Le alchimie della memoria…

Quale alchimia governa le intermittenze della memoria? Quando meno te l’aspetti, o stai facendo altro, dal suo fondo, dove stavano acquattati, escono i volti e le voci degli amici di cui la vita, talvolta benigna, ti ha fatto dono. È quanto mi è avvenuto con Rabah Belamri. Un suo libro, capitato tra le mani mentre ne cerchi un altro che non trovi, ha dato la stura al flusso della memoria. Così, è ricomparso il volto di un amico di cui, ahimé, solo per pochi anni ho potuto godere, rendendogli visita, sedendomi alla sua tavola, nella minuscola casa parigina nel quartiere di Passy, o accogliendolo a Padova. Nelle fotografie che conservo è giovane, coronato da una bella barba nera, sorridente; risento la sua voce calma, serena, dolcemente cantilenante, sostenuta da quella, ugualmente dolce, di Yvonne, la moglie, che ha assicurato, negli anni, al suo sguardo ferito la possibilità di continuare a vedere il mondo, le sue bellezze, la sua luce e i suoi colori.

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Fortunosamente scampati ad un affrettato trasloco, inesorabile inghiottitoio di brandelli di memoria, ritrovo alcuni appunti, presi a Parigi nel settembre 2000. È un piovoso pomeriggio autunnale, cinque anni giusti dalla morte di Rabah, avvenuta il 28 settembre 1995.

Mentre ci avviamo verso il Cimitero di Montparnasse, Yvonne entra in una fioreria, compra due rose rosse e intanto continua a parlarmi di Rabah. Mi ha dato appuntamento al Café des Arts, métro Raspail, dove mi ha offerto un caffé. Mi vuole di nuovo spiegare che Rabah non è morto, non ha esaurito la sua opera. Ha frainteso una mia frase. Ho voluto solo dirle che con la morte l’opera letteraria di Rabah si staglia ormai in una sorta di fissità, come un cammeo che si può ammirare…

Entriamo nel Cimitero da un ingresso secondario. Mentre lei sistema le due rose rosse accanto ad altre tre, un po’ appassite, leggo le date di nascita e di morte, 1946-1995, e cerco di decifrare i due versi con cui ha voluto ricordarlo: tu t’enfonces dans la rose/ébloui par l’or de ta nuit… (sprofondi nella rosa/abbacinato dall’oro della tua notte…)

Pioviggina, restiamo alcuni minuti in silenzio. Yvonne rimette in piedi alcuni vasi sulle tombe vicine: sembra un impegno che s’è preso. Ne rimetterà in piedi molti mentre camminiamo. Uscendo, mi indica le tombe di Guy de Maupassant, di Brancusi, di Marguerite Duras. Sostiamo un istante sulla tomba di Vercors e poi su quella di Claude Aveline, che appena due anni prima, in un giorno grigio di novembre, ho accompagnato insieme a pochi amici, tra cui Maurice Schumann […].

Yvonne mi accompagna alla stazione del métro Edgard Quinet: scrive il mio nuovo indirizzo su un plico di fogli in braille che deve consegnare ad un professore di letteratura, cieco come Rabah. Si è offerta di trascriverli. Yvonne me li aveva mostrati al Café des Arts come prova dell’impegno e della dedizione di Rabah al suo lavoro. Fino all’ultimo, quando era in ospedale in attesa dell’intervento rivelatosi fatale, faceva progetti, aveva iniziato a scrivere un nuovo romanzo…

Ci salutiamo: l’indomani deve partire per un Salon du Livre in una città di provincia, dove presenterà i libri di Rabah. È lì la sua vita. Il suo mondo è dove ci sono uomini e donne che possono leggere i libri di Rabah. Leggermente curva, fragile, un mesto sorriso sulle labbra, s’allontana col suo carico di ricordi…

Peregrinando di città in città per parlare dei libri di Rabah a studenti e cabili immigrati in Francia, Yvonne non ha smesso di fare quello che ha sempre fatto da quando, maestra in Cabilia, si è posta accanto a Rabah, offrendogli i suoi occhi per vedere i colori del mondo e il braccio per camminarvi più sicuro.

