“Dopo la bufera riapparirà ancora il sole.

Come sempre dopo la prova si è più contenti,

si gusta di più il sole”

-Soren Kierkegaard-

In un tempo in cui i riflettori sono accesi sulla crisi di governo e la politica male-educata italiana, vorrei spostare l’asse della riflessione su un altro terreno, quello della vita della Chiesa, quasi all’inizio di un nuovo anno pastorale.

La domanda che fa da titolo all’articolo non è una domanda nuova, ma antica e sempre nuova. È quasi la stessa domanda sulla quale si sono soffermati  i padri del Concilio Vaticano II quando si chiedevano: Chiesa, che dici di te stessa?

Oggi, nel momento storico e culturale che viviamo, questa domanda torna davanti agli occhi di coloro che riflettono e operano nella Chiesa.

E il sottotitolo di questo articolo si propone di offrire due risposte alla domanda posta, risposte che si presentano nel linguaggio delle immagini e dei simboli, i quali – come amava dire Ricoeur – “danno a pensare” e che hanno il più delle volte più incisività delle parole.

La prima immagine è squisitamente evangelica: la locanda è il luogo dove il buon Samaritano del vangelo di Luca porta e fa curare il malcapitato finito nelle mani dei briganti.

La locanda è l’immagine di quella Chiesa che accoglie e si prende cura dei malcapitati della storia e del tempo, è l’immagine di una Chiesa dell’ospitalità che vede nel debole e nel malato la carne di quel Cristo che tanto predica e prega.

Questo simbolo, pertanto, richiama non solo l’accoglienza (direbbe papa Francesco “una Chiesa dalle porte aperte”) ma anche un altro aspetto, quello della missionarietà della Chiesa (direbbe sempre il papa “una Chiesa in uscita”). Questi due aspetti sono complementari tra loro: il primo è un movimento centripeto che va dalla piazza alla chiesa, dall’esterno all’interno; il secondo, invece, è centrifugo perché va dalla sacrestia alla strada, dall’interno all’esterno.

Un teologo e vescovo cattolico, Erio Castellucci, commentando la pagina dei discepoli di Emmaus ed evidenziandone la straordinaria attualità di essa nell’oggi della Chiesa, scrive: “I due discepoli aggiungono un posto a tavola. Non hanno paura di allargare lo spazio della loro casa, non si barricano dietro alla loro porta. Hanno intuito, sentendo parlare Gesù, che quello straniero può solo arricchire la loro vita. Hanno capito, senza forse averlo sentito direttamente da Gesù, quello che aveva detto alla fine del Vangelo di Matteo: “ero straniero e mi avete accolto”. L’esperienza dell’essere accolti e dell’accogliere è uno degli elementi fondamentali della Chiesa. Molti di quegli adulti e non solo che si accostano o riaccostano alla fede lo fanno perché si sono sentiti accolti e non respinti, accompagnati e non giudicati, presi per mano e non segnati a dito. Se è possibile ottenere qualcosa da chi ci appare più lontano dall’esperienza cristiana, non è certamente etichettandolo, ma accompagnandolo”.

Oggi le comunità dovrebbero crescere ancor di più in questo senso e in questo stile.

La seconda immagine, proposta nel sottotitolo, è invece squisitamente patristica.

Il faro della notte e nella notte richiama quello che i padri della Chiesa amavano chiamare il “misterium lunae”, il mistero della luna.

La Chiesa, infatti, era paragonata alla luna, la quale illumina la notte e i sentieri degli uomini sulla terra. Ma la luna ha una caratteristica degna di nota: non si dà luce da se stessa, ma riceve luce dal sole.

Quindi, per analogia, come la luna non trova luce in se stessa ma dal sole, così la Chiesa è illuminata dal Sole di giustizia, che è Cristo.

Il Concilio Vaticano II sapientemente ha intitolato la costituzione dogmatica sulla Chiesa proprio “lumen gentium”, luce delle genti.

Altra missione, allora, della Chiesa è quella di illuminare, di fare luce sulle vicende degli uomini. Ma non può assolvere a questo compito se essa stessa non è a sua volta illuminata dalla luce solare della parola di Cristo.

Ovviamente la luce della luna non è come quella del sole, ma non per questo non illumina.

Direbbe ancora mons. Castellucci: “L’esperienza cristiana, per chi vi si affaccia – bimbo, ragazzo o adulto che sia – ha il volto stesso della comunità cristiana. È nel contatto vivo con la comunità cristiana che le persone possono ricevere questa testimonianza, possono vedere nei fatti come la fede renda più vivi, attivi risorse altrimenti sopite, susciti relazioni autentiche. Pensando a comunità talvolta smorte, colpite da invidie e rivalità, occupate da alcuni che si ritagliano dei piccoli feudi, comprendiamo ancora meglio quale sia la responsabilità della comunità cristiana. Non basta avere “bravi catechisti”, perché è di fatto la comunità intera ad avere un impatto, nel bene e nel male, sulla vita di fede delle persone che la stanno scoprendo. E non pensiamo che non ci si renda conto del clima di una comunità: lo vediamo benissimo, lo respiriamo, come si respira perfettamente il clima della famiglia”.

I cristiani di oggi, quindi, saranno credibili solo se la loro testimonianza diventa luminosa, cioè capace di fare la differenza e distinguersi nel bene.

Queste due immagini di Chiesa devono intrecciarsi, completarsi. La Chiesa deve avere il coraggio di accendere la luce nella locanda e, allo stesso tempo, di mettere la locanda nella luce.

 

 

 


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Nicola Montereale
Nicola Montereale è nato a Trani (BA) il 1 Febbraio 1994 e vive ad Andria. Ha conseguito la maturità classica presso Liceo Classico “Carlo Troia” di Andria, e negli anni 2007-2010 è stato alunno presso il Seminario Diocesano. Attualmente studia presso l’Istituto Teologico “Regina Apuliae” di Molfetta. Inoltre, è autore di un saggio di ricerca, pubblicato nel 2013 e intitolato “Divinità nella Storia, Dio nella Vita”.

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