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Noemi, 8 anni: “una felicità che ci siamo conquistati millimetro per millimetro con una faticosa quarantena”

“La scuola del Covid non ci piace. Non è la scuola che vogliamo, perché semplicemente non è scuola. Non è la scholéin cui ci si ferma, ci si riposa dalla frenesia quotidiana per dedicarsi allo studio, almeno così la pensavano i greci, con buona pace di chi accusa gli insegnanti di oziare soltanto. I pragmatici latini ne sarebbero fieri: nell’antica Roma l’otium, come diritto ad astenersi dalla frenesia del fare per dedicarsi all’apprendimento e alla cultura, era un privilegio.

La scuola del Covid, invece, è un frenetico susseguirsi di rigidi protocolli: la mascherina del giorno prima e la mascherina nuova; i guanti e la visiera; il gel igienizzante e il disinfettante sul tasto del fotocopiatore e sulla penna della LIM; il sacchetto o lo zaino svuotato per il giubbotto; le finestre aperte anche con la pioggia; le strategie di alternanza per andare in bagno e a mensa; innumerevoli porte d’entrata e d’uscita; la fantomatica stanza “Covid” e la stanza della correzione dei quaderni. La paura, l’ansia, l’immensa responsabilità. E la distanza: sempre e costantemente a un metro di distanza, in fila e in classe, in corridoio e in collegio; i bollini, i segnali e le frecce sul pavimento te lo ricordano, non puoi sbagliare.

Nella scuola del Covid gli studenti devono stare a distanza e il docente deve proteggersi da loro e proteggerli da sé. Deve spiegare al ragazzino di scuola media che la sua mascherina fastidiosa è legata a una cosa in disuso, chiamata bene superiore, e al bambino di prima elementare, che vuole un abbraccio perché sta vivendo il suo primo importante distacco da casa, che non può farlo. «Miranda, guarda: la maestra ti manda un cuore», dicevo l’altro giorno a una piccolina. Avrà funzionato? Il suo sorriso mi ha suggerito di sì.

L’alunno è colui che è alimentato, nutrito e fatto crescere, secondo l’etimologia della parola dal verbo “alo”. Il verbo dell’alito, quello che nella Bibbia è vita e che nella pandemia è contagio e sofferenza. Credo che qualsiasi insegnante si stia chiedendo, preoccupato, cosa sta comunicando, quale nutrimento sta dando agli alunni che gli sono affidati in questo anno scolastico indelebile e durissimo, un anno in cui la sicurezza è in testa agli obiettivi di apprendimento e spesso li fagocita.

Ebbene, non voglio proseguire oltre. Non voglio unirmi alla schiera dei profeti di sventura, né alle fila degli spiritualisti che vanno poetizzando sulle regole e sulle norme, raccomandando di “pensare non solo alle norme, ma anche all’umano e alle relazioni”. Come se gettarsi nella scuola in questo momento, proteggere gli studenti, scervellarsi giorno e notte per cercare di veicolare dei contenuti in queste condizioni, non significhi già “pensare all’umano”. Come se dedicare ogni giorno buona parte del tempo scolastico alle regole anticovid, tornando finalmente a parlare di bene dell’altro, bene comune e bene superiore, non sia l’educazione civica e relazionale più riuscita degli ultimi anni. Non che bisognasse aspettare la pandemia, ma questo significa trarre qualcosa di buono da tutto questo male. Significa non arrendersi. Significa creare e ricrearsi. Significa vivere.

Perché è vero, la scuola del Covid non ci piace. Ma resta uno dei più grandi atti di eroismo della storia della scuola e, mi permetto di dire, del Paese, un’opera di organizzazione inimmaginabile, di assunzione di rischi incalcolabili, di investimenti (forse) a perdere, di progettazioni scrupolose, ma anche di creatività, di scoperte inedite, di collaborazione e condivisione rinnovate, di speranza.

La scuola del Covid non la vogliamo, ma la teniamo stretta, abbracciata in un abbraccio paradossale, fatto di tante distanze, che chiede di affinare il tatto alle cose impercettibili e preziose. Una scuola tenuta insieme dai metri che ci separano, esposta al contagio eppure immunizzata da virus contro i quali un vaccino, forse, non arriverà mai: l’ignoranza, la retorica, la polemica, lo spiritualismo, il minimalismo, la tentazione di credere che, in fondo, la cultura sia inutile. Una scuola un po’ sola, piena di domande irrisolte e di enigmi scomodi e che, forse, proprio per questo, ci sta aiutando a congedarci dall’infanzia per sederci ai banchi dell’adultità. Un luogo di bellezza fragile, provata, certamente in cammino, certamente migliorabile, ma certamente più affidabile di tanti, troppi luoghi comuni ordinati, sicuri, astratti e drammaticamente disincarnati, lontani dalla felicità di ritrovarsi distanti ma comunque insieme, “una felicità che ci siamo conquistati millimetro per millimetro con una faticosa quarantena”, come ha detto Noemi, 8 anni. Solo all’anagrafe, evidentemente.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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