Assegnato in Fisica all’italiano Giorgio Parisi

Dato che in diversi ambienti non solo culturali c’è qualcuno che ancora  nutre dei dubbi nei confronti del pensiero complesso, anche se alcuni di questi dubbi sono dovuti più che altro alla paura di dover mettere in discussione posizioni di previlegio acquisite, forse è utile guardare ai recenti Premi Nobel assegnati come quello in Fisica  al nostro Giorgio Parisi e a due climatologi le cui ricerche hanno dato consistenza  ad un ulteriore capitolo di quell’ormai vasto capitolo che è ‘il libro della natura’;  come alcuni giornali e blog hanno sottolineato, è stata premiata la fisica dei cosiddetti sistemi complessi, chiamati anche sistemi disordinati dove si prendono in esame i fenomeni critici caratterizzati da molteplici forme di interazione.   Così è stata data voce in modo strutturale ai diversi strati e multilivelli del reale e alle sue intrinseche ‘infinite ragioni’ per lo più ‘silenti’, come le chiamava Leonardo Da Vinci affascinato da bambino dal moto ondoso procurato dall’aver gettato una semplice pietra in uno stagno prima e dopo a sua volta dal piccolo Charles Darwin  che chiedeva al padre il perché della estrema diversità dei fenomeni naturali come il colore e la forma delle piante presenti nel loro giardino.

Coll’osservare il volo degli stormi delle rondini e rimanere affascinati dalla loro perfezione pur negli imprevedibili  movimenti e i diversi e multiformi processi che avvengono nell’atmosfera e nella biosfera, come possono essere lo scoppio di un fulmine e i percorsi di ogni forma di vivente, è stato dato  un volto preciso a fenomeni con logiche pluriarticolate che sfuggono a percorsi monolineari ed unidimensionali e improntati in modo strutturale su leggi probabilistiche legate all’incertezza e criticità di fondo; così il vecchio ma intramontabile aristotelico primo momento della ‘meraviglia’ nei confronti del reale, di qualsiasi reale una volta preso atto della sua poliedricità frutto di imprevedibili interazioni,  si è tramutato   in sua conoscenza  però interrogato con strumenti più appropriati e soprattutto senza ‘mentire’ su di esso a dirla con Simone Weil. Così è stato dato il giusto spazio, come nel caso dei climatologi premiati, agli ‘strazi’ del clima, per parafrasare una espressione del biopaleontologo Pierre Teilhard de Chardin, e a sviscerane le cause delle instabilità e del loro essere frutto di diversi fattori sia di lungo  che di breve periodo,  che portano ad esiti sostanzialmente imprevedibili verso i quali occorre però avere un maggior senso di responsabilità data la loro dimensione planetaria, sino ad ora sottovalutata e poco facente parte degli orizzonti socio-epistemici esistenti.

Se il reale viene interrogato con una attitudine di pensiero aperto ad ogni possibile esito e non ingabbiato in una cornice teorica pur ritenuta la più appropriata, risponde con altrettanta polifonia ma richiede, come diceva Gaston Bachelard che si è abbeverato  alle fonti di Siloe della seconda rivoluzione scientifica come le geometrie non-euclidee e le teorie relativistiche  e  quantistiche, figure di filosofi-scienziati ‘anabattisti’, cioè in grado di mettere da parte le conoscenze acquisite e ripartire da zero pervenendo così, come afferma Edgar Morin, ad essere l’unico epistemologo della prima metà del ‘900 a fare i conti con la complessità e le sue poste in gioco sia sul piano teoretico che quello esistenziale a partire dall’aspetto educativo, ritenuto strategico per cambiare ad imis modo di pensare e di agire. Il percorso di Giorgio Parisi è stato improntato da questa apertura di fondo che lo ha condotto dallo studio dei movimenti imprevedibili degli stormi a capire  che a base dei vari aspetti del reale c’è una logica pluriarticolata di fondo che si esplica in vari modi e che va dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande sino ad arrivare alle cellule nervose del cervello e agli stessi aggregati umani con la teoria dell’ottimizzazione; il  ‘reale silente’ in tal modo gli ha parlato con una pluralità di voci e di ‘ragioni’ dove ognuna è indispensabile ma non esaustiva e, pur nel disordine e nelle criticità che lo caratterizza, fornisce allo scienziato ‘anabattista’ le chiavi ermeneutiche per vedervi il risultato di ‘buon ordine’ tutto da costruire ma ‘frutto’, come diceva Leonardo da Vinci, del ruolo insostituibile della ragione matematica in quanto la sola esperienza non basta per entrare nei suoi meandri più nascosti e inaccessibili.

