«E ‘n la sua volontade è nostra pace: 
ell’è quel mare al qual tutto si move 
ciò ch’ella cria o che natura face»

(Paradiso III, vv.85-87)

Confesso: io sono innamorato di Piccarda. L’ho amata sin dal primo incontro, sin dalla prima lettura ascoltata per la voce della mia diletta prof di lettere, tra i banchi di liceo. È stato amore a primo suono, che negli anni si è via via accresciuto.

Mi riferisco ovviamente a Piccarda Donati, sorella di Forese, da noi già incontrato nei canti ventitreesimo e ventiquattresimo del Purgatorio, e qui protagonista del primo dialogo in Paradiso con un beato che non sia Beatrice.

Piccarda, bella, dolce, eterea, con una pelle così diafana «che perla in bianca fronte non vien men forte a le nostre pupille» (vv.14-15). Piccarda, su cui volto «risplende non so che divino» (v.59), che trasfigura la sua bellezza terrena. Piccarda, mansueta, ma non imbelle, dotta, ma non stucchevole, discreta, ma non reticente.

È dalla sua voce che scopriamo della sua forzata presa dei voti, per ragioni biecamente politiche, è dalla sua voce che apprendiamo della vicenda della «gran Costanza» (v.118), cioè di Costanza d’Altavilla, obbligata, per “ragion di Stato”, a sposare Enrico VI e a divenire madre di Federico II di Svevia.

È soprattutto da lei che impariamo che:

«E ‘n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella cria o che natura face»

(Paradiso III, vv.85-87).

Nella sua volontà è la nostra pace: delle parole immortali, che da sole convincono molto più del sillogismo tomista che, qualche terzina più in su (vv.71-78), Dante fa pronunciare a Piccarda per avallare le proprie elucubrazioni.

Nella sua volontà è la nostra pace: e di colpo siamo immersi nella corrente mistica che, come un fiume carsico, attraversa tutte le religioni, che si tratti di cristianesimo, di cabala ebraica, di sufismo islamico o delle diverse scuole buddiste.

Trovare pace in una volontà più grande della nostra: mi pare una verità che abbracci anche chi non ha una fede nel trascendente o chi è agnostico. Perché non c’è bisogno di credere nell’aldilà per scoprirsi piccoli e finiti. Per accettarsi nel proprio limite. Per scoprire che il limite della mia volontà e delle mie ambizioni può essere un bene, può aprirmi all’accoglienza di una realtà che è più grande di me, pur se intramondana e transeunte.

Alcuni la chiamano fratellanza, altri fede nell’umanità. Mi piace considerarla ciò che accomuna il fratello al fratello, ciò che fa sì che sia data una possibilità anche a Caino.

Una consapevolezza che, pur in tempi tetri, ci ricorda: anche i tiranni più grandi, quelli che appaiono i più potenti e invulnerabili, saranno prima o poi sconfitti dalla storia, cancellati dal loro tempo, che è pur sempre un tempo a misura d’uomo. Passeggero e precario.

Certo, se lo scoprissero prima, se si dessero e trovassero pace, soffrirebbero molto di meno. E, soprattutto, causerebbero minore sofferenza ai loro simili e a questo piccolo e bistrattato pianeta.

Mahatma Gandhi: «Ricordate che in tutti i tempi ci sono stati tiranni e assassini e che per un certo periodo sono sembrati invincibili, ma alla fine, cadono sempre, sempre».

Erasmo da Rotterdam: «Se metti su una bilancia da una parte i vantaggi e dall’altra gli svantaggi, ti accorgi che una pace iniqua è molto meglio di una guerra equa».

Aleksandr Blok: «Il misticismo non è “teoria”, è una sensazione incessante e la constatazione, in se stessi e in tutto ciò che ci circonda, dei legami misteriosi, vivi, indistruttibili di una persona con l’altra e, attraverso questo, con l’Ignoto. È una conoscenza religiosa e non un inconsapevole annebbiamento del cervello».


FonteFoto di copertina: designed by Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

2 COMMENTI

  1. I nostri pensieri sugli aggressori e sugli aggrediti in questi giorni ci fanno dimenticare che siamo invece fatti per la pace, il nostro essere più profondo sta bene quando e’ in pace e ci consente di pensare come uomini di pace. Eliminati le bramosie di potere o i desideri di vendetta, il nostro cuore è libero e palpitante nel riconoscere nell’altro un nostro simile, un figlio di questa Umanità spesso stordita e dissennata… che non ha pace se non riposa in Lui.

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