Abbiamo interpellato il Prof. Claudio Papagno, docente all’Università Lum di Trani, che terrà, il prossimo venerdì 16 dicembre, un convegno sul tema

Le recenti indagini sul presunto voto di scambio mafioso alle Regionali del 2015, con avvisi di garanzia inviati ad esponenti del clan barese “Di Cosola”, hanno fatto riemergere, ancora una volta, la difficile correlazione tra garantismo e applicazione di leggi ad hoc. La connivenza tra Stato e Mafia, in passato, ha assottigliato il confine del lecito, trasformando le varie normative in princìpi etici mirati al debellamento di associazioni criminali. A questo proposito, abbiamo interpellato il Prof. Claudio Papagno, docente all’Università Lum di Trani, che terrà, il prossimo venerdì 16 dicembre, un convegno sul tema, proprio dal titolo: “I difficili equilibri tra legislazione antimafia e garanzie processuali”.

Dott. Papagno, da docente di Diritto Processuale Penale, quali ostacoli incontra nello spiegare, ai suoi studenti, il vecchio e complesso mondo della mafia?

Potrà sorprendere, ma non incontriamo sostanziali difficoltà nello spiegare il fenomeno mafioso perché, forse, più o meno indirettamente, tutti, su questo territorio, si sono scontrati con qualche episodio espressione di mafiosità. Troviamo più difficile, piuttosto, spiegare quale sia, sostanzialmente, la risposta che lo Stato appronta per contrastare simili fenomeni. Il convegno ha proprio questo obiettivo: tracciare un bilancio – a venticinque anni dal “decreto Martelli” – della legislazione antimafia. Anzi, forse la domanda di fondo è proprio questa: il “giro di vite” legislativo è davvero lo strumento più idoneo per contrastare il fenomeno criminale? Una risposta, in questo senso, porterebbe ad un approccio diverso a tale fenomeno,

Quanto tempo ci è voluto per intendere il fenomeno mafioso come associazione a delinquere?

Sono valutazioni sociologiche che esulano dal normale compito di uno studioso del processo penale; in linea di massima, possiamo dire che siano due concetti simmetrici perché la mafia, che si caratterizza per la capacità di intimorire, parte dell’imprescindibile presupposto che esista una struttura più o meno complessa che non è possibile contrastare.

Dal punto di vista giuridico, la questione non è affatto pacifica perché è proprio sul concetto di associazione, di sodale, di concorrente esterno dell’associazione che c’è un continuo confronto dialettico a livello giurisprudenziale e dottrinario ben lungi dal divenire ad una definizione.

Negli ultimi vent’anni è stato possibile contrastare le organizzazioni criminali soprattutto attraverso la confisca di attività economico-finanziarie utili al riciclaggio di denaro sporco. Qual è il sottile confine che separa l’illecito pubblico dall’invasione nella privacy, anche se si tratta di un delinquente?

Privacy è un concetto giuridico che dinanzi alle istanze di tutela sociale deve necessariamente lasciare il passo. Tale bilanciamento non è mai stato posto in discussione e crediamo che questo sia rispondente ai canoni di giustizia. Semmai il problema è diverso, quanto sacrificio della privacy siamo disposti a “tollerare” in nome della lotta alla criminalità organizzata? L’ultima sentenza delle Sezioni Unite che legittima l’utilizzo del Trojan quale strumento invasivo alla ricerca di prove del reato è circostanza quanto mai emblematica che induce a più di una riflessione.

Ritengo, tuttavia, che un interrogativo sia ancora più pressante e attiene proprio ai provvedimenti ablativi relativi ai patrimoni provenienti da attività illecite. Il legislatore ha ben compreso che per il mafioso è più problematico perdere il patrimonio frutto di anni di attività illecita che trascorrere più di un lustro nelle patrie galere. Di converso, la proprietà privata non ha gli stessi presidi costituzionali della libertà personale e, quindi, le garanzie processuali sono molto più labili rispetto al processo penale ordinario. Il che implica la possibilità di arrivare a sequestri di ingenti patrimoni senza osservare scrupolosamente le regole probatorie imposte nel processo penale. Pensiamo al procedimento di prevenzione e al decreto legislativo 159 del 2011 meglio conosciuto come codice anti-mafia.

È chiaro che una siffatta situazione crea una serie di problemi con cui occorrerà confrontarsi e questo convegno offre un primo momento per approfondire la questione.

