Un biopic da avanzo di galera

Parlare di ritratto per la narrazione che Michele Placido ci offre di Michelangelo Merisi ne “L’ombra di Caravaggio” può sembrare il colmo, ma la rappresentazione, diretta dal regista pugliese e performata dall’espressivo Riccardo Scamarcio, racconta l’aneddotica del pittore attraverso un’indagine penale che porterebbe alla decapitazione dell’artista con l’accusa di omicidio dell’amico/rivale Ranuccio, morto, a detta del Merisi, accidentalmente e per legittima difesa.

Caravaggio si muove su tela con la delinquenza di un avanzo di galera, sublima l’esistenza di strada trasformando una prostituta nella Vergine Maria ed un senzatetto nel San Pietro capovolto sulla croce, è inviso per la sua creativa arroganza ma protetto da personalità di spicco quali Costanza Colonna e Scipione Borghese, nipote del Papa le cui sole grazia ed intercessione potrebbero salvarlo.

Ritagliandosi il ruolo di un cardinale libertino, Michele Placido porta sullo schermo lo slancio sessuale di Caravaggio come paradigma della focosa carnalità delle sue opere, un’arte dalla quale traspare calore e passione, il gusto provocatorio di chi ci mette la faccia, costi quel che costi, pur avendo alle calcagna l’inquisitore Louis Garrel, un fanatico religioso che fa da contraltare alla luce caravaggesca, una fotografia curata dal maestro Michele D’Attanasio (Ti mangio il cuore), bravo a sintetizzare stoicamente il contrasto stilistico fra buio ed illuminazione, tipico della pittura del Merisi.

L’estetica cinematografica di Placido mira a sottolineare, continuamente, la libertà di Caravaggio contro gli stereotipi della Chiesa, clichè accademici contaminati da manierismi e stucchevoli convenzioni sociali.

Malgrado la condotta rissosa ed il background lombardo, la figura descritta nella pellicola pare agiografica, ma espressioni come Dov’è che vai?” o “Ma non dobbiamo scopà?” e “Aò”rischiano di tangere la didascalica trasposizione romanzata di un linguaggio anacronistico che male si adatta, ad esempio, alla conversazione con Giordano Bruno.

I personaggi seicenteschi incarnano lo spirito biblico, i miserabili nei quali far convivere Arte e Vita.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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