«Se non sai dove stai andando, voltati per vedere da dove vieni»

(Moni Ovadia)

È proprio in momenti storici come l’attuale che lo studio della Storia assume tutto il suo senso e la sua potenza. Chi siamo deriva strettamente da chi siamo stati e ci conduce a chi saremo. Comprendere il presente necessita costantemente della conoscenza del passato, soprattutto quando si vuol evitare di fornire frettolose o, peggio, deliranti spiegazioni agli avvenimenti.

Da qui il bisogno di un sintetico ma utile excursus sulla situazione egli ospedali e delle malattie in Puglia nel secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra.

 

La guerra aveva esacerbato svariate malattie ed accresciuto le sofferenze per le morti e per i traumi, che ancora gravavano sui molti invalidi; nonostante ciò, l’esercito aveva realizzato la moderna organizzazione sanitaria, in modo da limitare gli orribili danni dovuti alle tante malattie ed alle ferite sui soldati e sui civili.

La gestione della sanità doveva essere perciò organizzata e specialistica: venne affidata agli amministratori pubblici, e non solo alle associazioni

caritatevoli ed alle opere pie, che invece nel passato si erano occupate di questo ambito, riempiendo il vuoto lasciato dagli organi di Governo.

Gli ospedali di Bari

Alle fine della seconda guerra erano scomparse la maggior parte delle strutture nate dall’emergenza bellica, cliniche ed ospedali.

Varie furono le soluzioni proposte subito dopo la fine del conflitto: si immaginò un ammodernamento ed ampliamento dell’ospedale civile; si prefigurò in alternativa un decentramento dei reparti

(Chirurgia nell’ospedale della Pubblica assistenza; Malattie infettive nel Lazzaretto, Pediatria nell’Ospedaletto dei bambini); fu rimandato il progetto di realizzare un grande ospedale medico-chirurgico della città.

Nel 1923 fu avviata la costruzione dell’ospedale di Carbonara, grazie all’impegno del presidente dell’Opera Pia di Venere, l’avvocato Francesco Damiani.

Nel 1924 fu istituita l’Università a Bari. Nel 1930, con la convenzione di ospedalizzazione, le cliniche di Oculistica, di Ostetricia e di Dermosifilopatia furono

sistemate presso l’Ospedale Consorziale S. Pietro. La clinica

Pediatrica fu collocata presso l’Ospedaletto dei bambini; le altre cliniche furono ubicate nel Palazzo Ateneo.

L’Ospedaletto dei bambini poveri era stato istituito nel 1893. Nel 1931 fu accorpato alla  Clinica universitaria e nel 1939 venne classificato COME Ospedale Specializzato di III categoria.

Le malattie sociali

Alcune malattie si erano molto diffuse tra la popolazione. Tra queste, la tubercolosi: tenuta sotto

controllo tra le truppe italiane, era, invece, dilagata nei campi di

prigionia nemici. I soldati, tornati a casa, avevano infettato i familiari.

Il D. L. del 27 ottobre 1927 istituì in tutto il Regno i Consorzi

antitubercolari provinciali, che operavano attraverso i Dispensari, i quali fornivano assistenza ambulatoriale ai non assicurati.

Altra malattia molto frequente in questo periodo, soprattutto in Puglia (la regione italiana che presentava il maggior numero di casi), era il tracoma. Nel 1934 nella provincia di Bari si contavano 40.000 tracomatosi. L’azione esercitata dalla Clinica oculistica universitaria, con i suoi reparti ed ambulatori, riuscì a mantenere sotto controllo la situazione. Venne anche organizzato  un piano di profilassi che coinvolgeva le scuole materne ed elementari.

Altra piaga pugliese era la malaria: i contadini che lavoravano nel Tavoliere erano tutti indistintamente ammalati. Durante la prima guerra mondiale, purtroppo, erano state sospese le azioni di profilassi, quindi la situazione generale era nettamente peggiorata; inoltre la miseria, le scarse misure igieniche adottate e la fame avevano fatto il resto.

