«Il possesso completo è provato solo dal dare. Tutto ciò che sei incapace di dare ti possiede»

(André Gide)

Ci avete mai fatto caso?

Esistono persone che amano possedere cose piccole, gingilli, portachiavi piccini e colorati, ciondoli dappertutto, magneti, matite, quaderni strani, magliette con scritte ridicole, ma a punta di coltello. L’altra faccia del genio.

Poi esistono persone che amano possedere cose grandi, auto di lusso, immobili sontuosi, tecnologia ultimo grido, mobili griffati, abiti da passerella, posizioni sociali dai nomi altisonanti.

“Fai il mio nome e si chinano le teste… o si aprono le porte”.

Non so quanti si beatificherebbero nel poter dire questa cosa.

Che è una cosa, solo una misera cosa. L’altra faccia del tracotante niente.

Nel mezzo, mi sa, ci sono coloro che hanno capito come potrebbe andare: il possesso di tutto non porta a niente, la rinuncia a tutto sortisce lo stesso effetto.

Dunque cosa accade? Accade che nessuno ha niente di ciò che realmente vorrebbe, altrimenti si sarebbe fermata l’eterna ricerca dell’alterità. Tutti, di contro, potrebbero fermarsi e scoprire una cosa meravigliosa: ogni volta in cui non abbiamo quel che vogliamo, spunta l’opportunità di prenderci ciò di cui, invero, abbiamo bisogno.

E sono due cose diverse.

Ed è questo discernimento che fa la differenza.

È la pace interiore necessaria a capirlo che cambia ogni prospettiva.

Sono 44 anni che sogno, per esempio, una villa con la piscina: ci sono andata vicina tante volte, ma la vita altrettante volte mi ha portata a dover ripartire da zero, la piscina muore e tu scopri che ti sai rialzare.

E nel mentre nella mia mente si snocciola questo pensiero, in Via del Plebiscito mi passano davanti tre pagine di libro in carne ed ossa: monaci tibetani che camminano uno dietro l’altro, abito buddhista arancione convinto, andatura lenta e decisa, testa alta e pelatamente lucida, sguardo dritto, attento eppure Altrove.

Fogli di carta che hanno preso vita, insieme al mio sorriso che ha preso corpo, come quando ho alzato gli occhi al cielo e non ho visto solo il cielo: mi sono accorta che la natura, in un albero imponente, ha la medesima forma delle mie arterie; quasi che me le abbia mostrate per lasciare le vedessi, per lasciare ricordassi di averle.

L’imponenza umana, al di là di qualsiasi possedimento.

Da soli non si vince: ci si allea.


FontePhotocredits: Miriam Arsedea Massarelli
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.