Parte seconda

Nello scorso articolo si rifletteva su un tema cruciale. È la ricerca dell’Assoluto nell’uomo che spinge l’uomo a dare vita a un virus? Forse sì. Un parto innovativo: il virus, materia organica non pensante, è divenuto per tutti un qualcosa di vivo, capace di pensare e scegliere. Galli stesso ha usato l’espressione bullo di quartiere[1], come quei ragazzi pericolosi di alcune zone di città e paesi. Pare ascoltare “lei caro virus è pericoloso. La sua vita è simile a un bullo di quartiere che porta scompiglio!”. L’essere, un essere bullo, è ormai concesso a qualcosa che non ha percezione della propria esistenza. Il virus è un indisciplinato, un lazzarone, da rimproverare. Paradossi metafisici. Ragioniamoci su: dare vita al virus è da comprendersi come una sete di metafisica popolare? Questa oggi non può abbeverarsi alla fonte di un sistema unitario e ora sorseggia, qua e là, fra varie discipline e modi di pensare. E a chi importa poi?

Immaginiamo un francese di buona classe sociale nel 1788 a Parigi, nel periodo natalizio. Protesta contro alcuni soprusi, sorseggia qualcosa con filosofi ai tavolini di un caffè, legge i giornali che raccontano come nei novelli Stati Uniti la libertà insieme alla felicità siano base di una Nazione. Ma non sa che, di lì a poco, la crisi economica e politica sarà talmente trascinante da far perdere, letteralmente, le teste a qualcuno. Non lo sa, non ci pensa. Sente i cambiamenti ma non avverte cosa stia succedendo. Ad agosto dell’anno successivo, il 1789, la grande paura si innesta nella sua vita. Ha paura di essere lui stesso colpito per una qualche colpa ed essere ucciso. Pensateci… Lui sta vivendo in quel momento e non sa che quel tempo sarà oggetto di studio nei due secoli a venire. Non sa a cosa porterà quel 1789. È un cammino della storia voluto o un caso? Le notizie arrivano a lui lentamente ma a tamburo battente, sconvolgendolo dovunque si trovi. Vede rivolte, sa di massacri, di un re che ha paura. In quel momento sta avvenendo il travaglio del negativo, il dolore che si intesserà nelle novità future, portando frutto. L’Assoluto, descriveva Hegel, trae il proprio movimento dal negativo, si sviluppa e si descrive nelle sue parabole nella storia. La Rivoluzione per questo segnò un passo decisivo. Quegli eventi del 1789 sono divenuti il principio per leggere i secoli successivi. Nessun altro cambiamento ha inciso così tanto, nemmeno gli avventi delle dittature totalitarie. L’anelito di libertà dei rivoluzionari era presente anche nei pensieri di Lenin, di Mussolini, di Hitler ai loro inizi. Niente ha inciso così tanto nella storia. Hegel a quell’evento diede lustro, lo riconobbe fondamentale. Lo spirito del mondo passò anche da lì, divenendo poi Napoleone e poi la Restaurazione. E oggi quale evento sarà ricordato come il 1789? Da qui la domanda: può un virus oggi, come la Rivoluzione Francese, essere espressione della ragione e non del caso fortuito?

Mentre Hegel voleva costruire un sistema, una visione compiuta di tutta la realtà a partire da quell’anno, il 1789, oggi siamo frammentati. Non esistono filosofi capaci di unificare il disperso, di raccogliere le foglie degli alberi del progresso, spazzate via dal vento del particolarismo delle scienze. Le scienze così vivono una cesura fra il detto e l’esistente. Non si pongono domande etiche ma esprimono valutazioni etiche, non dialogano fra loro ma pretendono che tutto sia scienza e verità. Nel dicembre 2019 le frontiere erano il vaccino contro l’Ebola e le speranze nella lotta all’Alzheimer. Come il parigino del 1788, anche noi però guardavamo il mondo parlando di crisi, di cambiamenti, di Stati Uniti, aggiungendoci Hong Kong e i poveri koala in fuga dagli incendi australiani. Poi la grande paura ci ha preso e la libertà ora è in una fialetta conservabile anche a -70°. Una fialetta, un proiettile fatto per uccidere il virus che non vive di per sé, che a sua volta ha ucciso umani e animali, Salvo scoprire che alla fine è il sistema immunitario a ucciderci con la famosa tempesta di citochine.