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Nato nel 1946 a Bougaâ (Lafayette, sotto la colonizzazione), un villaggio situato al limite della Piccola Cabila, ai piedi del monte Tafat, nella provincia (wilaya) di Sétif, Rabah vive gli anni dell’infanzia nel momento in cui il colonialismo francese mostra tutte le sue crepe, anche se all’apparenza la vita pare scorrere con l’indolenza di sempre. Entra nell’adolescenza quando ormai lo scontro con i Francesi s’è trasformato in guerra strisciante, fatta di attentati, rappresaglie, terrore diffuso. La famiglia, nella quale una madre e un padre vedovi hanno portato in dote i figli avuti nei precedenti matrimoni e ne mettono al mondo altri,  è numerosa, mentre le risorse sono modeste. Nel villaggio lui frequenta sia la scuola coranica che la scuola comunale francese perché, come dice il padre, baba Aïssa:  « Felice è colui che conosce la Parola di Allah e la Parola dei Roumis: potrà godere di due Paradisi, quello di lassù e quello di quaggiù». Nel 1960 entra nel Liceo Albertini di Sétif e, nel primo semestre del 1962, ha un distacco della retina: dapprima curato con la medicina tradizionale, poi ricoverato negli ultimi giorni di guerra e, a causa dell’evacuazione precipitosa dall’Ospedale Mustapha, privato di cure, perde la vista. Nel 1964 viene iscritto alla Scuola per Giovani Ciechi di El-Biar, ad Algeri, ove impara il braille; completa poi gli studi secondari nella Scuola Normale di Bouzaréah e, dopo la maturità, nel 1971, consegue la licenza in lettere francesi.

A Parigi, dove giunge nel 1972 grazie ad una borsa di studio, porta a termine gli studi universitari e, a tappe successive, regola diversi conti: con la letteratura francese, redigendo nel 1973 una tesi di laurea (maîtrise) sul mondo arabo-mussulmano e la poesia di Argon; con il colonialismo, analizzando criticamente l’ideologia colonialista nell’opera di Louis Bertrand; con la letteratura francofona, portando a termine un dottorato di stato sull’opera poetica di Jean Sénac, poeta franco-algerino, assassinato dopo l’indipendenza, vittima del fanatismo religioso, per la sua omosessualità, e della miopia politica per il suo coraggio nel denunciare la deriva autoritaria.

Con le carte in regola, deciso a rimanere in Francia, si consacra totalmente alla scrittura. Non ha dubbi sullo strumento linguistico che ha scelto di adottare, perché « il francese che utilizzo nel mio lavoro – preciserà in un’intervista – non mi aliena minimamente, non m’allontana da ciò che costituisce la mia verità. Questa lingua è in pieno accordo con la modernità ed è aperta sull’universale, è efficace e mi consente di esprimere tutto quello che sono ». Altri scrittori maghrebini trapiantati in Francia coltivano un visibile sentimento di esclusione e di esilio e vivono un rapporto contrastato con la lingua francese. Non così Rabah che, una volta presa la decisione di rimanere sul suolo francese (nel 1989 otterrà la nazionalità francese), accetta consapevolmente una condizione disagevole ma rifugge da sterili recriminazioni: con soggiorni « desiderati e dolorosi » in Algeria, distribuiti nel tempo, si procura il nutrimento necessario a sostenere l’amore per il suo paese d’origine e stabilisce la giusta distanza per parlarne senza timori e senza sconti, con mitezza e verità.

Accanto ai libri nati dalla sua competenza antropologica, si impongono subito le prove narrative di carattere autobiografico e i tre romanzi: Regard blessé ( Uno sguardo ferito, il solo tradotto in italiano), L’Asile de pierre (L’ospedale di pietra) e Femmes sans visage (Donne senza volto) che insieme compongono il suo opus magnum. Nell’opera postuma, Chronique du temps de l’innocence (Cronaca dell’età innocente), la descrizione dell’infanzia del protagonista doveva preludere a un grande affresco sull’Algeria uscita dal colonialismo, ma ancora preda dei demoni che l’avevano lacerata e resa incapace di essere una e diversa.

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Molti tra gli scrittori maghrebini d’espressione francese entrano in letteratura attraverso la porta dell’autobiografia. Non potrebbe essere diversamente, perché il protagonista dei loro romanzi, solitamente un adolescente che a fatica transita verso l’età adulta, diviene la metafora di un paese che lotta per passare dalla dipendenza coloniale ad un’indipendenza problematica.

Rabah non fa eccezione: nel suo primo romanzo, Uno guardo ferito, Hassan, il protagonista, suo doppio, è un adolescente di 15 anni che, nel momento in cui il racconto inizia,  sta perdendo la vista a causa di un distacco della retina. Di fronte all’impotenza della medicina, la madre ricorre alla magia e alle cure tradizionali. Ma, prima che la tragedia si compia, Rabah ci spalanca il mondo favoloso di Hassan, in un andirivieni fantasmagorico tra realtà e sogno, vita familiare e vita del villaggio, tra giochi, veglie, sogni, storie notturne, scoperta del sesso. Questa materia multiforme e cangiante è modellata da una scrittura purissima, cristallina, di cui spesso è capace chi non è figlio, ma amante d’una lingua che ha dovuto conquistare.

