L’ultima serie, dedicata alla Caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, è una occasione mancata

L’immaginario è storia tanto quanto la Storia”, scriveva Marc Ferro nel suo testo Cinema e storia, del 1976. Altri tempi e altro stile cinematografico, non imperniato su quel connubio stranissimo, nato vari anni fa, in cui l’informazione storica è mescolata con l’intrattenimento. L’ultima serie, dedicata alla Caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, è una occasione mancata. Una possibilità bruciata sull’altare della storia vista dal buco della serratura, non cercando aneddoti, racconti, storie, memorialistica ma inventando, in molti tratti di sana pianta, eventi e discussioni che non hanno una matrice documentaristica, nata dalle fonti. È stato detto, in più occasioni, che nessuno può sapere come davvero sia andata la storia, cosa davvero sia accaduto nelle segrete stanze del potete politico in decadenza quel tragico 1943, nato sotto i terribili auspici derivanti dalla battaglia di Stalingrado e che porta alla sconfitta in Africa e all’invasione della Sicilia da parte Alleata. Ma questo varrebbe per ogni evento storico, propagandato, trasmesso e dato in pasto a spettatori sempre più lontani e ignari di ciò che sia la storia. La storia è scienza, affascinante, a volte capace pure di toglierti il respiro, ma curiosa, piena di intrighi e scelte che ne verrebbero fuori mille Fratelli Karamazov e intere Divine Commedie. Solo leggendo le fonti sul Fascismo, appoggiandosi anche a uno solo dei testi di un Renzo De Felice, di un Emilio Gentile, di un Gianfranco Bianchi si scoprirebbero molti più retroscena, molte più sfaccettature di un periodo complesso. È la storia tra le più difficili da spiegare in classe (quando ci arrivi senza il fiatone, dati i poderosi programmi didattici e le sempre meno ore dedicate alla storia) quella della caduta del Fascismo che non può reggersi solo su scappatelle erotiche. Scappatelle di una Edda Ciano con un ufficiale delle SS, non basate su riscontri oggettivi, scappatelle di personaggi inventati completamente (la storia d’amore fra Italo e la nipote di Grandi ad esempio). E che dire dell’esaltazione di un solo gerarca (forse per far credere che esista un Fascismo buono diverso da quello cattivo?) mentre quell’ordine del giorno era più di Giuseppe Bottai? Se poi vedete Mussolini con Claretta Petacci (povera Martina Stella, ridotta a nudi gratuiti), sembra essere diventati spettatori di scene stile Lino Banfi ed Edvige Fennech anni Settanta, con una Petacci più inquieta di come fosse.

Stendo un velo pietoso su alcuni fotogrammi e personaggi della finzione (diciamola italianamente al posto di fiction) in sei puntate: scorrete velocemente avanti e indietro alcune scene, in specie se usate l’applicazione RaiPlay, per rendervi conto che in alcuni momenti vedrete auto del 2024 parcheggiate insieme ad auto degli anni trenta e quaranta del Novecento (seconda puntata, all’incontro dinanzi una fontana fra Italo e Beatrice), attimi in cui al posto della bandiera dei Savoia apparirà magicamente la bandiera del Presidente della Repubblica al Quirinale (varie volte), altri in cui il re Vittorio Emanuele (1,53 metri di altezza) sembrerà alto quanto il massiccio Mussolini (sesta puntata), frammenti in cui il re parla con la voce simile al Presidente della Repubblica odierno (incontro fra Grandi e il re a caccia con Badoglio), aerei Mitchell B25 (al posto di ricostruire i B-17 e i B-24 Liberator) che sfiorano i palazzi di Roma a una quota talmente bassa che avrebbero subito anche i semplici colpi di un fucile di qualcuno appostato sulla terrazza. Ma non solo: potrete godere di un drone che vola nei pressi dell’Altare della Patria in luogo di gabbiani o volatili, di ufficiali con la stessa divisa (divisione Pasubio?), un Guido Leto capo dell’Ovra sostituito da un Ruggieri qualunque. La caduta di Mussolini è anticipata poi da una sorta di remake della fedeltà richiesta dal papa Pio VII alla propria guardia nobile nel Marchese del Grillo: stesso tipo di scena, stessi movimenti, stesse quasi inquadrature. Il che fa pensare a una produzione che non abbia voluto, davvero, scegliere di seguire la mole di documenti storici effettivi, presenti in decine di autorevoli testi. Non siamo al livello di Pane e Libertà, uno dei più riusciti (pur se con evidenti falsi storici) prodotti Rai dedicati alla storia, in quel caso a Giuseppe Di Vittorio.

