Urge un matrimonio che sia in un senso nuovo e più profondo “compito della madre”: compito di generare vita e di donarla

Giorni fa ero assorta nella lettura di “Matrimonio & paura”, un piccolo, edificante saggio. Secondo l’autore C.L. Russo l’imperfezione, la complementarietà, la crisi, il piacere, come peculiarità dell’unione matrimoniale, sono il più grande antidoto alla pretesa di essere perfetti, la quale non fa che acuire paura e scontentezza. Nella conclusione egli specifica che il matrimonio non si insegna, si contagia: urge la testimonianza di persone capaci di trasmettere gioia e speranza attraverso la propria esperienza carnale. E forse oggi scarseggiano!

Effettivamente siamo di fronte a un tema delicato, con un retaggio non troppo positivo. Nella parola Matrimonium, composta da matris e monium, ossia dovere, compito della madre, la donna è contemplata solo in diretta connessione con il suo partorire figli. Un’idea mortificante anche per l’uomo, considerato implicitamente e solo in connessione alla continuazione della specie.

Lo scontro di tale concezione con le esigenze della post-modernità ha prodotto inevitabilmente una crisi per l’istituzione matrimoniale; ma se è vero che lì dove ci si fa delle domande, si ha la sicurezza di essere ancora umani e ancora vivi, allora ben vengano queste, assieme ai miglioramenti e alle prese di consapevolezza. La valorizzazione dell’aspetto unitivo del matrimonio è un frutto altamente positivo della recente riflessione giuridica, canonica, teologica, sociale, culturale in merito.

A stridermi dentro è altro. Mi chiedo se questa crisi non sia il risultato di parole vuote. Mi riferisco a frasi ben lontane dal desiderio di reali cambiamenti, espressioni di una mentalità incapace di legàmi autentici: «il matrimonio impedisce la realizzazione personale e lavorativa»; «il matrimonio aveva senso quando si voleva scappare da situazioni familiari opprimenti; i giovani d’oggi stanno bene, possono collezionare le esperienze più diverse prima di caricarsi di grossi fardelli».

Le parole hanno un peso, sempre. E chissà se la responsabilità della (presunta) disaffezione odierna alla vita coniugale e familiare non sia dovuta ad una testimonianza scarsa e scarna da parte degli adulti, dei veterani, insoddisfatti…se a causa dei propri insuccessi o se in virtù dell’indisponibilità dei giovani ad essere a loro immagine e somiglianza non è dato saperlo. Insoddisfatti anche perché ammalati, poveri di un patrimonio antropologico irrinunciabile: la relazione.

Sempre l’autore di quel piccolo saggio riflette sull’urgenza di un cambio di prospettiva nel matrimonio: dalla comunanza di obiettivi, nella quale ognuno si attrezza alla meglio per conseguire dei risultati, ad un “cuore comune”, ossia un palpitare all’unisono. La paura tipica dell’oggi, difatti, è un continuo presagio di sconfitta, un’assenza di futuro, un timore del proprio limite: la risposta è un investimento a tempo pieno sulla felicità al singolare e lo strumento per realizzarla è la performance, la messa in scena della propria bravura tecnica e professionale per sopperire al pericolo costante del fallimento.

Il matrimonio, nel suo essere fatto di persone di carne continuamente bisognose di miglioramento, in virtù dell’apertura all’infinito tipica dell’uomo, accoglie la paura di non farcela e la trasforma in forza. Come? Attraverso il dono e la relazione.

Solo il recupero di relazioni gratuite, nel quale uomo e donna riescono a decentrarsi affinché l’altro sia, esista, si muova autonomamente, si esprima liberamente, riporterà nel cuore di tanti la consapevolezza che è intimamente bello “farsi compagnia per la vita”. Solo un allenamento continuo al dono, senza annullarsi ma senza nemmeno rifugiarsi nell’adolescenziale pretesa del “tutto mi è dovuto”, migliorerà la qualità dei tessuti familiari e sociali. In questa palestra di umiltà chi sta più avanti potrà incoraggiare chi è agli inizi, senza tacere le cadute e le sconfitte, ma dimostrando nel coraggio di rialzarsi insieme ogni volta la possibilità di realizzarsi come persone.

C’è tanta purezza in giro, incompresa e scambiata per ingenuità, di giovani innamorati e realmente disposti a sacrifici enormi. E questo è uno scandalo per molti adulti terribilmente incapaci del loro compito testimoniale, indisposti ad accettare il fallimento inesorabile dei modelli da loro inseguiti.

Perciò più che coltivare uno stile di vita e di linguaggio improntato alla sregolatezza e alla volgarità per accaparrarsi simpatie, urge la loro testimonianza di equilibrio, di sobrietà, di consapevolezza del potere del limite. Questa è adultità generativa!

Urge un matrimonio che sia in un senso nuovo e più profondo “compito della madre”: compito di generare vita e di donarla, tanto per l’uomo quanto per la donna, di pro-creare una società più umana, di partorire figli naturali e figli spirituali amati e non strumentalizzati. Ecco il matrimonio come patrimonio da riscoprire e riabilitare.

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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