Quali garanzie la legge offre a chi si chiama fuori da metodi intimidatori, di assoggettamento e omertà? In definitiva, è giusto considerare ripulita l’immagine sociale di un qualsivoglia pentito?

Se permettete, non è una questione di immagine dei collaboratori di giustizia, perché nel momento in cui si avvia un processo di dissociazione rispetto al tessuto criminale di provenienza niente è più come prima. Non c’è un problema di immagine semplicemente perché non esiste più l’immagine originaria. Ci poniamo un problema, piuttosto, di uso del collaboratore di giustizia o, se vogliamo, di abuso. È una linea sottile su cui legislatore e giurisprudenza tentano di raggiungere un equilibrio in astratto. Il confronto con il caso concreto è un’altra cosa, ma è proprio qui che si svela il grado di civiltà del sistema processuale.

Nel diritto dell’Unione Europea le garanzie processuali sono, a grandi linee, princìpi trasformati in regole. Il garantismo di cui deve godere un imputato è realmente garantito da qualsiasi forma di legge, in ogni parte del Mondo?

I costituzionalisti dicono che ai principi si aderisce, mentre alle regole si obbedisce. Terrei distinti i due concetti, non altro perché è proprio sul crinale dei principi che si registrano le maggiore dissonanze tra sistemi processuali. Non abbiamo, per intenderci, uno “zoccolo duro” di garanzie processuali unanimamente accolte in tutto il globo. Non è un caso che le carte internazionali che si occupano di garanzie processuali si limitino ad affermare taluni principi molto astratti e suscettibili di interpretazioni poliedriche. Uno sforzo interessante è rappresentato, invece, dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo. Interessante perché vi è un organo giurisdizionale – la corte di Strasburgo – impegnata quotidianamente a tradurre in regole quelli che sono i principi dai contenuti alquanto generici contenuti nell’art. 6 della CEDU. È un esperimento che sta dando discrete soddisfazione ma che occorrerà affinare, soprattutto nei meccanismi di “assorbimento” di tali decisioni negli ordinamenti interni.

L’incontro che terrete il prossimo venerdì 16 dicembre si intitola “I difficili equilibri tra legislazione antimafia e garanzie processuali”. Può spiegarci, in parole povere, come si resta in equilibro in un contesto dove sembrerebbe facile perdere il controllo e lasciarsi trascinare dalla mala?

La tentazione è inversa: può essere che nella lotta alla criminalità organizzata si finisca per propendere per un male inteso giustizialismo, sacrificando le garanzie processuali. La complicità delle tendenze populiste fa il resto: si finisce per creare un sistema in cui le garanzie valgono solo per taluni reati, mentre per altri si assisterebbe ad una sorta di ritorno al passato, ad un processo di matrice quasi medievale. Questo è francamente inaccettabile: ecco perché questo convegno cerca di tracciare una linea di demarcazione per capire come le garanzie reggano all’impatto della legislazione antimafia e come le stesse siano in grado di offrire garanzie a chi, nel procedimento riguardanti reati di mafia, si trova coinvolto suo malgrado. Proviene dall’America, ma è valido anche in Italia il brocardo per cui sono meglio dieci colpevoli sfuggiti alla giustizia che un innocente in galera. Lo spettro dell’errore giudiziario deve animare chi si occupa di legislazione anti mafia.

Forse è giunto il tempo di interrogarsi sulla efficacia della lotta antimafia condotta a suon di leggi speciali che, insinuandosi in sistemi processuali molto complessi, finiscono per creare una sorta di “effetto a catena” che crea squilibri per l’intero sistema processuale. Si potrebbe agire su altri versanti: aumentando la presenza dello Stato sui territori infestati dalle associazioni mafiose, creando una cultura dell’antimafia, isolando i canali di approvvigionamento economico e politico dei sodalizi in odore di mafia.

La verità che la legge speciale, varata all’indomani di tragedie di matrice camorristica o mafiosa (pensiamo alle stragi di Palermo), sono la soluzione più comoda, più economica che meglio soddisfa l’opinione pubblica che ha sete di vendetta e di giustizia (in questo caso assumono rapporto di sinonimia).

Così non deve essere: la risposta dello Stato deve essere ponderata e non deve mai perdere di vista la concezione della giurisdizione intesa come metodo a garanzia dello Stato, del cittadino e non da ultimo, dell’accusato.