Primo elemento fondamentale da tenere presente è, pertanto, la struttura fortemente astratta in senso matematico, senza cioè un rapporto con grandezze misurabili sperimentalmente, della cosiddetta ‘teoria RBS di Parisi’ (rottura della simmetria delle repliche) che ha incorporato dentro i suoi ingredienti di base tale presa di coscienza anche sulla scia dei risultati degli studi di Nicola Cabibbo  col formalizzare l’impianto della teoria dei sistemi; ma tale ricerca, come è ormai prassi nel sano pensiero complesso, attraversa più settori della conoscenza scientifica dalla fisica delle particelle elementari, dove giocano un ruolo determinante le algebre di Von Newman come per la teoria della relatività il calcolo tensoriale di Ricci e Levi-Civita e gli spazi vettoriali di Hilbert nella meccanica quantistica, alla cromodinamica quantistica con l’introdurvi concetti e risultati presi dalla fisica della materia per approdare a campi lontani dalla stessa fisica teorica come i sistemi biologici con trovarvi risonanze negli studi sulle proteine del RNA e nel variegato campo delle neuroscienze, nell’ecologia teorica e nei processi di ottimizzazione in campo socio-economico.

Non deve sembrare, dunque, sul terreno epistemico strano  e anomalo il fatto che il percorso di Parisi, come di altre figure impegnate in ricerche sui sistemi complessi ormai suolo che calpestiamo tutti i giorni e per lungo tempo tenuto ai margini, sia stato caratterizzato sin dall’inizio  dall’aver preso concetti e idee da settori diversi, dotate di specifiche logiche, col dare loro una nuova veste, un ulteriore significato; la sua ricerca, come diceva Jean Piaget antesignano di un tale approccio, si è posta programmaticamente  au carrefour  di diversi settori e ha preso molteplici spunti da contesti teorici anche lontani  col dare loro un senso più appropriato rendendoli più proficui sia all’interno dei rispettivi ambiti e sia soprattutto in settori non propriamente fisici, dove sono stati delle vere e proprie risorse per altri sviluppi e nello stesso tempo hanno trovato ulteriori fonti per autoalimentarsi e arricchire di ulteriori prospettive i rispettivi punti di partenza.

Questo prendere idee da universi teorici diversi o ‘totalità teoriche’, come le chiamava Suzanne Bachelard, con tutto il loro peso veritativo, spostarle in altri campi ha significato renderle più ricche e più proficue e fare del ‘nomadismo’ dei concetti e della loro interregionalità o interrelazione, come dicevano prima Otto Neurath già negli anni ’30-’40 e poi sulla sua scia altri filosofi della scienza come Michel Serres e Edgar Morin, la prassi tipica del lavoro scientifico che ogni sana epistemologia della complessità riconosce come elemento saliente e fondante; ma questo si rivela strategico sul piano dei contenuti soprattutto perché, come ha sostenuto con una non comune sensibilità storico-epistemologica già Gaston Bachelard in  Le nouvel esprit scientifique  del 1934, un concetto ‘acquista più senso, quando cambia senso’. Del resto, questo è il motore della conoscenza che man nano che va avanti ci porta sempre verso la presa d’atto di un mondo, di un reale fatto di  leonardesche ‘infinite ragioni’ e sempre più intrecciate con la coscienza che ontologia ed epistemologia non coincidono; sta a noi, prendere atto di questa situazione e di tramutare la ‘meraviglia’ che ne deriva nel faticoso ‘travaglio dei concetti’, come lo chiamava Federigo Enriques nei primi anni del’900, e non in una paralisi cognitivo-esistenziale dove sembrano approdare coloro che ancora non riescono a metabolizzare il pensiero complesso.

I recenti Premio Nobel  possono essere, pertanto, letti  non solo come semplici indizi ma come dei risultati orientati a dare una definitiva spallata a posizioni del genere; essi sono da considerare come delle piste o percorsi, certamente pieni di ostacoli, in grado di farci aprire sempre di più gli occhi sulle ‘rugosità del reale’ e dalla piena metabolizzazione da parte nostra di questo ‘evento di verità’, a dirla con Alain Badiou, rappresentato dall’insieme delle ricerche di Giorgio Parisi, possiamo trarre utili insegnamenti di vario genere a partire dalla presa d’atto dell’interconnessione dei fenomeni naturali ed umani col maggior grado di responsabilità che ne deriva. Il sano pensiero complesso, come ogni autentico pensiero filosofico-scientifico, è la presa in carico sulle nostre spalle di questa visione ‘cosmopolitica’, come la chiama Mauro Ceruti, con la coscienza che se essa viene meno o fatta ideologicamente venire meno, è sempre il frutto di una nostra scelta che pagheremo molto caramente; per questo, come ripete spesso Edgar Morin, confrontarsi con la complessità non è un percorso semplice, ma è sempre un ‘problema’ aperto con le sue continue poste in gioco etico-teoretiche e va, pertanto, inserita come componente strutturale della nostra vita quotidiana, da cui trarre alimento e anche se a volte sembra indigesta, va comunque coltivata e mai persa di vista per evitare che il pendolo su cui si regge l’homo sapiensscivoli verso l’homo demens.


Fontehttps://flic.kr/p/2mxViZz
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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.