Mi sono messo in cammino a questuare sogni. A interpretare visioni giovanili. Strano questo percorso a cui m’invita Gioele. Mi ha portato in Albania dove ho conosciuto Entela e Blina, Ruda, Holli, Mimoza, Donika, Senela…Volti e storie di donne piccole e grandi. Umiliate ma liberate. Pronte a vivere la loro Giornata

La profezia di Gioele è che “i vecchi faranno dei sogni, e i giovani avranno delle visioni” (Gl 2,28-29). Io un po’ anziano lo sono, e così comincio a sognare…

Sogno un’umanità nuova, più materna e rispettosa della figura femminile. Un contesto umano non patriarcale. Una società non maschilista. E neppure femminista e matriarcale, a dire il vero. Senza confini di genere, semplicemente conviviale. Sogno una comunità di uguali nella distinzione, nella diversità. “Non c’è più uomo né donna” in Gesù Cristo, il grande radunatore. E la donna non sia più oggetto. Non solo nei proclami dell’8 marzo. Il femminicidio è abominio, e anche la tratta lo è: violenza, abuso, mercimonio. La Terra delle Aquile ne sa qualcosa. E anche noi lo sappiamo. È tempo di operare. D’invertire lo stato delle cose.

Giovane volontaria in Casa Rozalba

Mimoza è in fiore. La ragazza ha un nome bellissimo. Carinissima, ha 13 anni, e frequenta la quinta elementare. Ne ha perso di tempo, ma lo sta recuperando. È arrivata in Casa Rozalba dall’orfanotrofio di Scutari dove è stata lasciata sin dalla nascita. Una storia di abbandono, la sua. “Gli anni dell’orfanotrofio l’hanno dolorosamente segnata”, leggo nel suo curriculum. E l’espressione mi fa decisamente paura. È come descrivere un pozzo profondo, dove forse hanno trovato posto gli occhi possessivi e uncinanti degli orchi, il palpeggiamento e l’indifferenza dei cosiddetti umani, il morso delle piattole e la tenaglia della trascuratezza estrema. “Fuoco e colonne di fumo” salgono da quel pozzo, dove Dio non voglia si specchi ancora “il sole cambiato in tenebre, e la luna in sangue”, come nel racconto di Gioele. Tant’è che quando Mimoza è stata portata via da quell’acquitrino profondo come una gola ingorda, aveva paura di tutto. Sì, anche degli abbracci! Ma pian piano ha capito che in Casa Rozalba c’è chi le vuole bene davvero. Lì non affogherà. Lì sta trovando la sua salvezza. La tratta e la strada non la fagociteranno. Ed è proprio questo il mio “sogno”: che viva in Casa Rozalba la sua adolescenza in serenità. La sua “visione” è una vita normale: ricca di affetti, di relazioni, di felicità.

Ma dove sarà mai questa Casa Rozalba che procura tante mutazioni? Sarà in terra o in cielo, per propiziare questi miracoli? È a Gjader: nella Zadrima albanese, prefettura di Lezhë. Ma è anche nel cuore, nella mente e nelle opere di una comunità di suore Maestre Pie Venerini rappresentative del mondo, dall’India all’Albania. Di donne, cioè, che credono nell’istruzione e nell’educazione come fattore di crescita umana. Impegnate nella promozione della donna. Per l’intangibilità della sua dignità. Perciò hanno fondato Casa Rozalba nel 2015. Le albanesi suor Alma e suor Arta in testa.

Vivono questo carisma in una terra difficile. Sullo sfondo, il Kanun di Lek Dukagjini, che ha posto le basi giuridiche e comportamentali della società albanese, soprattutto al Nord. Norme consuetudinarie, vigenti da secoli. Almeno sei. Attenuate ma non inefficaci neppure nel “secolo breve”. L’onore, la fedeltà, la libertà, raccolti nella figura del burrë: l’uomo al maschile. Laddove burrnjia è la qualità umana dell’uomo d’onore, capace di una sola parola (besa), padrone di ogni bene materiale: “la proprietà è legata al sangue, quindi è degli uomini”. L’uomo padrone della propria famiglia, pronto a difenderla, insieme alla propria stirpe (fis), fino a versare il sangue. L’uomo comunque, secondo il Kanun: anello di trasmissione di una catena genealogica in cui conta solo la consanguineità per via maschile, e la potestà maritale.

