“Nelle pieghe della vita, come anche negli sprazzi di luce, capiamo molte cose del mondo, ed è sempre lì che possiamo trovare i modi e l’energia per cambiarlo

È felice, Elisa. Frequenta una scuola materna steineriana nella Romagna, patria di adozione dove si sono trasferiti i genitori, lui dalla Puglia, lei dall’Abruzzo per esigenze di lavoro. A fine anno scolastico con gli amichetti e le amichette si è divertita a cantare, realizzare ghirlande in midollino e rafia, saltare un minuscolo falò nel bellissimo Planetario botanico, unico al mondo, di proprietà dello scultore Angelini Silvano.

Oggi è ad Andria, terra di ulivi, viti e mandorli. Sul terrazzo dei nonni, le mandorle da giorni si abbronzano al sole cocente, per resistere alle muffe in agguato. Si diverte a scompigliarle, a scalciare. Se ne fa rompere alcune, ed i suoi dentini provano a masticarle. Balugina, intanto, un’idea nella mente del padre, capitano dell’esercito, convinto assertore della scuola ad indirizzo Waldorf.

“Elisa, facciamo il latte di mandorle?” Assente con il capo, la piccola dagli occhi verdi. Quando si tratta di impegnare le mani, folgorata dall’esperienza vitale della scuola, non si tira mai indietro, anzi… si elettrizza, esprimendo gioia da tutto il suo essere.

Sul bianco tavolo della stanza da pranzo dei nonni appaiono, un’asse di legno e un martello. In un secchio fanno comunella le mandorle che hanno lasciato la comitiva impegnata ancora nel rosolarsi ben bene al sole di agosto della città sorvegliata dal bellissimo maniero ottagonale di Federico II di Svevia.

Donato, impugnando il martello, rompe le mandorle. Una alla volta. Elisa osserva. Il padre le mostra le bucce ed i frutti, autorizzandola ad assaggiarne un paio. Non di più. Vuole verificare che la piccola non sia allergica alle mandorle, reazione molto pericolosa.

Mentre lui continua a rompere, Elisa si diverte a selezionare i frutti, deponendoli in una ciotola di metallo. Le bucce finiscono in un secchio per raggiungere il giorno seguente la compostiera che raccoglie i residui organici della famiglia.

Ogni tanto la bambina si alza, raggiunge il fratello Edoardo venuto alla luce alcuni giorni prima che il Covid – 19 costringesse tutti i cittadini italiani a rintanarsi nelle proprie abitazioni per non essere contagiati dal micidiale morbo, e lo accarezza affettuosamente, canticchiando “quando sfioro il mio fratellino… brilla una stellina”.

Ormai le bucce sono da una parte ed i frutti da un’altra. Occorre eliminare la bruna pellicina che ricopre le mandorle. Per una notte intera dovranno macerare nell’acqua che la bambina versa su di loro aiutandosi con un bicchiere.

La mattina seguente. Non appena si alza, dopo aver mangiato con appetito un bel po’ di fichi dottati che il padre ha raccolto nella campagna ricevuta in eredità dalla madre, saltando sulle gambe di Donato esclama: “Papà, facciamo il latte di mandorla?

Detto, fatto. La pellicina delle mandorle finisce in un bicchiere, mentre le mandorle rimangono a torso nudo, bianchissime. Occorre solo sciacquarle per eliminare piccoli residui o particelle di bucce che proprio non intendono separarsi dai frutti, dopo avervi aderito per alcuni mesi.

Entra in scena una bilancia utilizzata dalla nonna paterna per pesare gli ingredienti delle torte e dei pasticcini, che ad Elisa piacciono molto. Sul monitor appare il peso, “200 grammi”. Qualcosa in più. Con questa dose è possibile realizzare due litri di latte di mandorla, aggiungendo dell’acqua.

L’attenzione della piccola è alle stelle. Nessun movimento le sfugge. Viene pregata di non toccare il frullatore ad immersione che comincia a ruotare vorticosamente. Gli occhi della bambina si spalancano quando le mandorle frantumandosi producono un liquido tumultuoso, candido come la neve. “Il latte di mandorla!” esclama compiaciuta. Non crede ai suoi occhi.

Quando il frullatore si rintana nel suo cassetto, entra in azione uno strofinaccio sul quale viene versato l’intero contenuto della ciotola. Il latte comincia a filtrare, occorre ora strizzare il piccolo involto per spremere tutto il liquido.

Elisa monta su uno sgabello, raggiunge il piano dell’antina sovrastante il lavello e preleva un bicchiere. Compiaciuto, Donato gliene riempie una metà dopo avere provveduto a dolcificare leggermente con zucchero di canna la bianca bevanda vegetale. “¡È buono!”, esclama, issando le braccia in alto la piccola. “¡Grazie papà!”

Poi, aggiunge: “Paparino… i rimasugli delle mandorle!?” “Sorpresa!” esclama, Donato. “Ora faremo il pesto, sostituendo i pinoli con il tritato di mandorle.” Assieme, mano nella mano, raggiungono il terrazzo e prelevano un consistente ciuffo di foglioline da una rigogliosa pianta di basilico.

Ritornati in cucina, le sciacquano e le depongono in una capiente coppetta con i residui delle mandorle. Irrorate abbondantemente di olio extravergine, riparte il frullatore ad immersione. Quando il congegno elettrico viene spento, la piccola vi intinge l’indice, e, portando alla bocca un minuscolo quantitativo manifesta: “È proprio buono!”

“Lo mangeremo a pranzo, amalgamandolo con gli strascinati fatti dalla nonna” conclude Donato. Poi, dentro di sé aggiunge: “Nelle pieghe della vita, come anche negli sprazzi di luce, capiamo molte cose del mondo, ed è sempre lì che possiamo trovare i modi e l’energia per cambiarlo”.


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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.