Leggende e primati

Helsinki aveva già ottenuto nel 1940 i Giochi, prendendo il posto di Tokyo. A causa del conflitto mondiale e di una guerra che i finlandesi combatterono contro i sovietici le Olimpiadi non si disputarono. Dopo Londra anche Helsinki si sentì in credito con la storia e avanzò la sua candidatura. Il 21 giugno 1947 la città finlandese non ebbe grandi difficoltà a farsi preferire a cinque città americane e ad Amsterdam, potendo finalmente organizzare i Giochi estivi.

Lo Stadio Olimpico, quello costruito per il 1940, fu portato ad una capienza di 70000 spettatori che poterono assistere all’edizione più bella fino ad allora disputata. Eppure, il cammino di avvicinamento era stato turbato da gravi tensioni politiche come la guerra di Corea e l’esacerbarsi della Guerra Fredda. L’edizione del 1952 fu segnata dalla prima partecipazione dell’Unione Sovietica che mancava, allora solo come Russia, da Stoccolma. Per loro fu creato un villaggio olimpico a parte, ma più di una volta gli atleti sovietici cercarono di fraternizzare coi colleghi americani e non solo. Detto della guerra di Corea che comporterà la partecipazione della rappresentativa della sola Corea del Sud, la Germania Est si rifiutò di prendere parte ai Giochi assieme agli atleti della Germania Ovest che alla fine partecipò da sola. Formosa e Cina furono invitate, ma la prima rimandò al mittente l’invito e la seconda si presentò ai Giochi dieci giorni dopo l’inizio.

Nonostante la folta coltre di nubi che metteva a repentaglio la buona riuscita, Helsinki 1952 fu un’edizione che batté molti primati. Anzitutto il numero delle rappresentative in gara che furono 69, con un aumento di quelle africane e asiatiche. Furono battuti ben ventinove primati in quindici giorni di gare di altissimo livello di fronte a un pubblico che, soprattutto in materia di atletica, aveva il palato fino. Tutto ebbe inizio con la celebrazione laica in un pomeriggio uggioso di luglio. Un uomo entrò nello stadio, correndo con una buona andatura nonostante la sua onorevole età, stringendo la torcia con la quale un’altra leggenda, Kolehmainen, avrebbe acceso il tripode. Era Paavo Nurmi, un colpo a sorpresa per nulla scontato, vista la resistenza dell’ex atleta che dopo la carriera si era ritirato a negozi privati. Abbiamo detto della qualità degli atleti e delle gare.
Su tutti spiccò l’impresa immaginifica di Emil Zatopek che vinse 5000, 10000 e la maratona. Divenne L’Uomo Cavallo, un destriero del mezzofondo e del fondo che a Helsinki rinnovò la rivalità con Alain Mimoun, sconfitto per due volte sui 5 e 10 chilometri in pista. Lindy Remigino, bianco statunitense – e qui sta la notizia- si aggiudicò la finale dei 100 al fotofinish dove Dean Smith, futuro stuntman del cinema americano finì quarto. Stupirono le imprese sui 100 e 200m femminili di Marjorie Jackson, diciannovenne che spense le velleità della mammina d’Olanda Blankers Koen ancora presente a Helsinki ma in netto declino. Vent’anni dopo il Fanciullo d’Anversa, Ugo Frigerio, un atleta italiano entrò da solo nello stadio nella finale della 50 km. Si trattava di Giuseppe Dordoni, detto Pino. Vinse l’unico oro dell’atletica che assieme all’argento di Consolini costituirono un bottino magro. Il medagliere della regina dei Giochi fu vinto dagli USA con quindici medaglie d’oro, davanti alla Cecoslovacchia, o a Emil Zatopek, che vinse tre dei quattro ori della compagine slava. Tra gli ori spiccò l’affermazione clamorosa sui 1500 del Lussemburghese Joseph Barthel, ad oggi l’unico oro del Granducato. Nel nuoto tutti aspettavano il ritorno in grande stile dei giapponesi che riuscirono a guadagnare solo tre argenti. L’Ungheria si riprese l’oro che il Settebello, comunque ottimo terzo, aveva soffiato ai magiari a Londra. Fu probabilmente a Helsinki che nacque il mito della Aranycsapat, la squadra d’oro del calcio, destinata a dominare il panorama calcistico di metà degli anni’ 50. L’Ungheria della Honved e dei suoi illustri fuoriclasse a Helsinki raggiunse il suo risultato più alto, battendo la Jugoslavia in finale, con i gol di Czibor e Puskàs. E dei grandi attesi, i sovietici? Come vedremo, finiranno secondi nel medagliere riuscendo a imporsi soprattutto nella ginnastica dove Čukarin vinse quattro ori.

Il bottino complessivo degli Azzurri con otto ori, nove argenti e quattro bronzi confermò il trend positivo. Edoardo Mangiarotti, inossidabile spadaccino, vinse l’oro nella spada contro il fratello Dario e  nella spada a squadre. Irene Camber stupì tutti vincendo l’oro nel fioretto individuale. Nicolò Rode e Agostino Straulino si aggiudicarono l’oro nella classe star della vela. Bolognesi si affermò nei pesi leggeri del pugilato. Enzo Sacchi, nella gara di velocità, e la squadra di inseguimento confermarono la tradizione del ciclismo italiano.

Gli Stati Uniti comandarono ancora il medagliere, con 40 medaglie d’oro, davanti ai russi, 22, alla loro prima apparizione e in fase di rodaggio, in attesa di una supremazia non troppo lontana. E così, alla corsa agli armamenti e alla sfida per il dominio spaziale se ne affiancò un’altra, non meno importante, quella della supremazia sportiva, che avrebbe caratterizzato le edizioni successive dei Giochi fino a Seoul, allorquando la Guerra Fredda sarà nei suoi ultimi giorni.


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Vincenzo Pastore è un insegnante di Religione. Nel 2006 ha conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Facoltà Teologica Pugliese. Al titolo teologico aggiunge la laurea magistrale in Relazioni Internazionali. Ha pubblicato in self-publishing due racconti brevi, Adriatica '98 (2020) e Ceneri e Cantoni (2022). Nel 2022 ha pubblicato con Abelbooks Pijan Paša. La kafana della famiglia Marković.

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