La verità è questa: in un sistema sociale così rigidamente patriarcale, dominato dalla metafora del sangue che rinvia alla virilità e al predominio maschile, non c’è mai stato posto per la figura femminile, sottomessa fin dalla nascita. Riecco il Kanun: “piangeranno le travi di casa” al primo vagito della nascitura. Non attesa, non gradita. E senza diritti anche da grande. Se non quelli strettamente essenziali, “del sostentamento, dei vestiti e delle calzature”. Nessuna possibilità di detenere altro bene. Nessuna possibilità di scegliersi il marito, rigorosamente imposto dal ramo maschile. Nessuna appartenenza all’“albero del sangue” (lisi i gjakut). La donna albanese nasce dall’“albero del latte” (lisi i tâmlit): “seno per alimentare il piccolo”, “borsa per portare il bambino”, “otre per far posto ai pesi e alle fatiche familiari”. Lo dicono il Canone e i suoi interpreti. Questa è la tradizione.

Ed ecco Adriana, 10 anni; ecco la sorellina Entela che ne ha 6, appena accolte in Casa Rozalba. Entela frequenta la prima elementare, Adriana la quinta. Provengono da una famiglia problematica, dove non sono mancate traumatiche esperienze di abuso. Entela oggi sostiene che Casa Rozalba “è la casa più bella del mondo”. E c’è da crederle. Non piangono più, le travi della nuova abitazione, anzi gioiscono per questa bambina molto sveglia e solare. Adriana trova naturale prendersi cura delle più piccole in Casa: proprio per la sua storia, dimostra atteggiamenti “da grande”. Ha fatto da mamma anche alla sua sorellina, quando lei stessa avrebbe avuto bisogno della figura materna. È un frutto maturo dell’“albero del latte”. È una persona, piccina, con tanta personalità.

L’Albania di oggi non è proprio quella del Kanun, benché ne risenta ancora. La dittatura di Enver Hoxha l’ha gettata nel caos. La povertà estrema, l’assenza di diritti civili e religiosi, la violenza contro i dissidenti, l’ermetica chiusura al mondo esterno, l’elevato tasso di disoccupazione, il crollo del sistema sanitario e sociale ne hanno determinato l’implosione. Solo che… finito il regime autoritario e riaperti i confini, lo spaventoso fenomeno della tratta ha preso piede, minacciando di nuovo la sicurezza della donna. Il missionario fidei donum don Antonio Sciarra, fra i primi ad evidenziare e contrastare il fenomeno in Zadrima, la terra in cui oggi sorge Casa Rozalba.

Numerose ragazze scompaiono misteriosamente negli anni Novanta, rapite con l’inganno per essere avviate alla prostituzione. Anche l’infanzia a rischio di violenza prolifera, senza scuotere più di tanto le coscienze, ancora irretite in vecchie persuasioni ed esperienze. Solo nel 2010 il Parlamento albanese approva la legge per la difesa dei diritti dell’infanzia, da cui nasce l’Agenzia per il monitoraggio della popolazione infantile. Nessun sostegno finanziario, però. Difficile implementare nuove esperienze, praticamente delegate all’iniziativa privata, al volontariato interno e internazionale, agli Ordini religiosi in collaborazione con i servizi sociali territoriali.

La Casa famiglia “Rozalba”, prima e unica realtà del genere in Albania, nasce così, fondata dalle Sorelle Maestre Pie Venerini, religiose che interpretano il dato di realtà di loro conoscenza e l’esigenza manifestata dall’ambito giovanile al cui servizio sono preposte, fino a giocare la scommessa di prendersi in carico situazioni di abbandono, di abuso, di violenza a danno della figura femminile.

Donika, 17 anni, frequenta la secondo liceo. È stata tra le prime ad arrivare in Casa Rozalba, dopo i fatti tragici avvenuti nella sua famiglia a causa della nota usanza, difficile da estirpare, della vendetta. Il torto va vendicato, secondo il Kanun, costi quel che costi, e i più piccoli ne fanno spesso le spese. Ma nell’ambiente protetto in cui vive ora, Donika è al sicuro. La ragazza è molto dotata. Eccelle a scuola. Canta, suona la pianola, danza e dipinge. Ha un talento artistico riconosciuto. Ha nuove amiche. Fra queste c’è Blenda, che frequenta la prima liceo. Figlia di una ragazza madre, ha vissuto in un contesto di abbandono dove purtroppo ha subìto episodi di violenza e di abuso. Arrivata in Casa famiglia, si protegge da tutto e da tutti, e non parla. Oggi Blenda si sente amata, crede nell’amicizia, è una ragazza libera, si prende cura degli animali, le piace suonare e leggere.

