Perché la Costituzione non sia un mero strumento di fine retorica

Ha colpito qualche giorno fa la notizia della morte di un 72enne del leccese, caduto da un’altezza di cinque metri mentre era impegnato nell’installazione di un montacarichi. La notizia, alquanto dolorosa e triste, fa montare maggiormente la rabbia, in virtù del fatto che l’operaio fosse un pensionato, costretto a dover lavorare, a causa della sua situazione economica indigente. In quella stessa giornata, sono morti in Italia altri tre operai che hanno accresciuto la quota annuale delle morti bianche. Morti di giovani, morti di pensionati, il nostro Paese non riesce a risolvere un problema che ogni anno fa un sacco di vittime e i numeri non sono mai una conta piacevole da passare in rassegna. Nel 2020, anno COVID, l’INAIL ha denunciato 1538 morti sul lavoro, nel 2021 le morti bianche sono state 1221 e nel 2022, a poco meno della metà di questo anno, siamo già oltre quota 500. A questi numeri vanno associati gli infortuni e un confronto può far capire l’emergenza della sicurezza sul lavoro: nel  primo bimestre 2022 le denunce per infortunio hanno rilevato un aumento del 50% rispetto allo stesso bimestre dell’anno precedente.

Di lavoro si muore, nonostante i proclami costituzionali e le innumerevoli leggi sulla sicurezza sul lavoro. Fatalità alle volte, incuria e disattenzione molto spesso. C’è una certa relazione delle morti bianche con il lavoro irregolare, quello che chiamiamo volgarmente “nero”, morti che alle volte non sono nemmeno tracciabili. Numeri che potrebbero assumere quindi proporzioni più grandi.

Qualcuno parla di “caduti sul lavoro”, analogamente a coloro che hanno perso la vita nei conflitti bellici, tornati di moda di recente. Fa pensare tale terminologia, alla luce delle stesse leggi costituzionali che hanno dichiarato lo Stato, “una Repubblica fondata sul lavoro”. I nostri padri costituenti non hanno certo giocato di malizia. Erano anni in cui il lavoro era al centro della vita del Paese, forse anche con tinte troppo ideologiche, ma pur sempre considerato come motore trainante dello Stato democratico. Mai avrebbero dovuto pensare di fare dei distinguo tra lavoro regolare e lavoro irregolare. Ma la loro lungimiranza non aveva certo dimenticato che lo Stato avrebbe “curato la formazione e l’elevazione personale, promosso e favorito gli accordi” (art. 36) e che ci sarebbe stata la parità di retribuzione tra uomini e donne (art.37). Si potrebbe parlare degli articoli 36, in riferimento alla giusta retribuzione e, nel caso particolare del povero operaio di Lecce, dell’articolo 38 che nella fattispecie ricorda: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

Anche tutta la legislazione, compresa quella comunitaria, successiva alla Costituzione, è volta a dare massima dignità al lavoro e alla sua sicurezza.

Ed eccoci qui di nuovo a doverne fare un astratto riferimento, a dover ricordare la conta quotidiana di morti e feriti che ci lasciano la pelle, proprio come in una guerra. Perché, alle volte, è paradossale dover intendere il lavoro come una sorta di conflitto civile in miniatura, nella quale i diritti vanno conquistati, con il sudore della fronte, se non addirittura con il sangue innocente. Il pensiero va alla fatica quotidiana di chi è costretto a doversi accontentare di quattro soldi, senza lo straccio di un contratto regolare; o a chi dopo anni di studio e fatica è costretto a ripiegare in occupazioni che gli si addicono poco o che attendono ancora la grazia di un posto; o a quelle donne per le quali la parità retributiva resta una chimera. “L’importante è lavorare” si dice, ma con l’ipocrita coscienza di chi sa di trovarsi a dover sbancare il lunario sulla scena dell’umana quotidianità, ostile e rapace.

Di lavoro si muore, fisicamente e nell’animo.

È paradossale dover riferire che un uomo di 72 anni,  dovesse barcamenarsi per portare a casa qualche centinaio di euro in più, oltre la pensione, spicciola e poco dignitosa. Avrebbe dovuto godersi il suo meritato riposo, magari accompagnando i nipotini al parco, oppure spendendo il suo tempo con i suoi coetanei in qualche bar o in piazza a raccontarsi della vita che è stata. Il lavoro è dignità ma talvolta viene privata della sua veste più bella per porsi al servizio degli sporchi interessi di chi specula e di chi si arricchisce. C’è invece chi nobilita il lavoro e ne da valore, non solo economico: una nota azienda ha garantito ai figli di un dipendente morto di tumore al fegato lo stipendio per tre anni, con la possibilità di vedersi finanziati gli studi fino a 26 anni.

Per fortuna c’è ancora chi gratifica il lavoro e che lo considera un valore aggiunto all’interno della comunità, gente che da lustro a quegli articoli fondamentali della nostra Costituzione, il più delle volte rimaste un mero strumento di retorica e interpretazione giuridica.


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