio dello stesso fianco, imponendogli un movimento sussultorio sì da fargli oscillare l’intero padiglione, alla pari di un’ala bagnata di un cormorano che tenta di spiccare il volo da uno stagno.

-Come sarebbe a dire, forse sì e forse no? -, gli chiese l’altro. E intanto, istintivamente, si portava anche lui la mano all’orecchio come volesse accertarsi che questo non prendesse il volo con quello di Nicola.

La comunicazione essenziale passò inosservata sia a uno sia all’altro, mentre Nicola cercava di riprendersi dal disagio poiché non si aspettava la reazione dell’altro contadino e disse: -Io confermo delle fatture che mi arrivano da pagare, non lo nego, ma a riguardo ai consumi io serbo sempre i miei dubbi. Con un nucleo famigliare di quattro persone io non riesco a immaginare uno spreco tale: ci dev’essere un errore da qualche parte, imputabile a un caso fortuito, accidentale, come potrebbe essere una perdita nella tubazione, o il mal funzionamento del contatore stesso. L’imbeccata l’aveva avuta dal suo stesso interlocutore quando questo, in modo ironico, si era divertito ad affermare che il consumo non poteva essere a causa degli spiritelli nel contatore, e proseguì dicendo: -La causa potrebbe essere attribuita a una manovra intenzionale dell’Ente fornitore che carpisce la buona fede di noi consumatori.

Filippo, volgendo lo sguardo dalla parte opposta, dov’era impastoiato un robusto e ben nutrito morello, fece cenno al suo pari con il capo, indicando l’animale e, in modo scherzoso chiese: -E quello lì? -È il mio cavallo-, gli rispose l’altro. -Beh, allora il tuo nucleo famigliare, se proprio vogliamo essere precisi, non è composto di sole quattro persone, ma c’è pure un cavallo che concorre al consumo d’acqua. Più in là notò due cani che si rincorrevano tra la vigna ad alberelli appena germogliata e che stavano creando qualche danno agli stessi germogli, mentre Nicola gli vociava di venirne fuori e di fare la cuccia. -Ah, pure quei cani sono tuoi? -, e l’altro: -Certo! È mezzora che ti attraversano le gambe.  Sono miei quei cani, altrimenti non starebbero qui a crearmi danni alla vigna.

Poi, con ironia, Nicola proseguì dicendo: -Pure loro fanno parte della mia famiglia, anche se non percepisco gli assegni famigliari. – e, con fare infastidito aggiunse: -Pur avendoli a carico, s’intende, tanto loro, la doccia, se la vanno a fare altrove… non ho riscontrato che si siano mai lavati a casa mia.

L’allusione suonò con un tono di voce di persona seccata, ma non si capì bene se per la piega che aveva preso la discussione oppure per la mole e la mescolanza che, man mano, andava assumendo la sua famiglia, ascoltando l’altro che coinvolgeva cani e porci senza farne distinzione con le persone.

Filippo che non si era reso conto dell’imbarazzo che aveva suscitato, con un sorriso mezzo celato sulle labbra, ornate, queste, da un cespuglio di baffi incanutiti dall’età, riprese: -Niente, assegni famigliari, ma il consumo d’acqua della tua bolletta è giustificato e qui, scuse non ce ne vogliono!

Il modo perentorio con cui Filippo tentava di chiudere, a sua ragione, la discussione, mandava in bestia Nicola, non solo per l’incomprensione nei suoi riguardi, ma per il tempo che aveva perso stando lì impalato con la pompa sulle spalle per dare soddisfazioni a un pettegolo come Filippo.

Le sue spalle e la schiena si erano intorpidite a causa del peso, si erano pure bagnate poiché il recipiente della pompa era ancora pieno d’acqua e verderame. Lui non l’aveva ancora scaricato sugli ultimi filari di vigna da irrorare, ma addosso a se stesso.

Egli seppe contenersi, pur lasciando trasparire un certo nervosismo, dando pedate sul tratturo a un ciuffo di malve che nulla avrebbero desiderato se non quello di trovarsi altrove, magari in un decotto.

-Quello che tu affermi, sul conto della bolletta e i miei relativi consumi, è tutto da verificare.

I miei animali non sono dei cammelli e nemmeno io devo fare loro il bagno, non sarebbe per nulla sensato mettersi a fare il bagno ai porci e aggiunse, prima che l’altro gli avrebbe aumentato il nucleo famigliare, -Oh, bada bene che io non possiedo porci: facevo così per dire. Filippo non fiatò, ma rimase ad ascoltare le ragioni di Nicola che continuò dicendo: -L’unico problema, e dal quale noi ci siamo distratti, era quello della pioggia, assente da qualche mese e che ci ha messo tutti in ginocchio -, ma non aveva nemmeno finito la frase, che una piccola nuvola si era messa tra loro e il sole, adombrandolo.

Una lucertola che stava sopra un sasso ed era rimasta lì a osservare la scena dei due, mosse la testolina prima da un lato e poi dall’altro e quindi spiccò un salto, infilandosi sotto una zolla arida del terreno, scomparendo. La causa fu il fracasso di un tuono che proveniva da lontano.

Intanto il cielo si era fatto più buio: qualche nuvola nera era apparsa all’orizzonte, rendendosi minacciosa sopra la vigna germogliata e mezza irrorata con zolfo e verderame.

Il contadino si diede una mossa e disse: -Sarà meglio che io mi dia da fare per mettere al sicuro il cavallo. Incominciò pure a chiamare i due cani che si erano spostati a rincorrersi dentro un mandorleto. Per lo scopo, Nicola, si era infilato l’indice e il dito medio nella cavità orale, imbrattati di mistura che stava spruzzando, per emettere un fischio lacerante alla pari di quello emesso da un treno.

Guardando in faccia Filippo, con fare sfottente, egli replicò: -Bisogna che in questi frangenti la famiglia resti raccolta e si ripari da eventuali piogge. Ma lui, così dicendo, non ci credeva ancora alla pioggia, nemmeno ora che qualche goccia incominciava a cadere, assorbita voracemente da un terreno arido, disidratato. Nicola aveva voltato le spalle al suo confinante, pure lui contadino, e, dopo aversi scaricato dalle spalle la pesante e dolorante pompa, s’interessò ad accudire all’animale che già provava ristoro sotto lo scroscio della prima pioggia primaverile che ora cadeva copiosa.

Nel giro di qualche minuto s’intensificò a tal punto che comparirono i primi rigagnoli sul terreno: ora faticava ad assorbire la mole d’acqua che si riversava così abbondante e che scivolava via come sopra una lastra di marmo.

Fece in tempo a rintanarsi, insieme con il cavallo, in un trullo poco distante, dove lo raggiunse pure l’altro contadino, Filippo. I cani restarono sotto la pioggia martellante. Erano contenti di farsi una doccia dopo mesi di siccità, senza “abbaiare” del loro padrone che lamentava sempre per le esose fatture, riferite al consumo d’acqua potabile, ma talmente salate, sì da far stimare migliore e più economica l’acqua di mare.

Novella tratta dal libro “Con gli occhi del senno”


FontePhotocredits: Foto di Alexa da Pixabay
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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