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Solo chi è disposto a cambiare, può accoglierla

Si sa che, per aumentare la resistenza muscolare occorre allenarsi e che i pesi giocano un ruolo fondamentale in questo. Anche il cuore è un muscolo, eppure nel suo caso i pesi possono far danni…ed è chiaro che non parlo tanto dello sport, quanto di ansie e preoccupazioni che lo fanno ammalare. Le cose belle, invece, allenano il cuore alla vita senza sovraccaricarlo, senza schiacciarlo; si intrufolano negli atri e nei ventricoli, ampliandone larghezza e capacità e sprizzando con forza in tutto l’organismo un senso di benessere e di pienezza. Non è forse questo che accade di fronte a un quadro e a un ulivo, a un tramonto e alla manina di un neonato?

Definire cosa è bello è impresa ardua: sui gusti, del resto, non si può discutere. Le parole, però, come sempre ci sfidano. Il latino “bellus” è il diminutivo di “bonus”, per cui la prima cosa che mi viene in mente è che le cose belle sono anche buone. Non buoniste; non strizzano l’occhio a destra e a sinistra nell’illusione di andare d’accordo con tutti; non hanno troppa pietà di ciò che è palesemente brutto e disarmonico. La bontà delle cose belle è incisiva, coraggiosa, rischiosa; prende posizione, stupisce, arricchisce, si impone fino a suscitare paura. Sono cose molto ordinarie: provate a ripulire un marciapiedi di periferia, a prendervi cura del giardino del vostro condominio (di cui nessuno si occupa), a osare gesti di cura verso persone sole. Noterete, accanto ai pochi che gioiscono sinceramente, una schiera di sospettosi, infastiditi dalla vostra intraprendenza, incapaci di farsi allenare il cuore dal bello e dal buono. Ma non per cattiveria, semplicemente perché faticano tanto a trovarne traccia in loro.

Certo, state attenti: potrebbero essere in grado di convincervi che quelli sbagliati siete voi e che le vostre cose belle sono, in realtà, brutte e cattive. Mettetevi pure in discussione, fa sempre bene; ma non fatevi abbindolare, né distogliere. Sappiate che bello è anche “pulchrum”, nel senso di nobile e grazioso. E le vostre cose belle, il marciapiedi ripulito, il giardino abbellito, la persona sola assistita, certamente lo sono e per un semplice motivo: sono gratuite, sgorgano dallo spirito di iniziativa. Perché la gentilezza non è passiva, apatica e taciturna, è creativa, passionale e chiacchierona. Viceversa: cosa c’è di nobile nel sentirsi lesi e infastiditi da qualcosa di grazioso, da un gesto gratuito? Nulla.

Bello, infine, è “formosus”: questa parola mi piace, perché rimanda all’estetica, al gusto, alla forma, che è sostanza. Perché l’esteriorità dice tanto e quasi mai è vero che l’apparenza inganna! Le cose belle danno forma a ciò che è informe, resuscitano luoghi e angoli disadorni, ridanno senso, raccontano storie nuove a dettagli condannati a morte dall’ignoranza cieca, offrono possibilità inedite, dicono: «non tutto è finito, non tutto è perduto, si può fare di più». Le cose belle sono dinamiche, non si accontentano, cambiano: del resto l’esterno, nutrendo e facendo crescere l’interno, deve contenerlo sempre meglio, perciò è disposto a modificarsi. Proprio come il grembo di una madre, il duttile guscio della cosa più bella che esista: la vita.

Come può accogliere la bellezza chi non è disposto a cambiare, a farsi accrescere dall’altro, ad ammettere di non sapere tutto, ad assumersi la responsabilità di vivere con gli occhi aperti, a svegliarsi dalla pigrizia che non solo non opera, ma si arroga pure il diritto di frenare, demolire, provare a tramutare la bellezza in errore, la bontà in cattiveria? Quanta complessità! Ma ve l’immaginate una bellezza facile e a buon mercato? Non sarebbe più tale.

Non sarà pericoloso avere a che fare con tutta questa complessa, difficile, ingestibile bellezza? Non procurerà qualche fastidio di troppo? Non esporrà a inevitabili fraintendimenti? Si, certo, l’avevo già detto all’inizio; lo ripeto, con il poeta tedesco Hölderlin, convinto che «dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva», e con il grande Dostoevskij, per il quale proprio «la bellezza salverà il mondo».

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FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

1 COMMENTO

  1. Questo articolo è come un grande specchio….. Tu se di fronte e solo se sei bendato non riconosci che quella/o dall’altra parte sei tu! Che meraviglia…

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