È un luogo di rinascita, Casa Rozalba. Letteralmente è la “casa in cui la rosa rivede l’alba”. E le rose sono venti, oggi. Venti carezzevoli di frescura e di vivacità risorta. Venti nel numero: una siepe fiorita è Casa Rozalba.

E se non sono rose… sono stelle, pronte a indicare la rotta per approdare a un nuovo orizzonte di senso, attraversando le costellazioni della fratellanza, della solidarietà e della resilienza.

Sono stelle luminose, le ragazze di Casa Rozalba. Ti accolgono con senso ospitale, ti rigenerano l’anima, ti rubano il cuore con l’amicizia, ti contagiano vitalità, ti offrono il meglio del loro bagaglio interiore, danzano la vita con freschezza… Nelle calamità accorrono dove c’è bisogno, e si attivano da volontarie: come in occasione del terremoto che ha colpito la Zadrima nel 2019. Aiutate a ricostruire l’architrave della loro vita, troppo presto franato addosso, si mettono altrettanto alacremente in azione per rimuovere altre macerie, per alleviare la tragedia altrui. Questa luce è bellezza!

Costa questa sfida? Sì, costa mantenere in piedi Casa Rozalba! Costa tanto coraggio. Costa tanta tenacia. E tanta dedizione, tanta costanza… Costa tanto denaro (al momento, 7.500 euro al mese fra vitto e alloggio, utenze, spese mediche, scolastiche, di vestiario, amministrative, di personale specializzato e consulenze professionali). Ma vale la pena sostenere quest’avventura. Per il valore incommensurabile di ogni vita. Per promuovere la figura femminile nei fatti. In alternativa, dietro l’angolo, la solitudine, lo smarrimento e l’insidia della tratta.

Credo che il miglior modo per celebrare la Giornata della donna, consista nel sostenere questa realtà prossima, dove vivono non poche “sorelle della porta accanto”, finalmente liberate dalla “tradizione”, finalmente libere di esprimere la musica dei loro sentimenti, il profumo della loro giovane età, le loro sane ambizioni di futuro. E io, fortunato mendicante di sogni, a questuare spiccioli di speranza: sorsi di cambiamento, folate di spirito, venti carezzevoli di liberazione a caro prezzo.


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Renato Brucoli (Terlizzi, 1954) è editore e giornalista pubblicista.Attivo in ambito ecclesiale, ha collaborato con don Tonino Bello dirigendo il settimanale d’informazione religiosa della diocesi di Molfetta e il Settore emerge della Caritas, in coincidenza con il primo e secondo esodo dall’Albania in Italia (marzo-agosto 1991) e per alcune microrealizzazioni di ambito sanitario nel “Paese delle Aquile”.Nella sfera civile ha espresso particolare attenzione al mancato sviluppo delle periferie urbane e fondato un’associazione politica di cittadinanza attiva. Ha anche operato nella Murgia barese per la demilitarizzazione del territorio. Autore e curatore di saggi biografici su don Tonino Bello e altre personalità del Novecento pugliese, dirige la collana Alfabeti per le Edizioni Messaggero Padova. Direttore responsabile della rivista Tracce, collabora mensilmente con il periodico La Nuova Città. È addetto stampa per l’associazione Accoglienza Senza Confini Terlizzi che favorisce l’ospitalità di minori bielorussi in Italia nel dopo Chernobyl.L’Università Cattolica del Sacro Cuore, per la quale ha pubblicato una collana di Quaderni a carattere pedagogico sul rapporto adulto-adolescente, gli ha conferito la Medaglia d’oro al merito culturale. L’Ordine dei Giornalisti di Puglia gli ha attribuito il Premio “Michele Campione”: nel 2013 per l’inchiesta sul danno ambientale procurato da un’industria di laterizi; nel 2015 per la narrazione della vicenda umana e sportiva di Luca Mazzone, campione del mondo di paraciclismo.