Quello che conta veramente è avere un luogo dove tornare a fine giornata: “casa” è dove passa l’uomo

Ci sono persone senza casa e case senza persone.

Ci sono case fatte di muri perfetti e ricercatissimi dettagli e altre piene di crepe e d’amore.

Ci sono case con tante porte e tante finestre più buie e più chiuse di piccoli rifugi, nei quali la vera finestra sul mondo è il cuore di chi ci abita.

E poi ci sono case segnate dalla sofferenza del lutto e della malattia, capaci di modificarne l’aria, l’assetto, il colore, così come avviene per quelle piene della gioia di una nascita, di una festa, di una vittoria. I sentimenti e le emozioni modificano le case e le cose, le creano, le ri-creano, le distruggono, le fanno rinascere dalla loro stessa cenere.

Sono i volti a dare forma e profumo alle case, sempre: ogni mancanza e ogni presenza, di qualsiasi genere, ha un peso grandissimo.

Ma nulla di ciò che riguarda l’uomo è troppo netto: questi aut aut iniziali servono solo per avviare una riflessione, non hanno alcuna pretesa di descrizione esaustiva. Perché le case sono tutte diverse, come le storie di chi ci abita, piene di sfumature impercettibili, di sorrisi e lacrime così intimi da sfuggire pure a chi ci è accanto ogni giorno.

Quello che conta veramente è avere un luogo dove tornare a fine giornata, per deporre i pesi del lavoro e degli impegni incombenti e opprimenti, per ritrovare un volto caro, in carne o in foto se si è lontani. Quello che è importante, essenziale anzi, è avere una piccola, imperfetta, bellissima dimora, in cui poter dire: «sono a casa!».

Bellissime alcune rese linguistiche del concetto di casa. L’etimologia del termine è da ricondursi al latino casa, indicante letteralmente un luogo coperto; esso deriva, infatti, dalla radice sanscrita ska, legata all’idea di coprire e presente in altri termini latini, quali castrum (accampamento) e cassis (elmo). Casa è protezione: un accampamento accogliente, un luogo di strategia del quotidiano, di confronto, di cura delle ferite di guerra, di difesa, di ritrovo.

Per l’uomo greco, invece, l’oikos, la dimora come gruppo familiare, ha un rapporto diretto con la polis: casa e città sono le due dimensioni costitutive dell’uomo. Nell’oikos il figlio impara ad essere uomo, cittadino, lavoratore: si capisce in quest’ottica il legame, non solo etimologico, tra economia e oikos.

Si tratta di un discorso di un’attualità sconvolgente in un oggi nel quale la dimensione pubblica è drammaticamente scissa da quella privata.

Nel pubblico si ama essere “qualcuno”, si brama avere ruoli e responsabilità, si coltiva un’immagine di sé assolutamente impeccabile; nel privato, invece, ci si trasforma, spesso ci si accomoda, ci si sente padroni e depositari di soli diritti. Perché il privato “è roba mia”. Questa odierna schizofrenia è il frutto di una svalutazione dell’inevitabile riverbero sociale della propria dimensione privata, figlio di un individualismo per il quale «a casa mia faccio come voglio» è la più eloquente dichiarazione di quanta povertà umana ci sia in giro!

È nel privato, infatti, che un figlio impara, dovrebbe imparare le basilari regole del rispetto e le inevitabili implicazioni sociali di scelte, atteggiamenti, parole, valori. La casa è un rifugio, ma per ritemprarsi e trovare energie, non per inventarsi un’esistenza parallela nel quale lasciarsi andare al più totale libertinaggio.

La casa con le sue stanze, i muri, i ruoli, i ritmi scanditi, gli spazi e i compiti condivisi, le presenze e le personalità diverse incrociate da un comune vissuto impone inevitabilmente i limiti e insegna di conseguenza un modo di stare al mondo, di abitare la polis.

Urge, pertanto, tornare ad abitare la casa e “abitazione” rimanda all’habitus, all’abitudine come atteggiamento reiterato nel tempo capace di plasmare il cuore. Oserei dire che occorre uscire di casa al mattino con la casa in quel medesimo cuore, ossia con la consapevolezza che ogni luogo che sarà toccato, attraversato, modificato con il lavoro è qualcosa da abitare con lo stesso amore con cui si sta, si dovrebbe stare nella propria dimora.

Insomma si dovrebbe tornare a casa la sera, stravolti e stanchi, con la gioia di riabbracciare un luogo caro e gli affetti più veri, ma senza l’esigenza di dire «sono a casa» …perchè casa è dove passa l’uomo, tutto l’uomo, sempre.

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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