Momento culminante della vicenda narrata è quando Hassan, dalla finestra dell’Ospedale di Algeri dove è ricoverato, assiste allo scontro finale, sanguinoso e assurdo, tra la Francia e l’Algeria. Privato delle cure, proprio nel momento più delicato, a causa del caos in cui Algeri è precipitata, Hassan deve tornare al villaggio dove si trova nuovamente prigioniero dell’ignoranza e della ciarlataneria. Sperando in una guarigione ormai impossibile, accetta cure fantasiose, frutto di superstizione, e alla fine si arrende alla tremenda certezza di dover ormai traghettarsi sull’altra riva, dove stanno quelli sui cui occhi s’è posata la notte.

Ma la luce e i colori – l’azzurro del cielo, il giallo dei campi, l’oro e il rosso dei tramonti –  sottratti agli occhi, ma fissati per sempre nella  purezza intatta dei sedici anni, si depositano nel fondo della memoria. La tristezza irrefrenabile delle ultime righe del racconto lascia  trapelare un presentimento:

«[…]  gli occhi di Hassan presero a sgorgare come sorgenti e, a poco a poco, sulle sue palpebre si posò la notte, vasta, attraversata da un serpente di turchesi che sembrava ricongiungere il cielo alla terra, e danzava. Col trascorrere dei giorni, il buio inghiottì il serpente azzurro e verde, liberò una miriade d’impercettibili frammenti di luce ».

A distanza di anni, tornando sull’evento drammatico della perdita dello sguardo, Rabah scriverà in una poesia:

 

«sull’altra  riva

vedi un albero morto

la sua ombra apre nell’acqua

un abisso di luce

 

sette serpenti neri ne conservano la memoria

 

metti una mano sulla bocca

e passi con il fiume

sognando tempeste e piene».

 

Nei suoi romanzi e racconti, Rabah è riuscito a guardare con eguale pietà Algerini, Francesi, Harki, Pieds-noirs, Cristiani e Mussulmani. Ha raccontato tutto: le scoperte e le paure del bambino e dell’adolescente, la condizione ingiusta delle donne, le atrocità della guerra, la vita, la morte, la saggezza e la follia, con una scrittura così calma da riuscire lacerante. La pietas che pervade i suoi scritti è stato il suo modo specifico di essere un giusto mediatore, la sua maniera personale di nutrire le radici del proprio popolo a fronte dello sradicamento che minaccia quelle società che non hanno ancora completato il difficile passaggio dalla tradizione alla modernità e si rivelano incapaci di farlo per fanatismo politico o radicalismo religioso.

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Al termine di questo esercizio d’ammirazione, i libri che Rabah mi donò negli anni della nostra amicizia, accanto a quelli che l’amore tenace di Yvonne ha fatto nascere dopo la sua morte, giacciono sparsi sulla mia scrivania. Alcuni recano sul frontespizio una dedica che si distende su tutta la pagina come una ragnatela illeggibile. Cerco di decifrare le parole che hanno scandito i momenti di un’amicizia troppo breve, penso alla sua morte prematura e sono riafferrato dall’angoscia provata in quel pomeriggio autunnale del 1995, quando mi telefonarono, a Padova, la notizia della sua morte. Una morte sopravvenuta nella scia di troppe tragiche morti che già avevamo colpito, e stavano colpendo  un numero impressionante di scrittori in Algeria; essa m’è parsa assurda al pari di quelle, una sorta di maledizione che aleggia su quel paese.

Prima di riporre nello scaffale la sua ultima raccolta poetica, indugio su due versi sottolineati. Sono il sigillo di un’opera nella quale «ogni pagina è una ferita / dove la penna depone un’aurora».

* Chi volesse approfondire la conoscenza di Rabah Belamri, qui solo abbozzata, può cominciare col leggere Uno sguardo ferito ( Mesogea, Messina 2013), il suo unico romanzo tradotto in lingua italiana, preceduto da un’ampia introduzione di Domenico Canciani in cui si dà conto della ricchezza della sua opera. Se poi è fortunato, potrebbe trovare anche Storie del deserto (Fabbri Editori, Milano 2002), un volume in cui sono raccolti alcuni racconti del folklore algerino-cabilo.


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Domenico Canciani
Domenico Canciani ha insegnato Lingua e civilizzazione francese nell’Università di Padova, occupandosi di Minoranze, storia intellettuale nella Francia del XX secolo e nel Maghreb, dei temi del dialogo interreligioso curando gli scritti di Louis Massignon (L’ospitalità di Abramo. All’origine di ebraismo, cristianesimo e islam, 2002; La suprema guerra santa dell’islam, 2003). Da anni si dedica allo studio della vita e del pensiero di Simone Weil, pubblicando articoli e monografie. Nel 2012 il volume Simone Weil. Le courage de penser, sintesi delle sue ricerche, ha ricevuto il Prix Biguet de l’Académie Française. Con Maria Antonietta Vito ha avviato una sistematica traduzione e cura di molti scritti della pensatrice francese.

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