Storicamente, due giorni prima della caduta del Regime, Grandi e Mussolini si incontrarono e Mussolini già sapeva tutto. L’ordine del giorno era stato preparato più da Bottai che da Grandi, ma forse serviva creare un controaltare interno al Fascismo? Grandi, in effetti, non viene collocato nella giusta misura, ridotto a salvare una moglie arrestata e a volersi vendicare per la morte di un Furio Niccolai mai esistito o a portare con sé, stile Pietro Micca, delle bombe a mano per far saltare in aria lui e chi lo avesse arrestato. Tutto destituibile immediatamente di fondamento, se si pensa che in quella riunione del Gran Consiglio del Fascismo la posizione di Scorza era per pochi tratti diversa da quella dell’ordine Bottai-Grandi. Ma fu Mussolini stesso a far votare l’ordine del giorno che poi lo gettò nell’ambulanza in una desolata domenica di luglio.

Possiamo dire che in quei giorni del 1943 Mussolini viveva in uno stato non da esaltato, a tratti fra il delirante e l’esasperato, ma invece in uno stato a lui più congeniale, a tratti fra il melanconico e il disperato. Sapeva bene la delicatezza della situazione. Claretta Petacci, pertanto, non fu mai nella sede del Gran Consiglio ma fu raggiunta telefonicamente dopo dal Duce che parlava di stella tramontata, oscurata. Inoltre, la Petacci sembra molto influente politicamente nella serie, ma come denotato da vari storici la sua figura, a tratti ancora misteriosa psicologicamente, non fu altro che la vittima di un amore impossibile e totale e non ebbe mai voce in capitolo. È quindi sovradimensionata la sua importanza negli eventi del 25 luglio. D’altronde il Duce aveva avuto, oltre alla moglie Rachele che sempre pregava per il marito e pure per Claretta, altre storie come quelle con Margherita Sarfatti e Angela Cucciati da cui nacque una figlia, Elena Curti. Nella serie manca il generale Giuseppe Castellano, vero artefice e regista dell’arresto di Mussolini avvenuto con una cinquantina di carabinieri a Villa Savoia.

Insomma, Mussolini sembra più il Führer magistralmente interpretato da Bruno Ganz ne La Caduta: gli ultimi giorni di Hitler che il personaggio storico delle fonti. L’incontro di Feltre, rappresentato nelle puntate, è alquanto imbarazzante, con un Mussolini che dopo cinque minuti corre a Roma sotto il bombardamento. Cosa non avvenuta in quei termini e in quella modalità, specie perché fu pubblica e con chi accompagnava il Duce. E Ciano? Pur con tutti i suoi difetti, tutta la psicologia dell’uomo genero del capo del Fascismo non regge, così come descritto. Il Diario di Ciano appare lontano secoli da questa rappresentazione scioccante, relegato a protagonista comprimario di un Grandi sempre presente a Roma (quando in realtà nei giorni antecedenti è anche a Bologna), sottoposto a una moglie inquieta (Edda) in cerca di rivincite personali sulla Petacci e con flirt con Dollmann, per quanto si sa notorio amico dello stesso Ciano e anche di Rachele Mussolini. La cronologia è deformata completamente, come il collare dell’Annunziata consegnato a Grandi non il marzo 1943 ma pochi giorni prima del 25 luglio. E d’altronde Grandi non ebbe rapporti con Maria Josè né con il re che vide l’ultima volta a inizio giugno. Una caricatura alla storia vera, una storia creata ad arte più per una plebe ignorante che per un popolo pensate. Pane e circo. Non conoscere la storia e rappresentarla male significa anche mettere in soffitta il duro lavoro di chi la storia la conosce negli archivi, fra carte e testimonianze. La figura di Mussolini sembra avere non una gastrite duodenale come gli storici sanno, ma mali ben più gravi. Non c’è poi una citazione del famoso “bagnasciuga” su cui si sarebbero fermate le armate alleate. Inoltre, lo Stato Maggiore italiano dell’epoca era molto più incessante nelle richieste militari alla Germania che non qualche sporadica sgridata. Anche il principe Umberto sembra avulso dalla storia, cosa non vera davvero e il movimento di casa Savoia fu molto più incisivo.

