Qualcosa si muove, più di qualcosa

Un balzo indietro improvviso, l’effetto di un elastico teso al massimo e poi lasciato andare: imbattersi in certi cartelli può dare questa sensazione. Le icone sono simboli e il simbolo, per definizione, “tiene insieme” le cose, in genere due. Qui tre addirittura. Tre condizioni diverse, con esigenze diversissime. L’associazione di tutte e tre in uno spazio ridotto è problematica sotto ogni punto di vista. E nell’era delle nursery, che aprono pubblicamente l’universo della cura ai padri e strappano il patto di esclusività tra mamme e pannolini, certi cartelli fanno riflettere in modo particolare. Automatismi? Gestione problematica di spazi? Residui si un mondo che sta sparendo?

Senza voler essere irriverente, ho pensato a un rebus un po’ sibillino: “attenzione, la maternità ti siede” (certe volte ti stende proprio!). E c’è da crederci, guardando le percentuali in crescita di madri che lasciano il lavoro per poter accudire i propri figli, in una società così avanti su tante cose ma così indietro sulle politiche genitoriali. La società dell’elastico, per tornare alla metafora di partenza, in cui ad ogni traguardo corrisponde un regresso uguale e contrario.

Maternità, insomma, è sedersi, nel senso di stare mentre tutto passa, di mettersi in pausa mentre il mondo corre. La fatica è tutta qui: l’ambivalenza di un fare da ferme, di una fissità produttiva, con il dovere di essere sempre sul pezzo, forti, performanti. E, soprattutto, di non lamentarsi se si è stanche, se all’amore si mescola la velenosa sensazione di essere tagliate fuori dal mondo. Lo ricordano il tempo, gli eventi, il lavoro, che vanno avanti come treni in corsa, mentre le madri sono ferme a un binario temporaneamente in disuso, eppure snodo di partenza di altri treni in viaggio per la crescita. E lo ricordano gli amici, che continuano a viaggiare, uscire fino a tardi, fare colazione alle 11,00 e apericena nel tardo pomeriggio, mentre le madri proprio non possono.

Mamme. Improvvisamente abili, ossia “capaci” di cose mai fatte, solo perché madri: dall’interpretazione del pianto alla presa in carico di un cervello emotivamente immaturo fino (almeno) a 6 anni. E altrettanto improvvisamente in-abili a quelle solite, solo perché madri: lavorare, coltivare un hobby, fare una doccia, riposare decentemente, uscire a prendere una boccata d’aria.

E aggiungerei: farsi chiamare ancora col proprio nome e non “mamma”. Mica per disamore alla maternità, piuttosto per amore alla complessità di un’identità irriducibile a un solo ruolo, benché enorme. Ma qui l’inabilità sta pure negli altri, nella società che ipercelebra le madri, di solito nel nome della Madre, per poi lasciarle sedute a cullare, isolate a curare, osservatissime e sole. Senza che la forza politica di ciò che sono emerga una buona volta a far tremare la partitica, a spegnere i lumini delle devozioni per accendere i riflettori delle contraddizioni.

Dai, è solo un cartello. Come quello che nella stanza dei giochi di ospedali e ambulatori chiede alle mamme di tenere in ordine. Come quello che al laboratorio di analisi richiede un solo accompagnatore per bambino …poi va a capo e chiede ai padri di aspettare fuori, dando per scontato tutto. Come il foglio del consenso per le operazioni chirurgiche dei minori, dove la riga principale da firmare è per la madre, tutore legale, prima rappresentante della creatura, prima accompagnatrice in caso di degenza, presidentessa di tutte le decisioni. Solo perché da quel cordone in poi le ha ben conosciute sotto forma di recisioni. Ma sì, parole, soltanto parole.

Peccato che dalle parole alle prassi il passo sia sempre breve, a volte così fugace da non essere nemmeno colto. Ma qui urgono cammini grandi, passi tangibili e scarpe adatte. Urgono cartelli nuovi. Urge una trasfigurazione di linguaggi, in cui simboli nuovi tengano insieme cose antiche, in cui le convenzioni sgominino le convinzioni.

“Eppur si muove”, qualcosa si muove, più di qualcosa. Perché il finale della storiella è questo: dietro la porta con il cartello in questione c’era un papà incurante di tutto, che ha preso ed è entrato a cambiare la sua bambina, rimescolando le carte e lasciando di stucco la fila di donne in attesa. E altri suoi colleghi, sparsi per l’Italia, pure ne scrivono di finali belli. Sono i papà che sfidano gli “orari di visite” negli ospedali dove sono ricoverati i loro bambini, assieme alle loro compagne, perché non si sentono solo “visitatori”. Sono i papà che chiedono permessi per andare ai colloqui scolastici e alle visite pediatriche. Sono i papà che non comprendono perché la funzione principale del passeggino si chiama “fronte-mamma”. Sono tutti i papà che si indignano quando si sentono definiti “super”, perché ben conoscono gli abusi delle parole.

Un’altra narrazione è iniziata. Quella vecchia fa ancora gola, fa ancora male con le sue scorie radioattive dell’imparità e dell’ingiustizia. Ma stiamo lentamente costruendo spazi migliori, con toilette diverse e cartelli nuovi.


2 COMMENTI

  1. Non è sempre così, ci sono luoghi dove il cartello è diverso con su mamma papà e ilbambino. Le cosiddette toilette per le famiglie. Ci sono ospedali dove già vent’anni fa poteva essere ricoverato il padre così come la madre con il bambino. E lo lo per prova diretta. E poi davvero non siamo mai contenti di nulla, se la prima firma è quella del padre, gridiamo allo scandalo, se è quella della mamma ci lamentiamo. Forse dobbiamo cominciare a comprendere che il problema non è nell’essere diversi, lo siamo comunque e non possiamo prendercela con nessuno se noi donne abbiamo il ciclo, partorito, allattiamo… Il problema è nelle diversità sociali che talvolta noi stesse fomentiamo. Questo cartello è un cartello e non credo che nessuno oggi si scandalizzi se un uomo entri a cambiare un pannolino in un bagno per le donne. Io personalmente tante volte sono entrata nei bagni per gli uomini, liberi, per saltare le lunghe code dei bagni per le donne. E quando ho visto sguardi strani mi è bastato dire col sorriso: sono per la parità dei generi. Ed è tutto finito lì. La parità è dentro di noi, non sui cartelli…

  2. Io credo che questi articoli debbano essere pubblicati ovunque perché tutti possano fermarsi un attimo a riflettere su una cultura ormai obsoleta e inadeguata!

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