Nel 1789 la Dea Ragione diveniva una realtà viva che camminava nei pensieri di molti. Nel 2020 il cuore della realtà è stato un virus che ha camminato nei nostri gesti e azioni, nelle scelte politiche e nei salotti televisivi. In entrambi i casi abbiamo di fronte un Assoluto, un riferimento, a cui ricondurre tutta la realtà intera e il tempo che si vive. Tutto sembra parlare di virus, dalle mascherine agli assembramenti fino ai DPCM come allora tutti parlavano della presa della Bastiglia. Lui, intanto, il bullo di quartiere, appare vivo. Sembra ti fissi, ti ghermisca, quasi ti possa cogliere impreparato in un agguato. Non lo vedi ma c’è, esiste.

Da decenni si scrive che la filosofia sia morta. La vittoria sulla metafisica che in molti avevano festeggiato, stappando lo champagne della semiotica, della filosofia analitica, della logica era una vittoria di Pirro. La filosofia in questa pandemia è invece tornata, si è presa la rivincita. Se abbiamo dato vita al virus forse stiamo scoprendo che abbiamo bisogno di un Assoluto? Se ci fate caso la filosofia è tornata fra noi, novello Rna da inserire nelle nostre cellule di pensiero. Questo è il nuovo parto dell’Assoluto: la Metafisica è rinata. Le domanda di Bene e Male sono tornate, come quelle sul giusto e l’ingiusto nel 2020. Mi pare di leggere Plotino, che sembrava descrivere l’oggi quando pensava che “se il male esiste, non può trovarsi che fra cose che non sono, come una certa forma di non essere, e deve porsi in relazione con qualcosa che è commisto col non-essere, o che comunque ha comunanza con esso[2]. Il mondo odierno è qui descritto, quasi profeticamente. Il non essere del virus, che non pensa a sé stesso e non ha esistenza, diviene il Male, un concetto metafisico. Il male se esiste non può non trovarsi che fra cose che non sono.

Non ce ne accorgiamo ma viviamo di paradossi metafisici. Applichiamoli a noi del 2020. Nelle posizioni bioetiche spesso si legge che l’embrione sia un ammasso di cellule che non sono vita (cose che non sono). Chiarissimo. Tutte le cellule quindi per questo non saranno vita se quelle embrionali non lo sono? Ma quando un virus arriva, allora le cellule divengono vive per un virus che non vive? Sorridiamo a questi usi dei termini essere e vita perché non ne capiamo più il valore profondo. Ma qualcosa si sta definendo. Abbiamo bisogno di vita e non ne possiamo fare a meno. Questo bisogno sarà la nostra salvezza. Nel dolore per la pandemia sta sbocciando la richiesta di una vita più intensa, vera, una ricerca del Senso delle cose. Ci riuscirà questo nostro tempo a cogliere l’Assoluto che sta forgiando il futuro, nel dolore del presente? A voi le risposte. Un virus non penso possa darle. Di metafisica non comprende nulla. Non sa nemmeno di vivere.

[1]https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_dicembre_23/variante-inglese-l-infettivologo-galli-nuovo-bullo-quartiere-f7b5ff98-44f6-11eb-978b-46140dbd780d.shtml

[2]Plotino, Enneadi, a cura di Giovanni Reale, Trad. di Roberto Radice, Enneade I, 8, Mondadori 2002, p. 92


FontePhotocredits: Roberto Strafella
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Antonio Cecere
Antonio Cecere (1980), docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Tito Livio di Martina Franca. Laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Bari nel 2004, con relatore il prof. Francesco Fistetti e una tesi in Storia della filosofia contemporanea su Karol Wojtyla. Appassionato di Bioetica, ha conseguito il Master in Bioetica e Consulenza filosofica a Bari e il Master in Bioetica per le sperimentazioni cliniche e i Comitati etici presso il Politecnico delle Marche oltre a vari perfezionamenti di ambito pedagogico e didattico. Impegnato nella Cisl Scuola, è in Azione Cattolica per cui attualmente coordina il Mlac di Taranto come incaricato. Socio Uciim, insegna filosofia anche agli adulti presso l’Università popolare Agorà di Martina Franca. Fra le sue passioni lo studio della storia, il calcio e la musica rock. In passato, oltre che clown terapeuta presso l'asssociazione Mister Sorriso di Taranto, è stato anche conduttore di programmi radiofonici. Presso il Liceo Tito Livio, da qualche anno, coordina il Progetto Percorsi di Bioetica per avvicinare, attraverso modalità didattiche innovative e con la collaborazione di esperti esterni, gli allievi alla cittadinanza bioetica. Ideatore di vari caffè filosofici nella provincia di Taranto e in Valle d'Itria.