UN PAESE IN LUTTO

La realtà è crudele. Ne sa qualcosa la Nazionale italiana che arriva all’appuntamento con il Mondiale 1950 senza i suoi calciatori migliori, il blocco del Grande Torino. Un pomeriggio bastardo di maggio del 1949 li ha portati via, all’Italia, al Calcio. Il trimotore FIAT G.212 si schianta sulla collina della Basilica di Superga, distruggendo la generazione straordinaria di Mazzola, Loik, Bacigalupo, per citarni alcuni, che nelle parole di Montanelli resterà immortale e che Enrico Brizzi, quello di Jack Frusciante è Uscito dal Gruppo, nel suo romanzo Lorenzo Pellegrini E Le Donne se li immagina vivi  su un’isola sperduta dell’oceano perché, come riferisce Loik nel romanzo, “dobbiamo farlo per entrare nella leggenda”. Sarà la stessa immagine che userà Gianni Mura parlando di Pantani come di un disperso in Russia. Il potere trascendente della penna. La tragedia lascerà il segno. I nostri sceglieranno di partire con la nave. Leggenda vuole che a bordo gli Azzurri si allenassero e che avessero perso una buona quantità di palloni nell’Atlantico durante un viaggio lungo sedici  giorni. Amadei, anni più tardi, riferirà che non c’era modo di tenersi in forma e le prestazioni ne risentiranno.

Si torna in Sudamerica, tenendo fede all’alternanza, ma soprattutto per la candidatura avanzata dal Brasile prima della seconda guerra mondiale per il torneo del 1942. Nel 1946 il Brasile è l’unica Federazione a proporsi per la manifestazione e la FIFA accetta, tirando un sospiro di sollievo, dovuto al timore di far cadere nel dimenticatoio una competizione che era ancora nella sua fase embrionale. Germania e Giappone sono escluse perché paesi aggressori, così come era capitato alle Olimpiadi di Londra del 1948. All’Italia è concessa un’eccezione grazie al complessivo lavorio diplomatico di De Gasperi, che riuscì acrobaticamente a far riammettere l’Italia nel novero internazionale, ma soprattutto perché Ottorino Barassi, Presidente della FGCI, ha protetto la Coppa Rimet dalla tempesta della guerra. Ci andiamo da due volte campioni del mondo, già qualificati come il Brasile padrone di casa, zeppa di giocatori forti come Ademir e Zizinho.

Udite, udite: ci sono gli inglesi schizzinosi, quelli che si ritenevano i maestri e che riceveranno un’onta storica dagli USA. Completano il quadro delle qualificate Uruguay, Bolivia, Paraguay, Cile, Messico, USA, Spagna, Jugoslavia, Svezia, Svizzera. Saranno soltanto tredici perché, per motivi diversi, Turchia, Scozia e India non approderanno mai in Brasile.

Si gioca in sei città: Recife, San Paolo, Belo Horizonte, Curitiba, Porto Alegre e nella capitale Rio de Jainero (Brasilia non è ancora stata costruita!)

La formula prevede quattro gironi di qualificazione, dove si qualifica per il girone finale la prima. Noi capitiamo nel girone 3 con la Svezia e il Paraguay. La sconfitta all’ esordio con gli svedesi, un incrocio mai fortunato, per tre a due, sancisce l’inutilità di sedici giorni di traversata oceanica e rende formalità la partita contro il Paraguay, vinta per 2 a 0. Ce ne torniamo mestamente a casa.

I nostri cari amici inglesi vincono la prima partita contro il Cile e perdono dalla Spagna e, come detto, dagli USA. Avrebbero potuto sfruttare la loro presunta superiorità nei precedenti mondiali. D’altra parte hanno il merito di aver ben esportato e insegnato il gioco nei porti e nelle città d’Europa facendolo diventare lo sport più diffuso al mondo. Gli altri gironi vedono l’affermazione dei maestri sudamericani, l’Uruguay Di Ghiggia e del milanista e romanista Schiaffino, che liquidano nel loro girone, formato dalle assenti Scozia e Turchia, la Bolivia per 8 a 0. Il girone del Brasile è più combattuto e la Seleçao, dopo il pareggio con la Svizzera, deve per forza battere la Jugoslavia per accedere al turno finale. Vince per 2 a 0, con le reti di de Menezes e di Zizinho.

Per conquistare la Coppa del Mondo bisogna arrivare primi nel girone finale, un’anomalia nella storia della competizione. Una tra Brasile, Spagna, Svezia e Uruguay succederà agli Azzurri. Il Brasile mette paura a tutti con il 7 a 1 rifilato agli svedesi e guadagnano un punto su Spagna e Uruguay, che pareggiano per 2 a 2. Uruguay e Svezia danno vita a un match equilibrato, risolto dalla Celeste con i gol di Ghiggia e Miguez. Il Brasile passeggia sulla povera Spagna, arrivando allo scontro diretto con gli uruguaiani con ben 13 gol fatti e solo 2 subiti.

16 luglio 1950 è il giorno dell’atto finale di fronte a quasi 200000 spettatori che sono pronti a festeggiare una vittoria più che certa. Il Brasile ha due risultati su tre e le prestazioni delle partite precedenti infondono un eccessivo entusiasmo. Caroselli, maglie con la scritta “Brasile campione” e una superiorità proclamata e oltremodo esagerata saranno il cocktail per una sconfitta storica che prenderà il nome di Maracanazo. Eppure i brasiliani erano passati anche in vantaggio con Fraiça, nel primo tempo. Nel secondo tempo Fontana mischia le carte e Varela e compagni ribaltano le sorti di una partita che sembrava segnata. Merito delle reti di Schiaffino e di Ghiggia che ammutoliscono lo Stadio Jornalista Mario Filho. L’Uruguay va in vetta il girone e si vede consegnata la sua seconda Coppa Rimet gettando un intero paese in un lutto collettivo.

Alcune curiosità.

Al termine della partita molti brasiliani si tolgono la vita per il dolore della sconfitta. Il portiere Barbosa, l’ingiusto caprio espiatorio della sconfitta, vincerà trofei e campionati ma non sarà mai perdonato per quella sconfitta arrivando a dire che la sua pena è più duratura di quella che lo Stato darebbe per il reato più grave: trentacinque anni. Morirà nel 2002 senza onori, dimenticato da tutti.

Dopo il Maracanazo addio alla divisa bianca e calzoncini blu. Viene adottata la leggendaria maglia verdeoro, a partire dal mondiale svizzero del 1954.

 

CAPOCANNONIERE : Ademir (BRA) 9 reti

 

CLASSIFICA FINALE *

URUGUAY 6

BRASILE   4

SVEZIA     2

SPAGNA   1

*Unica volta nella storia che per decidere il vincitore si svolge un girone all’italiana.


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