Naturalmente, non è un problema inventarsi personaggi, cercare di rendere accattivanti le puntate, mostrare anche scene di amorosi scambi, utilizzare frammenti di discorsi mussoliniani estrapolati, satireggiare con urla e pose da comizio, fra galline in cucina e motociclisti sempre uguali fra Feltre e Roma nell’arco della stessa giornata (nemmeno fossero Pecco Bagnaia). Ci può pure stare. Te lo attendi. Il problema è dare in pasto un prodotto televisivo che pretende di mostrare la verità storica. Basterebbe dire che abbiamo pensato di comunicare qualcosa della storia ma ogni riferimento a fatti, persone ed eventi è puramente e volutamente casuale. Il Napoleon di Ridley Scott ce lo insegna, nella sua mediocrità. Non possiamo dire come siano andati i fatti? Allora la produzione che pretende storicità dovrebbe concludere come l’angelo di dell’Annunciazione di Troisi: “Avimm sbagliat casa…”.


FonteLa locandina della fiction Rai su Mussolini “La lunga notte”, con il protagonista Alessio Boni - Raiplay
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Antonio Cecere (1980), docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Tito Livio di Martina Franca. Laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Bari nel 2004, con relatore il prof. Francesco Fistetti e una tesi in Storia della filosofia contemporanea su Karol Wojtyla. Appassionato di Bioetica, ha conseguito il Master in Bioetica e Consulenza filosofica a Bari e il Master in Bioetica per le sperimentazioni cliniche e i Comitati etici presso il Politecnico delle Marche oltre a vari perfezionamenti di ambito pedagogico e didattico. Impegnato nella Cisl Scuola, è in Azione Cattolica per cui attualmente coordina il Mlac di Taranto come incaricato. Socio Uciim, insegna filosofia anche agli adulti presso l’Università popolare Agorà di Martina Franca. Fra le sue passioni lo studio della storia, il calcio e la musica rock. In passato, oltre che clown terapeuta presso l'asssociazione Mister Sorriso di Taranto, è stato anche conduttore di programmi radiofonici. Presso il Liceo Tito Livio, da qualche anno, coordina il Progetto Percorsi di Bioetica per avvicinare, attraverso modalità didattiche innovative e con la collaborazione di esperti esterni, gli allievi alla cittadinanza bioetica. Ideatore di vari caffè filosofici nella provincia di Taranto e in Valle d'Itria.

4 COMMENTI

  1. Non dimentichiamoci che Dino Grandi non fece squadrismo in Emilia Romagna, chi comandava le squadracce era Italo Balbo che occupò Ferrara e Bologna. Inoltre, nella fiction, Grandi rivendica la sua presenza alla marcia su Roma, ma nella realtà rimase a Bologna, mi sembra a Imola, dove aveva avuto il suo studio da avvocato.
    Poi non mi dilungo oltre sugli errori storici, hanno fatto la classica fiction ispirata a, non una docuserie.
    Ultimo: Mussolini, al gran consiglio, non alzò mai la voce, ma ascoltò in silenzio e senza colpi di testa, proprio per non dare soddisfazione agli oppositori, o perché sapeva che ormai “la stella era oscurata”.

    • ha ragione professore io ho seguito la finzione televisiva, non fiction, e ho notato molte incongruenze, la ringrazio delle sue preziose analisi storiche la produzione avrebbe dovuto aggiungere che fatti e personaggi sono puramente casuali senza avere la presunzione di essere reali, grazie

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