L’ospedale militare “Lorenzo Bonomo”

Progettato nel 1936, fu portato a termine nel 1939; si trovava sulla via

per Carbonara. Durante la seconda guerra mondiale fu ad esso assegnata anche una casermetta poco distante come ulteriore reparto di degenza.

L’ospedale svolgeva compiti di direzione sanitaria del IX Corpo

d’Armata: da esso dipendevano tutti gli ospedali di riserva della città e del territorio (nel 1941 erano 37). Qui venivano visitati oltre duecento soldati di truppa e ufficiali al giorno.

Gli ospedali dipendenti dalla Sanità militare erano i seguenti: a Bari  l’Ospedale Militare Lorenzo Bonomo con 800 posti nel gennaio 1941 e 1232 nel marzo 1943; l’Ateneo (cliniche chirurgiche) con 150 posti a gennaio 1941; l’Ospedale S. Pietro (per ciechi) con 80 a gennaio 1941; la scuola “Umberto I” (a “S. Nicola”) con 250 posti a gennaio 1941; la scuola “Duca degli Abruzzi” (in Via Carulli) con 160 posti nel gennaio 1941; la scuola “Giulio Cesare”, la scuola elementare “Balilla”, che ospitò il reparto di Medicina e di Chirurgia, e la “Carlo del Prete”: qui il 10 luglio 1941 il duce, recatosi a Bari per assistere alla parata della Divisione Alpina Tridentina di ritorno dall’Albania sul Lungomare Nazario Sauro, si fermò a visitare i degenti.

In provincia di Bari gli ospedali dipendenti dalla Sanità militare furono i seguenti: ad Altamura la scuola “IV Novembre”; ad Andria l’Ospedale civile con 159 posti a marzo 1943; a Barletta la scuola “Musti” con 270 posti ad aprile 1941  e con 150 a marzo ’43; a Bisceglie la scuola “di Crollalanza” con 210 posti nel marzo 1943; a Molfetta il Seminario diocesano con 250 posti a gennaio 1941 e con 185 posti a marzo 1943; a Triggiano l’Ospedale “Fallacara” con 100 posti a gennaio 1941; a Bitonto l’edificio scolastico con 250 posti a gennaio 1941; a Canosa l’istituto “Bovio” con 222 posti a marzo 1943; a Gioia l’istituto “Benito Mussolini” (oggi “San Filippo Neri”) con 204 posti nel marzo 1943; a Rutigliano l’Ospedale civile con 25 posti a dicbre 1940; a Giovinazzo l’Ospedale “C. Ciano” con 213 posti a marzo 1943; a Santeramo l’Ospedale “Umberto I” con 119 posti a marzo 1943; a Palo del Colle l’Ospedale nuovo con 215 posti a marzo 1943; a Noci l’Ospedale nuovo.

L’ospedale “Benito Mussolini”

Fu un ospedale di riserva della Sanità militare dal 1940 al 1945; dal 7 maggio 1945 al 31 agosto 1950 diventò ospedale convenzionato CRI, gestito dal Comitato regionale e utilizzato come tubercolosario. Era diretto dal capitano medico Cataldo Balducci. Qui erano stati allestiti: una sezione di disinfezione, laboratori chimico-batteriologici, stazioni radiologiche, reparti di Medicina e Chirurgia. Vi erano 76 unità di personale tra ufficiali medici, contabili, medici civili, farmacisti, infermiere volontarie, impiegati civili, infermieri militari, inservienti.

 

Le navi-ospedale

La campagna di Grecia, svoltasi tra il 28 ottobre 1940 e il 23 aprile

1941, fu il tentativo del governo fascista di affermare un ruolo

autonomo dell’Italia nel conflitto. L’attacco fu un disastro: gli Italiani

ripiegarono e subirono il contrattacco dei Greci. La campagna di Grecia fu un completo insuccesso politico per l’Italia. Per tutto il periodo dal porto di Bari si svolse un intenso movimento di navi per il rifornimento di uomini e equipaggiamenti, così come molti furono i viaggi delle navi ospedale: la “Gradisca”, la “Po”, la “California”, l’”Aquileia” riportarono in Italia oltre 30.000 soldati feriti e malati.

