Dieci storie vere di dieci scienziati ipovedenti o non vedenti, del passato e del presente. Di questo parla “L’universo tra le dita” (Efesto Edizioni), il saggio del matematico salernitano ipovedente Michele Mele, ricercatore all’Università Del Sannio di Benevento, vincitore del Pegasus Literary Award, l’Oscar della Letteratura Italiana. L’intento è abbattere, anche attraverso il progetto ONU “Science in Braille”, i pregiudizi che allontanano, spesso già in precoce età, le persone con patologie della vista dalle discipline scientifiche.

Ciao, Michele. Cosa intende divulgare il tuo saggio “L’universo tra le dita”?

Raccontando le storie vere di dieci scienziati ipovedenti o non vedenti, sia del passato che del presente, mi propongo di abbattere i pregiudizi che allontanano, spesso già in precoce età, le persone con patologie della vista dalle discipline scientifiche, impedendo loro di acquisire gli strumenti essenziali per la comprensione del mondo che ci circonda ed escludendo a priori alcuni percorsi professionali per cui potrebbero essere portate. Queste appassionanti storie di personaggi, ai quali non è difficile affezionarsi, dimostrano inequivocabilmente che è il contesto a determinare la disabilità, non un pugno di cellule in meno.

Perché le discipline scientifiche vengono, erroneamente, considerate inaccessibili per non vedenti e ipovedenti?

Siamo abituati ad associare le professioni scientifiche ad immagini stereotipate che suggeriscono che la scienza sia necessariamente visiva: il matematico chino a scrivere complesse formule, l’ingegnere che disegna progetti, il chimico impegnato in delicati esperimenti con le sue provette, etc. Ogni scoperta scientifica viene tuttavia prima concepita con l’occhio della mente ed è pertanto frutto dell’intuizione e del ragionamento al di là dell’influsso dei sensi. Un matematico elabora un passaggio di una dimostrazione prima di scriverla, un ingegnere disegna prima progetti nella propria testa per poi riportarli in forma visibile o tangibile, il chimico conosce la struttura della materia e, ben prima di effettuare il proprio esperimento, ha già le idee chiare su cosa potrà osservare; in breve, non è necessario avere una vista perfetta per fare scienza, come dimostrato da molti dei personaggi di cui ho scritto.

In qualità di Education Officer, attraverso la nuova campagna “Science in Braille” promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), in che modo pensi di promuovere virtuosi processi di inclusione, al di là di ogni ostacolo materiale o ideologico?

La campagna è guidata da un direttivo di scienziati ipovedenti e non vedenti, ognuno dei quali è assegnato ad una specifica area d’intervento. Il nostro compito è quello di essere un punto di riferimento per enti, governi ed istituzioni impegnati a promuovere nuove politiche di inclusione e pari opportunità. Come Education Officer, il mio terreno d’azione sarà la scuola; tra le misure che proporrò ci saranno certamente una rivisitazione del vocabolario legato alla disabilità, ancora troppo spesso escludente, e l’adozione universale di MathSpeak ed altri strumenti per migliorare la qualità dell’istruzione scientifica per le persone con patologie della vista.

Cosa accomuna l’esperienza sensoriale di scienziati del passato (Saunderson, Euler, Metcalf, Huber, Bolotin e Nemeth), alla percezione di quelli viventi (Baggett, Corrigan, Minkara e Wedler)?

Tutti loro hanno scoperto il mondo attraverso gli altri sensi, talvolta trasformando la disabilità in un’opportunità di osservare le cose da un altro punto di vista. Il matematico Nicholas Saunderson (1682-1739), divenuto titolare della più prestigiosa cattedra di matematica al mondo da completo autodidatta, l’eclettico John Metcalf (1717-1810), primo ingegnere stradale della storia, e lo pneumologo Jacob Bolotin (1888-1924), primo non vedente abilitato alla professione medica, ne sono una notevole testimonianza. Questa stessa capacità di reagire e di rimodellare le proprie certezze è comune sia allo scienziato non vedente nato prima del Braille che alle figure viventi che ho intervistato, tutti impegnati in sfolgoranti carriere grazie ad un mix di tenacia, talento e fiducia.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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