La cosa più grande che mai abbiamo tentato

Il 6 giugno 1944 gli Alleati sbarcarono in Normandia, uno dei momenti chiave del secondo conflitto mondiale.

Overlord, Signore Supremo, fu il nome altisonante e portentoso dell’operazione più audace e rischiosa della seconda guerra mondiale, che ebbe come obiettivo quello di creare una testa di ponte in Normandia, per poi far dilagare gli alleati in Europa e sconfiggere definitivamente la Germania del Fuhrer. Il sacrificio di tanti militari, 40000 vittime nel complesso, contribuì al successo degli Alleati in una guerra che stava vedendo l’inesorabile declino della Wehrmacht, costretta a fronteggiare l’avanzata sovietica ad Est. Il tributo di sangue della popolazione, seppur al di sotto delle previsioni avanzate da Churchill, riguardò ben 12000 civili francesi e belgi.

I numeri raccontano tutta la grandiosità di questa operazione: impiegati 850000 uomini e 148000 veicoli. Due operazioni ebbero il compito di preparare la grande offensiva: Pointblank, che doveva assicurare la superiorità aerea sulla città agli Alleati e l’operazione di depistaggio Fortitude, che aveva come obiettivo quello di disorientare Hitler, facendogli credere imminente uno sbarco in Norvegia (Fortitude Nord o Skye) o al Passo di Calais (Fortitude Sud). Prima del 6 giugno 1944, gli Alleati avevano messo in atto altre due operazioni di sbarco rilevanti: Torch sulle coste dell’Algeria e del Marocco, che ebbe un ruolo importante nel successo nella campagna del Nord Africa contro gli eserciti dell’Asse; Husky in Sicilia, che era stato progettato per aggirare il fronte nemico, ma per il quale Winston Churchill proferì un punto di vista per nulla entusiastico: «Speravamo di far sbarcare un gatto selvatico che avrebbe strappato le budella ai boches. Abbiamo invece portato a riva un’immane balena che batte goffamente il mare con la coda». La paura che questa balena sbattesse sgraziatamente la sua grossa coda, fu uno dei tormenti e delle preoccupazioni che torturarono gli Alleati, fino al giorno dell’attuazione dell’Operazione, soprattutto i britannici, come traspare ancora una volta dalle parole che Churchill scrisse a Roosevelt :«Non dubito della nostra capacità di sbarcare e schierare le nostre forze nelle condizioni sopra dette, ma mi preoccupano profondamente il ritmo con cui affluiscono i rinforzi e la situazione che può determinarsi tra il trentesimo e il sessantesimo giorno dallo sbarco…Mio caro amico, questa è la cosa più grande che mai abbiamo tentato. Noi stiamo rispettando gli impegni assunti ma spero Dio che non ci costi troppo caro».

Se ad Oriente il sacrificio sovietico risultò importante, se non addirittura decisivo, qualcuno ha definito, forse con sarcasmo, l’attacco giapponese a Pearl Harbour un miracolo, che ha coinvolto in maniera decisiva gli Stati Uniti nel conflitto e che ha dato speranza ai britannici, che avevano strebua combattuto per lasciare aperta la vitale linea di rifornimento dell’Atlantico. Erano gli americani che spingevano per un’invasione in grande stile, con la volontà di sradicare il nazismo dall’Europa e riportare la pace, perché la principale preoccupazione per Roosevelt e gli americani non era il Giappone, ma la Germania (Germany First).

Lo sbarco avvenne il 6 giugno del 1944 sulle spiagge della Normandia, che da anonime dune sabbiose, avrebbero assunto nomi iconici: Utah, Omaha, Gold, Jump, Sword. Gli americani giunsero sulla costa prima delle truppe canadesi e britanniche e trovarono l’arcigna e violenta reazione delle forze tedesche, che si trovavano nelle casematte e che scaricarono i loro proiettili sui soldati. Se a Utah Beach le truppe non subirono grosse perdite, drammatica fu la sorte che toccò a coloro che misero piede sulla spiaggia di Omaha, falcidiati dall’alto dai tedeschi e poco favoriti dagli attacchi aerei e navali. Ad eccezione di Sword Beach, le perdite furono migliaia negli altri settori. I soldati erano consapevoli di quello a cui sarebbero andati incontro e non erano certamente disillusi. Serpeggiava un certo malcontento nel sapere che, dopo aver servito l’esercito in altre missioni, non sarebbero tornati a casa, ma avrebbero messo a repentaglio la loro vita sulle spiagge atlantiche della Francia, in un conflitto che sembrava infinito, un campo di battaglia dopo l’altro: «Non riuscivo a pensare che un giorno la guerra sarebbe finita. Mi pareva che per tutto il resto della nostra vita saremmo stati obbligati a combattere in un modo o nell’altro». Nonostante le perdite, le truppe alleate riuscirono poi ad avanzare nel resto della Francia con la conquista dei vari porti e la liberazione di Parigi. Fu un’operazione dove emersero figure forti, come Dwight Eisenhower e Bernard Montgomery, e non mancarono tra i comandanti frizioni, diversità di vedute, rivalità e antipatie.

Overlord, mastodontica ed efficace balena, è un monito a non sfidare la storia, perché il sacrificio di quegli uomini non si ripeta,  e a considerarla con oggettività. Il dibattito è aperto, ma per certo la Germania è stata vinta con la morsa sovietica ad est e degli alleati a ovest. La guerra è stata vinta anche grazie a Overlord, ma non solo. È stata decisiva la resistenza di britannici e sovietici quando la guerra sembrava essere sul punto di non ritorno, “sangue, fatica, lacrime e sudore” che hanno dato la possibilità di creare questa straordinaria impresa, così come fu decisiva l’impresa di Stalingrado. Fu uno snodo cruciale ma non politicamente risolutivo, così come scrisse l’ammiraglio Kirk, riferendosi all’esito di Overlord: «Se ci va bene, la guerra è vinta; se invece falliamo, potrà durare ancora degli anni. E forse dipenderà dall’esito se saremo noi o la Russia a dominare il mondo, almeno per un po’».

È stata forse la cosa più grande che abbiano mai fatto tentato, è vero, ma al pari della tenace resistenza di Stalingrado, dell’incrollabile speranza e forza d’animo degli inglesi che videro coventrizzate le loro città, del sacrificio di milioni di militari che offrirono il loro sangue e sulle cui tombe soffia un vento intriso di libertà.

Ottant’anni sono passati da quegli eventi tragici e terribili, che abbiamo imparato a chiamare anche con il nome di D-day. La speranza è che Overlord resti davvero l’ultima cosa grandiosa fatta dagli eserciti della libertà, perché in Europa il rischio che oggi si compromettano ottant’anni di pace è un’ipotesi drammaticamente concreta.


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