Sulle navi-ospedale, a causa dell’impossibilità di attrezzare gli spazi per interventi in tutte le branche mediche e chirurgiche, si intervenne solo in casi di estrema urgenza: si

facevano buone medicazioni e si lasciavano in sito le schegge più

grosse; si amputavano gli arti solo se erano ormai staccati dal resto del corpo.

Le navi ospedale della Marina militare italiana furono dodici: “Aquileia”, “California”, “Gradisca”, “Toscana”, “Sicilia”, “Virgilio”, “Principessa Giovanna”, “Arno”, “Tevere”, “Po”, “Città di Trapani”, “Ramb IV”.

 

Le nuove malattie

Insieme agli spostamenti delle truppe arrivarono in Italia nuove malattie: la “febbre albanese” o “albanite”, chiamata così perché fu riscontrata tra i soldati italiani in Albania; la temperatura corporea raggiungeva valori alti fino a 40° C per otto giorni circa ed era accompagnata da disturbi gastro-enterici e locomotori; fastidiosa ma mai tale da condurre a condizioni gravi. Fu messa in relazione con la malaria dal tenente medico Achille Frates (29°ospedale da campo, Div. Fanteria Parma).

La nefrite da guerra si manifestava con stanchezza e dispnea, con edemi alle gambe e febbre alta, infine attaccava i reni. La causa era un batterio che si

localizzava nella bocca; il freddo era un fattore predisponente.

In Albania, nell’inverno 1940-’41, furono riscontrate varie malattie: infettive (tifo addominale, paratifo B, dissenteria, malaria, tifo esantematico); degli organi respiratori (polmonite crupale, tubercolosi polmonare, pleurite);  malattie degli organi circolatori (cuore, da sforzo, endocardite); dell’apparato digerente (sindromi diarroiche, angiocolite catarrale ed infettiva); degli organi urinari (nefrite acuta); congelamenti.

 

Le terapie

Rispetto alle conoscenze ed alle pratiche mediche del primo conflitto mondiale, in alcuni ambiti in particolare erano stati fatti dei progressi: fu utilizzata l’anestesia generale intravenosa con il Pentotal, la rianimazione-trasfusione, la terapia con i sulfamidici (farmaci antibatterici di sintesi).

Il farmaco che più di tutti rivoluzionò le terapie attuate fino a quel momento fu la penicillina. Essa era stata scoperta nel 1928 da Alexander Fleming, ma era rimasta a livello sperimentale per molti anni. Durante la guerra Inglesi e Americani unirono gli sforzi, soprattutto economici, per stabilire una procedura che permettesse la produzione di quantitativi maggiori di penicillina e di efficacia elevata, poi le  Forze alleate la portarono in Italia.

Marlene Dietrich, mentre si trovava a Bari a dare conforto alle truppe, venne colpita improvvisamente da polmonite e fu curata con l’antibiotico procurato dai medici statunitensi.

 

Gli Ospedali alleati in Puglia (1943-1947)

Gli edifici collocati nell’area del Policlinico ospitarono il “98° British General Hospital”, in grado di fornire il primo soccorso ai feriti grazie alle sale chirurgiche specializzate in ortopedia, neurochirurgia, chirurgia maxillo-facciale e cardiochirurgia; disponeva di 1200 letti.

L’ospedale neozelandese, invece, disponeva di 500 letti, come quello

sudafricano e quello indiano.

Altri ospedali alleati in Puglia furono collocati a Lecce (100 posti); ad Erchie (400 posti); a Manduria (100 posti); a Spinazzola (100 posti); a Cerignola (400 posti).

