Caduto in disgrazia il latte vaccino, si stanno affermando bevande salutistiche realizzate con l’avena, il riso, la soia e la mandorla…

L’inverno non era ancora finito, e già i mandorli fiorivano nel mese di febbraio. Chi guardava le corolle con gli occhi dei poeti o dei bambini, si estasiava, immaginando torme di bianche farfalline appollaiate a grappoli sui rami ancora nudi, ed un piacere ineffabile, riscaldando il cuore, faceva fremere le membra.

Ineffabile spettacolo, breve vita. Non effimera, perché la bellezza, come l’etica, è eterna. Come d’incanto un immacolato tappeto di petali, svolazzanti, si adagiava delicatamente sulla terra, nera, punteggiata di verdi graminacee appena spuntate e profumati fiorellini gialli, rossi e violetti.

Il sole, intanto, più volte solcava la volta celeste con viaggi di sola andata, procedendo immancabilmente da levante a ponente nel compiere un arco sempre più alto fino a giugno. Tutta la natura si risvegliava per la pioggia di raggi dorati. Man mano che il tempo passava, miracolo!, i fiori si trasformavano in minuscole drupe ricoperte di una tenue peluria. Prima neonate, poi ragazzine, infine adulte.

Nella canicola di agosto i malli, prosciugati della linfa, fendendosi, si distaccavano. La brezza marina, quotidianamente in attività, portando refrigerio a uomini ed animali, scuoteva i mandorli, e frutti completamente maturi cadevano al suolo con piccoli tonfi.

Allertati, i contadini si precipitavano in campagna. Ampie reti ricoprivano le ombre proiettate dalle folte chiome degli alberi. I colpi dei battagli, percuotendo con energia i rami, echeggiavano per lunghi spazi silenziosi, mentre le mandorle scrosciavano rumorosamente a frotte. Nugoli di pidocchi sciamano, atterrando sulle carni dei lavoranti. Le mani di adulti e bambini ne fanno subito strage. Il prurito faticava a dilegursi.

Attività impegnativa, non bastavano per l’occasione le braccia degli uomini.  Anche le tenere mani dei ragazzini potevano essere di aiuto, raccogliendo le mandorle che privilegiavano traiettorie divergenti, spostando la rete, non appena un mandorlo era stato alleggerito, svuotandola quando si appesantiva oltremisura.

A sera inoltrata, i sacchi, accatastati gli uni sugli altri, finivano sul carretto, grosse ruote di legno ricoperte da un cerchione di ferro. Per ultimo spiccava un salto, il cane, che aveva abbaiato, non appena un confinante si avvicinava o una lucertola, sazia di sole, abbandonando la ruvida roccia, gli serpeggiava vicino. Un secco comando fendeva l’aria, e l’asina, scuotendo la criniera, partiva a passo cadenzato.

Durante il viaggio di ritorno i ragazzini si addormentavano non appena mettevano piede sul pianale di legno. Gli scossoni causati dalle enormi buche della strada, bianca di polvere calcarea, incaricandosi di far dondolare le loro teste, rendevano più profondo il sonno ritmato da un concerto di russamenti.  Intanto, gli occhi assonnati degli adulti, ad intermittenza, si chiudevano ed aprivano.

Abbandonata la strada sterrata, si raggiungeva la statale, ancora fresca di asfalto. Una teoria di carri, lenti, impolverati, la percorreva, punteggiandola di caldi escrementi. Bisognava aspettare che si creasse uno spazio vuoto, per infilarsi, incolonnandosi nel lungo cordone che procedeva lentamente, col ridursi progressivamente nelle vicinanze del paese.

Finalmente, l’asina, ansiosa di svuotare il secchio riempito di acqua alla pila pubblica, si fermava, senza che nessuno glielo comandasse. Lo scossone svegliava i passeggeri che, stropicciatisi gli occhi, scaricavano nell’atrio della modesta abitazione, i numerosi sacchi. Dal nulla sorgeva una montagna di mandorle, che allietava gli occhi dei contadini.

Ora sono desolate le terrazze che ospitavano le mandorle desiderose di abbronzarsi. Distendendosi sul pavimento di mattoni rossi e bianchi o sul manto irregolare di asfalto riversato quando era ancora bollente, condividevano da buone sorelle gli esigui spazi a disposizione, in attesa che una scopa al sorgere del sole non le scompigliasse perché ogni faccia perdesse umidità.

Ora, sui marciapiedi, costeggiati da file di interminabili vetture, i bambini non rompono più lestamente con i martelli dei ciabattini le mandorle, da consegnare a mani femminili, pronte a selezionare i frutti e scartare i tegumenti legnosi.. Né a tarda sera appare il commerciante Tonino, bravissimo nello scrivere con la mano sinistra, per il danno ricevuto alla destra al momento del parto.

A Pasqua e Natale le massaie non amalgamano più le mandorle tritate con zucchero, albume e cannella per produrre amarette. Sulla cresta troneggiava un chicco di caffè o un cubetto di frutta candita. Sistemate in teglie rettangolari, “i ramr”, un giovane fornaio, inforcando una bicicletta senza freni, veniva a prelevarle con un’asse di legno, per darle in pasto ad un forno riscaldato con rami di ulivi. Nei negozi di dolciumi non si vendono più i confetti di una volta, aventi come anima una mandorla ricoperta di giulebbe, che facevano la gioia dei piccoli e dei grandi ed auguravano felicità agli sposi. I mandorli sono stati sfrattati da ulivi e viti, essenze più remunerative per le tasche dei contadini. Ne sopravvivono solo dei superstiti, i cui frutti riempiono le cassette dei negozi biologici. Solo nei dintorni di Turi, un paese vicino Bari, numerosi mandorli salutano in coro ogni mattina il sole, come amanti di yoga.

Caduto in disgrazia il latte vaccino, si stanno affermando bevande salutistiche realizzate con l’avena, il riso, la soia e la mandorla.  Su molte tavole sono ricomparse in una ciotolina le mandorle da mangiare ogni mattina per le loro strepitose proprietà salutari. Non è, quindi, lontano il giorno in cui le foglioline di numerosi mandorli coralmente riprenderanno a sussurrare parole di riconoscenza al sole, quando i venti provvederanno a cullarle.


FontePhotocredits: Domenico Dalba
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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.

3 COMMENTI

  1. Un lucido scorcio di vita contadina. La palestra di tante menti sublimi, in Puglia, è stata proprio la “terra” . La vita nei campi insegna a rimanere con i piedi ben piantati al suolo ed a vivere col sudore della proprio fronte. Speriamo che in questa terra, a me “straniera”, non si perda mai la volontà d’investire su ciò che di unico essa produce.

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