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L’essenziale non si misura con la quantità delle cose alle quali si rinuncia, ma con la qualità di quelle che si tengono tra le braccia

Diciamocelo: siamo ancora figli dell’educazione degli aut-aut, della ferrea gestione delle emozioni, dei metodi punitivi, della rinuncia per gustare meglio la gioia. Che arriverà, prima o poi. Ma al momento meglio soffrire un po’, a cautela! Si sa: la sofferenza forgia uomini duri.

Anche l’educazione credente di tanti di noi è passata da qui: il mondo dei valori religiosi non cade dall’alto, si appoggia sempre alla cultura vigente. Ma a fronte di una diffusa disaffezione alla fede, io mi chiedo una cosa: non è che, forse, il problema non riguarda il desiderio di Dio, quanto un modello pedagogico-comunicativo ormai inadatto all’oggi? Non è che, forse, questa disaffezione è solo insofferenza a un certo linguaggio, abusato, disumano e, magari, percepito come strumento di potere?

Non dobbiamo spaventarci: se è in crisi un modello, occorre cercarne un altro. Semplice, no? No. C’è ancora chi è convinto di poter educare, alla fede e alla vita in genere, a suon di asserzioni, rimproveri e immolazioni. C’è ancora chi si scandalizza se qualcun altro propone di rivedere questo vocabolario, non per svuotare di senso normali sacrifici della fede e della vita stessa, ma solo per dare centralità a qualcosa di diverso, forse proprio al vero essenziale. L’essenziale, si sa, va preservato dalle cose inutili o quantomeno accessorie. E se imparassimo a fare questo per addizione e non per sottrazione? Se prediligessimo la via dell’abbondanza che sazia e, rendendo gioioso il cuore, invita spontaneamente a scegliere cose salde e durature? Cosa accadrebbe se, in altre parole, dessimo più centralità alla gioia, ossia alla vita stessa?

È dura cambiare, ma sono le parole stesse a chiederlo. Rinunciare, dal latino “re-nuntiare”, è “annunciare in risposta”: significa che qualsiasi rinuncia deve avere in sé l’annuncio di qualcosa, che ogni momento di decostruzione deve prevedere una fase costruttiva. Un bambino continuamente rimproverato e punito, cresce male. Lo stesso un credente. La pedagogia ha dimostrato che in un clima di sovrabbondanza emotiva un bambino è più gestibile, perché si sente amato, sicuro di sé e più predisposto ad accogliere le regole. La biologia ha scoperto che il corpo umano tende alla massima felicità biologica possibile. La teologia riflette da tempo su come la famigerata volontà di Dio non sia quella di veder soffrire i suoi figli, ma quella di vederli immersi nella storia, coinvolti e responsabili delle gioie e dei dolori, propri e altrui. E come si fa ad affrontare il carico del quotidiano senza un bel carico di volti e cose belle?

Mi viene da pensare che chi propone sempre e solo sacrifici sproporzionati abbia qualcosa che non va al pari di chi coltiva solo sregolatezza: magari non ha elaborato le proprie rinunce e le getta sugli altri; magari ha interpretato la “rinuncia a tutto” di evangelica memoria in senso drastico e non riesce a capire che eliminare il superfluo non corrisponde a fare della privazione una bandiera. Certo, “abbondanza” non è una parola consolante: “ab-undare” significa “inondare”, dunque implica scompiglio, superamento di argini ben definiti, qualche danno; ma anche festa, nutrimento, prosperità, felicità. Ed è inutile: un cuore felice, anche immerso in mille cose, anche sballottato, arriva all’essenziale e lo conserva. La sofferenza, da sola, abbruttisce e rende impermeabili e inflessibili; la rinuncia, da sola, convince che si possa vivere senza essere felici e che tutto sia questione di sforzo.

Certo, quella dell’abbondanza è una via più lunga e incerta, lastricata di crisi, domande, cadute, enigmi, ma è questo bagaglio di vita a forgiare uomini e donne realmente forti, responsabili nell’accantonare le cose inutili e capaci di raccolti abbondanti. Perché l’essenziale non si misura con la quantità delle cose alle quali si rinuncia, ma con la qualità di quelle che si tengono tra le braccia. E se ci ritroveremo ad abbracciarne tante, forse sarà segno che abbiamo imparato a dilatare le braccia e a chiudere di meno il cuore.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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