 

Il “26° General Hospital”

La notte del 2 dicembre 1943 105 aerei della “Luftwaffe” attaccarono la flotta

angloamericana ancorata nel porto. Furono distrutte 17 navi: l’orrore maggiore non venne dalle bombe, ma dalle conseguenze della fuoriuscita di iprite, un gas pericoloso, tossico e vescicante, vietato dalle convenzioni internazionali, da una delle navi colpite, la statunitense “John Harvey”. Il carico era stato nascosto. In realtà gli americani lo tenevano in serbo per una rappresaglia ai tedeschi in caso di attacco chimico non convenzionale.

A bordo della nave “Liberty Samuel J. Tilden”, distrutta dall’attacco aereo al porto di Bari quella notte del 2 dicembre 1943 vi era il “26° General Hospital”. L’ospedale aprì il 4 dicembre con solo 100 letti presi in prestito dall’ospedale inglese; l’attrezzatura per nave arrivò in seguito.

Delle oltre 800 vittime ricoverate nell’ospedale inglese dopo il raid, 628 subirono l’esposizione all’iprite; 83 decessi furono attribuiti in tutto o in parte a questa causa. Circa il 90 % delle vittime del gas erano americani, la maggior parte dei quali marinai mercantili.

Anche quando si manifestarono gli effetti sui naufraghi, le autorità americane misero a tacere la causa di quegli strani effetti e delle morti sopraggiunte. La reticenza degli alti comandi militari portarono alla morte moltissimi soldati, che si sarebbero potuti salvare se non fossero stati curati soltanto per i sintomi da shock;  ugualmente accadde per i civili. I documenti americani attestanti la contaminazione da iprite sono stati desecretati solo nel 1959.

Gli ufficiali medici che curarono le vittime non erano a conoscenza della presenza del gas, che era sufficientemente diluito da non essere rilevato dall’odore. Nella convinzione che le vittime coperte di petrolio non avessero danni fisici, furono avvolte in coperte, ancora nei loro vestiti impregnati di petrolio, ricevettero del tè caldo e furono lasciati così com’erano per dodici o ventiquattro ore, mentre le ferite da esplosione più urgenti e i casi chirurgici furono trattati. Quelli con l’energia e la volontà di pulire il petrolio dal proprio corpo non subirono gravi danni, ma il resto manifestò vari gradi di ustioni da iprite. Gli occhi iniziarono a bruciare circa 6 ore dopo l’esposizione e diventarono così gonfi in 24 ore che molti dei pazienti si ritenevano ciechi.

La prima morte avvenne senza preavviso 18 ore dopo l’esposizione.

Il 9 aprile 1945 una terrificante esplosione distrusse la nave

statunitense “Charles Henderson”, carica di ordigni, nel porto di Bari, per cause misteriose, durante le operazioni di scarico. Le vittime del disastro furono circa 360, tra lavoratori del

porto, militari e civili. I feriti furono 1.730, in gran parte portuali baresi.

La Direzione di Sanità avviò al porto 8 autoambulanze, per la raccolta dei feriti militari e civili che furono distribuiti ai vari ospedali militari cittadini, in quanto le cliniche universitarie furono rapidamente saturate dall’afflusso dei feriti raccolti con automezzi alleati.

 

Bibliografia

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G.B. Infield, Disastro a Bari. La storia inedita del più grave episodio di guerra chimica nel secondo conflitto mondiale, Bari, Adda, 2003

V.A. Leuzzi, Inferno su Bari: bombe e contaminazione chimica: 1943-1945, Bari, Edizioni dal Sud, 2013

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  2. Montinari, M. Montinari, Storia illustrata dell’Ospedale consorziale policlinico di Bari. Dal San Pietro al San Paolo, Bari, Levante, 1995
  3. Morra, Top Secret Bari 2 dicembre 1943. La vera storia della Pearl Harbor del Mediterraneo, Roma, Castelvecchi Editore, 2014
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  5. Santonastaso, La lotta contro il tracoma in Puglia come problema nazionale, “Rivista della R. Università degli studi Benito Mussolini”, a. 1, n. 2, pp. 51-64

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