La ferita che cura. Dolore e sua possibile collaterale bellezza di Antonia Chiara Scardicchio

 A volte, quando ci si sente fragili, si ha l’impressione di frantumarsi come cristalli e di divenire pioggia dalle mille gocce. E poi accade che in quei momenti si cerca una resurrezione mentre il cuore batte forte e le palpebre sono cucite tutto intorno.

L’umano si dipinge di buio, di confusione, di paura ma, se è vero che siamo destinati all’amore, “perché?” è una domanda martellante che ci possiede stravolgendo ogni logica.

Perché proprio a me?

Come si spiega la giustizia con la sofferenza?

Un tentativo di risposta si coglie nel saggio “La ferita che cura. Dolore e sua possibile collaterale bellezza” di Antonia Chiara Scardicchio, ricercatrice e docente di Pedagogia Sperimentale presso l’Università di Foggia, scrittrice di talento e madre di gran cuore e rivelatrice di speranza, pubblicato con AnimaMundi Edizioni.

Ogni uomo e donna nel dolore trema e si pone in attesa di un Dio che risponda e dia un segnale di salvezza, di qualsiasi natura essa sia. Allora bisogna pazientare perché la fede non va vissuta nell’ottica merito/punizione ma nella capacità di comprendere e accogliere un Amore che, comunque, non sbaglia.

Decollocarsi, decentrarsiforse è il modo per giungere a una nuova consolazione.

Se Giobbe, uomo giusto, quando si gratta le piaghe su un cumulo di letame, domanda con insistenza a Dio di parlargli e di rispondergli e poi comprende che l’inatteso è un sapere che non si può possedere.

Se la posizione dell’amanterispetto all’amatoè quella dell’impotenzarispetto all’onnipotenza, la consolazione passa in un solo modo, imparando ad ascoltare l’altro senza frapporsi con le proprie considerazioni.

Exotopia è una parola bellissima, significa uscire da sé per andare incontro all’altro senza avere la pretesa di modificare, senza avere la pretesa di salvarlo.

L’approdo è il mutamento di domanda dinanzi al disagio: «Cosa posso imparare da te, dolore

Il dolore è la materia viva, palpitante che noi possiamo fecondare.

Dio ci chiede un salto in avanti, ci vuole co-creatori perché il dolore non ci devesterilizzare ma deverivoluzionare la coscienza e l’anima.

L’incidente del dolore, quello che ci toglie il respiro e ci fa franare può trovare uno snodo nello splendore dell’innesto.

Se il cervello si sviluppa nella mancanza, se l’albero non muore con l’innesto, forse il non senso, come sottolinea l’autrice, si può spiegare con una trasformazione nell’esperienza della fecondità.

Nell’orizzonte opaco è un’improvvisazione che ci rende meno invisibili e rende il vuoto capace di urlo sì da riconoscerci.

Allora come si sta al cospetto di quello che non sappiamo?

La morte è una grande sovvertitrice, è maestra nel rovesciamento di prospettive.

Stare sulla faglia, non capire, non potere, zigzagare nella complessità di una logica ambigua. Nell’esperienza dell’ambiguità, nello smottamento, nello spaesamento si cerca di far coincidere il caos con una nuova generatività.

Come si manifesta allora la resurrezione? Come ci si educa al dolore?

La consolazione è l’energia che rituffa nella speranza, è il non sentirsi abbandonato ma raccolto.

Non so se questo fatto di non avere

un paio d’ali sia premio o castigo,

io non so se la polveriera

della mia inquietudine sia un trono

su cui mi siedo minacciato, se la fuga che

a scatti regolari mi pungola, se quel

puerile sogno di fuga sia uno sgambetto

d’angelo, d’un buffone d’angelo che

mi vuole inciampare.

Mariangela Gualtieri in questi versi ci chiarisce che nel vuoto, nell’inquietudine l’inciampo è solo una possibilità e tutto ciò che è fuori misura umana, fuori taglia, ci induce a sporgerci al tempo che verrà, non a casaccio, non con retorica, ma con lo slancio dell’essenziale.

La slacciatura di chi va via per sempre è una ferita che invita a ripensare la vita in un compito di compartecipazione.

Arco o freccia, dopo lo strazio della solitudine, al di là della nostra misura, c’è la dismisura di un Amore più grande.


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Angela Aniello
Angela Aniello è nata a Bitonto nel 1973, si è laureata in Lettere classiche e dal 1998 insegna nella scuola secondaria di primo grado. Da tempo si dedica alla scrittura come vocazione dell’anima. Ha pubblicato nel 1997 il racconto “Un figlio diverso” edito da Arti Grafiche Savarese e, nel 2005, ha pubblicato anche una raccolta di poesie dal titolo “Piccoli sussurri” edito da Editrice Internazionale Libro Italiano. Ha vinto il concorso nazionale Don Tonino Bello nel 1997 e nel 2004, ha conquistato il secondo premio a un certamen di poesia latina, Premio Catullo ad Acerra (Na) e nel febbraio del 2006 è arrivata il suo quarto premio al concorso di poesia d’amore Arden Borghi Santucci. Quest’anno (precisamente a giugno 2018) ha vinto il terzo premio di poesia e il primo premio per il racconto “Anche la paura puzza” al Concorso “La Battaglia in versi”.

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