«O superbi cristian, miseri lassi,  
che, de la vista de la mente infermi,  
fidanza avete ne’ retrosi passi»

(Purgatorio, X, vv.121-123)

Dante è entrato nella prima cornice del Purgatorio, lasciandosi alle spalle lo stridore della porta vegliata dall’angel custode. Il poeta, conscio del monito di quest’ultimo, si guarda bene dal volgersi indietro e in compagnia di Virgilio si incammina su una cornice larga quanto tre volte un uomo. Qui, lungo lo zoccolo del monte, scorge una serie di bassorilievi, così realistici da superare non solo l’arte di Policleto, il più noto scultore greco, ma persino quanto è possibile contemplare in natura.

Lo sguardo di Dante è catturato in particolare da tre scene che raffigurano altrettanti esempi di umiltà, rispettivamente l’annunciazione dell’angelo a Maria, la danza di Davide che, con la veste alzata, mostrandosi «più e men che re» (v.66), precede l’ingresso dell’Arca Santa a Gerusalemme, e infine l’imperatore Traiano che, mosso a pietà, rende giustizia ad una vedova.

Come spesso accade, le scene descritte sono direttamente correlate al tema centrale del canto che è dedicato alla purificazione dei superbi: essi camminano lentamente, a capo chino, mentre, a mo’ di cariatidi, recano pesanti macigni sul collo.

La loro vista offre a Dante lo spunto per una invettiva contro i cristiani superbi, che si illudono di conoscere ogni perché ed invece restano meschini e infelici, ottenebrati al punto che confidano di avanzare mentre procedono a ritroso. Illusi, non si accorgono che siamo dei bruchi chiamati a mutare in farfalla; al contrario, montano in superbia per il fatto di permanere nello stato di un verme mal formato.

Immagino che le parole con cui Dante bolla la spocchia di taluni sedicenti cristiani possano rappresentare un monito per non pochi tra noi. Professare umiltà è arte che tanti praticano. Incarnarla per davvero è un’altra storia. Pensiamo un attimo all’ecce ancilla Dei (v.44) di Maria; mettiamoci nei panni di Davide, il grande re, che si rende ridicolo agli occhi del popolo e della moglie Micòl «dispettosa e trista» (v.69), immaginiamo il grande Traiano che, davanti a tutto il suo esercito schierato e pronto per marciare in guerra, si lascia frenare dalla richiesta di giustizia di una insignificante «vedovella» (v.77) e chiediamoci quale sarebbe stata la nostra reazione al posto loro.

E se per caso la nostra risposta fosse: «No, io non sarei stato capace di imitarli», forse è per questo che così spesso ci tocca di sentirci tanto «miseri e lassi» (v.121), invece che liberi e leggeri, proprio come una farfalla quando spicca il volo.

Alejandro Jodorowsky: «Umiltà è smetterla di proteggere le tue convinzioni, smetterla di affermare a ogni momento la tua esistenza, smetterla di dimostrare a chi non si interessa a te che meriti di essere vivo».

Margaret Maron: «Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con un’aria leggermente distratta: “Mi dispiace. Può ripetermi di nuovo il suo nome?”».

Meister Eckhart: «Sii disposto ad essere un principiante ogni singolo mattino».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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